“La mamma mi ascoltava senza battere ciglio, muovendo solo di tanto in tanto il braccio quando le stringevo la mano. I dottori sostengono che sta lì come una qualsiasi pianta da appartamento, ma io so bene che beve manco fosse nettare tutto quello che le dico. Io parlo molto male, ma lei capisce, è l’unica che ha sempre capito tutto, anche quando non avevo nessun mezzo per pensare e esprimermi. Non bisogna confondere le maschere con le facce che ci sono sotto, e men che meno ignorare i sentimenti acquattati sotto queste ultime. Se non mi risponde con le sue parole leggere e precise come giravolte di uccelli, vuol dire che per ora preferisce comunicare con me con il pensiero”. p.181

A volte la solitudine può essere rumorosa, ci diceva il letterato ceco Bohumil Hrabal nelle considerazioni a margine di una delle sue opere più note (Una solitudine troppo rumorosa), spiegando il concetto con queste semplici parole: “La mia solitudine rumorosa è soltanto la deduzione di tutto ciò che dentro di me era cresciuto, non ho tentato di scrivere null’altro se non che da noi un’epoca finiva e un’altra cominciava”.  Prendo in prestito questa illuminante figura retorica di Hrabal per introdurre il nuovo romanzo di Giacomo Sartori, Baco, edito da Exòrma, nel quale si incontrano due solitudini a loro modo assai rumorose. Rumorose a dispetto dell’apparenza, perché uno dei due è un ragazzino sordo di 10 anni, e l’altro o altra, fate voi, è un’intelligenza artificiale immaginata e portata a compimento da un piccolo genio tredicenne che ha un QI esageratamente sopra la media e che non è altro che il fratello maggiore del nostro piccolo protagonista. Perché queste due solitudini sono così rumorose, nel senso inteso da Hrabal, cercherò di spiegarvelo nella breve analisi di un romanzo a suo modo sorprendente, tanto da farmi un pochino rammaricare di non aver mai letto le precedenti opere di Sartori.

Se i personaggi or ora introdotti vi hanno suscitato un ché di inusuale o bizzarro, sappiate che il contesto in cui si svolge l’opera, unitamente alle altre figure di contorno, lo sono altrettanto. Siamo in Italia, questo si può evincerlo da qualche piccolo indizio lasciato in giro dall’autore, presumibilmente al Nord. Il nostro giovanissimo protagonista, del quale non sapremo mai il nome, vive in un ex pollaio ora adibito ad allevamento di api, con una mamma buddista e apicultrice e col fratello genio dell’informatica (lo chiama QI185) e hacker, noto nell’ambiente come Robin Hood. Ha anche un nonno anarchico che studia lombrichi, e un giovane padre (solo 19 anni più di lui) transumanista, cacciatore di terroristi informatici, che non vive più in famiglia. Presenza fissa del luogo è anche la sua logopedista, la quale lo segue passo passo nella strutturazione di un linguaggio che fa ancora molta difficoltà a farsi comprendere senza l’ausilio dei segni. È una famiglia fuori dagli schemi, non c’è che dire, sempre alla ricerca di un fragile equilibrio che sembra venir del tutto meno quando la mamma ha un terribile incidente d’auto con conseguente coma difficilmente reversibile. Il mondo del nostro piccolo protagonista sembra allora crollare fino ad implodere, a casa come a scuola. È l’unico a credere che la madre possa risvegliarsi, ma ha troppi pensieri per la testa e non ha abbastanza parole per restituire al mondo il turbine di sentimenti, emozioni e sensazioni che lo attraversano. Ecco che allora arriva a lenire la sua solitudine e la sua frustrazione Baco, un’intelligenza virtuale creata da QI185 a immagine del suo fratellino. Un robot che si palesa tramite il computer e che entra prepotentemente nella vita nel nostro protagonista e della sua famiglia, fino ad acquisire un potere che avrà, nel bene e nel male, i suoi effetti dirompenti.

