I mutamenti climatici e le ondate migratorie sono fenomeni strettamente connessi. Spesso si fa fatica ad accettarlo o si preferisce far finta di non capire, ma spesso i grandi movimenti di persone che lasciano il cuore dell’Africa per rifugiarsi in Europa dipendono dalle crisi climatiche. Ovviamente ai più cinici e ai soliti nazionalisti poco interessa quali siano le ragioni che spingono centinaia di migliaia di esseri umani a muoversi verso Paesi più ricchi e più vivibili, a loro basta sfogare un odio qualsiasi purché non si sfiorino le loro certezze, i loro confini, i loro porti, i loro muri, i loro giardini. “Dove sono gli uomini?” si chiede Hindou Oumarou Ibrahim nella premessa riferendosi ai villaggi della savana del Sahel. La risposta arriva qualche riga più tardi: “Gli uomini sono via e basta – molto, ma molto lontano. Per lo più sono nelle città, vivono nelle baraccopoli cercando un impiego temporaneo. Alcuni di loro battono le strade del deserto che portano in Libia, altri sono schiavi dei trafficanti di esseri umani. Altri ancora si trovano su imbarcazioni di soccorso nel Mediterraneo, e solo una minoranza è nei campi profughi ai margini dell’Europa. Cercano lavoro, tentano di trovare il modo per mandare denaro alle loro comunità, così da mantenere le proprie famiglie. Questi uomini cercano solo di riconquistare il loro orgoglio e il loro onore. Perché nella maggior parte di queste comunità, se un uomo non riesce a mantenere la propria famiglia, non è più un uomo“.

Ovviamente tutti sappiamo che la povertà di questi popoli non dipende solo dai cambiamenti climatici ma sicuramente, negli ultimi anni/decenni, la tragedia di un clima impazzito non lascia scampo. La tragedia africana non è solo africana perché gli effetti di ciò che accade in molti Paesi di questo continente (siccità, carestie, genocidi, guerre e calamità varie) ci coinvolge ogni volta che un africano decide di fuggire dalla sua casa e dalla sua famiglia per cercare condizioni di vita migliori e si imbarca per raggiungere l’Europa. Il dramma ci tocca tutti soprattutto perché i mutamenti del clima, causati dal surriscaldamento terrestre, generato a sua volta dai comportamenti irrispettosi nei confronti degli equilibri naturali del nostro pianeta, sono sotto gli occhi di tutti, anche di chi vive a migliaia di chilometri dal Sahel.

Carola Rackete rimane uno degli obiettivi preferiti dei sessisti e degli immancabili sovranisti che dai social o dalle colonne di certi quotidiani non le risparmiano offese di ogni genere, calunnie e affronti meschini. Dopo gli eventi della scorsa estate, culminati con un atto di forza da parte della Sea-Watch 3, la nave capitanata proprio dalla Rackete, che è entrata nel porto di Lampedusa senza alcuna autorizzazione, la Rackete è stata attaccata da più parti senza troppi scrupoli. Lo sbarco di una quarantina di migranti raccolti in mare dalla Sea-Watch 3 è avvenuta dopo giorni e giorni di attesa che qualcuno, dall’Europa, facesse sapere a Carola e al suo equipaggio cosa fare. Ed è da qui che parte “Il mondo che vogliamo”. Carola inizia il racconto di quanto ha vissuto spiegando la situazione in mare al 28 giugno 2019 e, appena dopo, ci fa capire come si è trovata a capitanare un’imbarcazione impiegata per missioni di salvataggio di persone disperse nel Mediterraneo. “Il mondo che vogliamo” procede costantemente in questo modo: si inizia con il racconto in prima persona di quanto è avvenuto attorno alla Sea-Watch 3 e al suo capitano nei giorni dell’ingresso forzato a Lampedusa e, poco dopo, si passa a descrivere sia le esperienze di studio e di lavoro di Carola, sia le emergenze climatiche e ambientali che, forse, dovremmo conoscere e comprendere più approfonditamente.

Lo “scandalo” generato dagli eventi legati alla Sea-Watch 3 tiene ancora banco nei talk show. Un’onda mediatica che, secondo Carola, nasce da ragioni sbagliate: “Se il mondo improvvisamente torna a occuparsi dei soccorsi in mare dipende anche dal fatto che il ministro in questione scrive spesso e volentieri tweet e che io, una giovane donna, sono il capitano di questa nave. Non dipende dallo scandalo vero e proprio. Cioè che degli esseri umani sono bloccati qui, che vengono trattati come persone di seconda categoria. Questo è razzismo, nient’altro. Nel dibattito pubblico, si parla spesso di salvataggi in mare come se fosse una questione di opinioni. Ma questo è radicalmente sbagliato“. In sostanza: lo “scandalo” non dovrebbe essere nel fatto che il capitano di una nave, di fronte a una situazione di estrema necessità, entri in un porto europeo per mettere in salvo degli esseri umani, lo “scandalo” sta nel fatto che, in quei giorni, si siano lasciate in mare persone in condizioni drammatiche perché, semplicemente, non erano bianche, non erano europee, non erano considerate “persone”.

Come detto, accanto al “caso” Sea-Watch 3, Carola Rackete, che scrive in collaborazione con Anne Weiss, anch’essa attivista per l’ambiente, si concentra anche su problematiche legate strettamente agli allarmi ambientali ed ecologici, per questo l’opera ha un sottotitolo molto eloquente: “Appello all’ultima generazione“. Perché, come spiegano da tempo molti esperti di clima e non solo, abbiamo pochissimo tempo per cercare di rimettere in sesto un pianeta che, soprattutto negli ultimi due secoli, abbiamo sfruttato e danneggiato in maniera mai vista prima. La sordità dei politici, i cui programmi sono per lo più di brevissima durata, la noncuranza degli industriali, che pochi interessi hanno nel voler mutare le loro strategie capitalistiche, l’indifferenza di troppi cittadini generano un costante ritardo e un preoccupante rallentamento di tutti i tentativi, spesso scritti solo sulla carta, per limitare o fermare il riscaldamento globale. L’emergenza, invece, è reale e impellente e riguarda chiunque sia già su questo pianeta, soprattutto le giovanissime generazioni. In sostanza noi siamo l’ultima generazione che possa intervenire, dopo di noi non sarà più possibile fare altro poiché, ed è ormai sotto gli occhi di tutti, stiamo lavorando allegramente e sconsideratamente alla nostra stessa estinzione. I piccoli miglioramenti possono iniziare da ogni individuo partendo, ad esempio, dal ridurre in consumi. Tutti i consumi.