Fuoco pallido. W. G. Sebald: l’arte della trasformazione di Salvatore Tedesco è un notevole saggio pubblicato dalla Meltemi che si propone di tornare circostanziatamente su alcuni passi dell’opera poetica e critica del grande scrittore tedesco (“per riprendere a seguirne i percorsi, per scorgere ulteriori strati, ulteriori tempi che vi sono custoditi“), un’opera che l’autore dimostra di conoscere a menadito, in modo profondo, e di cui di volta in volta, con estrema competenza, fornisce frammenti, spiegazioni, opportuni rimandi a pagine di altri romanzieri e pensatori (in primo luogo ad alcuni testi di Nabokov, tra cui Fuoco pallido, appunto, con cui Sebald tesse un fitto dialogo), risultando in definitiva, per questi e per molti altri aspetti, illuminante.

Nella prima parte, per esempio, intitolata Estetica e morfologia, Tedesco indaga l’influenza esercitata sulla scrittura di Sebald dagli studi paleoantropologici di Rudolf Bilz, a cui si deve l’ipotesi suggestiva di un essere umano delle savane che, avendo perduto la possibilità di ricovero offertagli nel passato dalla vita arboricola, si sia rifugiato, per compensare a questa mancanza, nella creazione di mitologemi (“strutture che appaiono promettere ordine sensato e durata illimitata, e che trovano espressione nella religione, nella filosofia e nell’arte“) con i quali si consola, risultando però alla fine un animale degenerato, che ha perduto il suo “sano intelletto animale“. Questa influenza è riscontrabile nel saggio sul Kaspar di Peter Handke, in cui Sebald riflette sull’esigenza del fare ordine che è alla base del narrare storie, e nelle pagine dedicate alla poesia di Ernst Herbeck, nelle quali l’immagine poetica viene proposta come la via d’accesso a quel passato in cui non c’era bisogno dei mitologemi, cioè di invenzioni. Tedesco approfondisce altresì la conseguente contrapposizione tra la libertà del “fare” poetico, la sua vocazione a rielaborare, frantumare, innovare la lingua, e la forma di un “sistema dei saperi” di canettiana memoria in cui si traducono le strategie di ominazione e di controllo. Sempre alle dottrine di Rudolf Bilz, inoltre, andrebbe ricondotto il costante riferimento di Sebald alla motricità umana e alla sua duplicità o polarità (cioè libertà di movimento e paralisi), poiché fu lui, nei suoi studi, a teorizzare “l’esistenza di biologische Radikale, cioè di disposizioni innate a determinate esperienze, azioni e reazioni “biologicamente rilevanti”, che nel corso dell’evoluzione umana (…) avrebbero dato luogo a moduli comportamentali attivabili per la risoluzione di problemi, che via via maggiormente verrebbero gestiti a livello cosciente.” Ciò sarebbe alla base dello sviluppo, a suo modo di vedere, di un mondo spirituale interiore nel quale agiscono Identische Exekutive, cioè dei “modelli esecutivi identici” che troverebbero espressione nel mondo esterno attraverso la motricità. “Nella vita umana ci sono cose che sono fuori di noi e contemporaneamente hanno una controparte interiore, una corrispondenza di sublime specie spirituale. Noi viviamo per così dire in un doppio mondo, ma abbiamo solo un corpo, per vivere questa meta-identità” tra mondo interno e mondo esterno, affermò Bilz, il che determinerebbe “un bricolage , pensante o un pensiero bricoleur” (ne Gli anelli di Saturno, per fare un esempio, “la configurazione motoria tipica della sconsolatezza trova il suo omologo liberante nell’identità dell’esecuzione motoria che caratterizza l’atteggiamento del conoscere“).

Altrettanto acute risultano le riflessioni che Tedesco propone sull’ultimo saggio di Soggiorno in una casa di campagna dedicato da Sebald al suo amico pittore Jan Peter Tripp, i cui dipinti intrappolano le vite passate, le accompagnano nell’eternità mentre i corpi svaniscono, o le pagine su Thomas Browne e il modello del quincunx, o quelle sulla figura di Baldanders, protagonista di incessanti metamorfosi, “principio plastico della trasformazione continua e irreversibile.

La seconda parte, Poetica e storia, si apre con le considerazioni attorno al poemetto di Sebald Nach der Natur, poemetto che “ne raccoglie la cifra stilistica essenziale e ne propone i più compiuti esiti estetici, prefigurando al tempo stesso buona parte delle tematiche della successiva produzione in prosa dell’autore“, di cui Tedesco approfondisce l’analisi mettendo in luce la prossimità con la poetica di Walter Benjamin. Parimenti interessanti sono i capitoli seguenti su Vertigini e sul carattere mediale dello sguardo (“Annuncio di sé e immagine si corrispondono. L’essere umano annunciandosi inaugura lo statuto dell’immagine. Il soggetto umano si annuncia in quanto immagine e chiede ai fenomeni del mondo dimostrare giusto a lui la loro propria immagine.“), come quelli sull’ibridazione fra testo letterario e riproduzione fotografica di un’immagine, fenomeno così caratterizzante la scrittura di Sebald, e su un’estetica che non si sbaglierebbe a definire un’estetica delle rovine (“una storia naturale della distruzione nella quale la visione della catastrofe conduce a cogliere le vicende umane come un esempio di una più generale evoluzione regressiva che interessa ogni aspetto della natura animata e inanimata, una millenaria spinta all’indietro e alla distruzione.“)

Ne risulta alla fine un saggio composito, articolato, ricco di spunti e di chiavi di lettura argute, che mira a mostrarci, per quanto possibile, la verità di una scrittura che lo stesso Sebald non esitò a definire “quello strano disturbo del comportamento che costringe a trasformare tutti i sentimenti in parole scritte e che, pur mirando alla vita, riesce sempre con sorprendente precisione a mancare il centro“.