L’ opera portata a compimento da Giacomo Sartori, piacevolmente inconsueta per contenuti e forma rispetto a ciò che ci propina l’italico panorama letterario attuale, può ricordare a più di qualcuno, sia pur in un diverso contesto e con una modalità di linguaggio differente, il fortunato esordio in forma romanzo (prima dall’allora aveva scritto solo libri per ragazzi) dello scrittore e poeta britannico Mark Haddon. Il riferimento è a quel piccolo gioiello che fece incetta di critiche positive e lettori di tutte le età che è stato e resta Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, in cui protagonista e voce narrante è un quindicenne afflitto dalla sindrome di Asperger, il quale attraverso aneddoti, riflessioni e considerazioni sulla sua condizione peculiare e su tutto ciò che lo circonda, riesce a renderci partecipi del suo mondo così distante dai più. Allo stesso modo il nostro protagonista, con un linguaggio immaginifico e allegorico, ricco di iperboli e suggestioni che interiorizza da un contesto familiare che vive una quotidianità quanto meno sui generis, riesce a farci addentrare in una realtà che sfugge all’esperienza immediata della quasi totalità dei lettori. E non mi riferisco, nella fattispecie, solo alla condizione precaria di chi si ritrova a vivere in assenza dell’udito, ma anche alla difficoltà di entrare in contatto, per coloro che sono profani o hanno solamente nozioni indirette, con ciò che viene definita tecno scienza. L’intelligenza artificiale che, da un certo punto della narrazione in poi, prende vita e che progressivamente si alimenta e ingrandisce sotto gli occhi del nostro giovanissimo protagonista, diventa centrale nell’economia del racconto di Sartori, fino a proporsi come migliore e probabilmente unico amico del ragazzino. E qui torniamo a Hrabal, che attraverso la sua opera ci ha spiegato cosa può essere una solitudine troppo rumorosa. È una solitudine rumorosa per il piccolo non udente, che ha troppe emozioni che non riesce a restituire a parole. Parole in sovraccarico che si traducono in gesti, a volte anche sconclusionati, pericolosi e autolesionisti (morde se stesso e anche gli altri con inusitata violenza, per ribellarsi a situazioni che lo opprimono), non governati da un corpo che sovente sembra muoversi senza controllo. È una solitudine rumorosa quella del robot, a cui il suo giovane amico darà il nome di Baco, perché figlia di una prigione virtuale in cui divorerà tutte le informazioni possibili, consapevole del fatto che la sua fine inevitabile sarà quella di surriscaldarsi, fino ad esplodere.

Di là dalla forma e dai toni sbarazzini e ammiccanti, attraverso i quali Sartori stabilisce il senso di marcia di un’opera che alza un velo sottile sulle difficoltà della vita di tutti i giorni di una famiglia anticonvenzionale (ricordano vagamente I Tenenbaum che resero celebre Wes Anderson), Baco tradisce un retrogusto malinconico che l’autore non vuol affatto dissimulare, nonostante il finale tutto sommato consolatorio. A suo modo il letterato trentino ci parla di diversità, ma di una diversità talmente viva e dinamica che rivendica essa stessa nei fatti la sua ragion d’essere, lontana anni luce da qualsivoglia forma di pietismo: l’ecologismo, il buddismo, l’anarchismo d’antan e il nerdismo geniale non sono semplici inneschi a comportamenti apparentemente anticonformisti o più o meno convintamente radical chic, ma sono elementi e attitudini che connotano profondamente i personaggi del romanzo. Tutti ben definiti e strutturati, e mai riempitivi narrativi senz’anima. Anche lo scegliere di non utilizzare i nomi – con l’eccezione non casuale fatta per l’unico personaggio non umano, Baco -, e solo in alcuni casi simpatici soprannomi, sempre derivanti dall’esperienza e dalle conoscenze (QI185, ma anche il vicino Imida, che è certamente il più ricercato, in questo senso), è un’idea vincente e pienamente in linea con lo spirito dell’opera. È un espediente narrativo, non semplice da utilizzare con fluidità, che usò Haruki Murakami nei suoi primi, interessantissimi romanzi (Nel segno della pecora, La fine del mondo e il paese delle meraviglie), e che Sartori riesce a padroneggiare con la medesima disinvoltura.

Baco è un’opera divertente, toccante ed emozionante, nella quale Giacomo Sartori riesce ad umanizzare anche il linguaggio tecnico, trovando un approccio equidistante e non ideologico rispetto all’impronta indelebile che sul mondo contemporaneo sta avendo l’avanzata inesorabile della tecno scienza. Una scienza che, nell’idea dell’autore, non lede i rapporti interpersonali, ma che anzi può attenuare e riempire di contenuto emotivo, in circostanze particolari, qualche solitudine troppo rumorosa.  Del resto, ribadendo anche in conclusione le parole prese in prestito da Hrabal (le cui opere vennero censurate dal partito comunista, dopo la Primavera di Praga), vergate di suo pugno un paio d’anni prima del crollo del Muro di Berlino: “non ho tentato di scrivere null’altro se non che da noi un’epoca finiva e un’altra cominciava”. Proprio ciò che, forse, potrebbe dirci lo stesso Sartori, introducendo il suo bel romanzo.

“A ben guardare le parole si prestano senza ritegno alle più colossali menzogne, si direbbe anzi che ci prendano gusto. Se avessero un minimo di dignità si rifiuterebbero di veicolare così tante frottole, e invece appena sentono odore di fanfaluca si fanno sotto come i clienti a una svendita di smartphone, e sgomitano per essere in prima fila. I segni non fanno così. Certo non potevo dirti che è un’idea del figlio artificiale di tuo figlio, che si chiama Baco. Tu ogni volta sorridevi, quando QI185 affermava che voleva mettere a punto un robot che un po’ alla volta imparasse tutto quello che si può imparare, ma proprio tutto, e quindi sapesse mettere a punto un robot più intelligente di lui. Proprio come ridacchia in questo istante la Logo, perché secondo lei confondo quello che naviga nei miei neuroni con quanto si arrocca davvero tra gli atomi di aria” pp.292-293

Federico Magi, novembre 2019.