A qualche decina d’anni dalla biografia di Humphrey Carpenter (che curò anche l’epistolario apparso in Italia con il titolo Realtà in trasparenza), la casa editrice Alcatraz, in esplorazione fra le varie espressioni della narrativa internazionale, pubblica la ponderosa opera di Raymond Edwards, etichettandola come “definitiva” anche se l’aggettivo più coretto sarebbe forse “approfondita”, perché di definitivo, come si sa, per un grande scrittore non c’è nulla, neppure dopo la sua dipartita.

Perfino sul termine “biografia” sarebbe necessaria qualche precisazione: Edwards non si accontenta di esaminare (né sembra interessato a farlo) il mondo personale e privato dell’Autore del Signore degli Anelli. Sembra piuttosto concentrato, anche per formazione professionale, soprattutto sulla vita intellettuale di Tolkien, sui suoi studi, sugli incontri in ambiente accademico, sulle tantissime opere “incompiute”, di tipo sia narrativo che professionale, sulla sua formazione, a partire dalle letture dell’infanzia e della giovinezza, per approdare agli studi (spesso disomogenei) degli anni del college e dell’università.

Un gran pregio del lavoro di Edwards, in alcuni passaggi molto specifico e forse poco amichevole per i non addetti ai lavori, è di presentare le informazioni in modo rigoroso ma discorsivo, in stretto ordine cronologico, così da non costringere il lettore a salti mentali tra le fasi della vita dello scrittore. Più noiosi, semmai, i “salti” obbligati per la lettura delle note, raccolte al termine del testo e davvero scarsamente agevoli da consultare.

Avevo apprezzato a suo tempo, moltissimo, la raccolta delle lettere curata da Carpenter (scoprendo oggi, grazie a Edwards, che quelle pubblicate sono solo una piccola parte del vasto epistolario esistente), poiché ne usciva proprio la voce “diretta” di Tolkien, con tutte le sue sfumature di grandezza e di fragilità. Edwards non pubblica stralci di corrispondenza, ma ricostruisce con certosina pazienza i percorsi umani e intellettuali dello studioso inglese e di molti suoi colleghi e amici (Sisam e Chaucer, per citarne solo alcuni, e soprattutto C.S. Lewis).

Ciò che forse lascia davvero stupiti, alla fine della lettura, è l’impressione che solo un caso fortunato abbia permesso al mondo di conoscere le opere di Tolkien. A ostacolare e talvolta impedire la prosecuzione e la pubblicazione dei suoi lavori – non solo di fantasia – furono fattori molteplici: una moglie malaticcia e bisognosa di cure, un lavoro che lo sovrastava a fronte di continue necessità economiche date da una famiglia numerosa, un carattere piuttosto indolente che gli faceva iniziare molti lavori spesso mai terminati o ancor più spesso semplicemente non pubblicati; per tacere delle beghe in ambiente universitario ma anche editoriale (famoso è il tentativo di far pubblicare il Signore degli Anelli all’americano Collins, lasciando temporaneamente l’inglese Unwin, storico editore dello Hobbit, a causa del rifiuto di quest’ultimo di pubblicare insieme il Signore degli Anelli e il Silmarillion come era desiderio del loro autore; ma neppure Collins accettò la pubblicazione contemporanea dei due libri – il Silmarillion tra l’altro non era concluso – e questo fece tornare Tolkien sui suoi passi e da Unwin, accettando infine la pubblicazione separata delle sue opere e perfino la suddivisione in tre libri di quella maggiore); e poi ancora: una dichiarata incapacità oratoria che lascia stupefatti i lettori ammaliati dallo stile di scrittura, tanto che ad un certo punto gli si chiederà senza troppi complimenti di interrompere le “pubbliche letture” al gruppo di amici letterati noto come Inklings: il pubblico verrà sostituito da Lewis in un primo tempo e – tramontata l’amicizia con il collega – dal figlio Christopher, che però non riuscì a dare al padre lo stesso erudito incoraggiamento dell’antico amico; e ancora, le incomprensioni accademiche attorno ai lavori “di fantasia”, i quali – a detta dei colleghi – portavano via energie alla filologia, unica ragione di vita dei rappresentanti di quel ramo di studi. Edwards è convinto che se Tolkien in effetti non avesse dedicato gran parte dei suoi sforzi intellettuali ai mondi fantastici, sarebbe divenuto senza dubbio uno dei più grandi filologi inglesi (se consideriamo la bibliografia delle opere pubblicate, salta agli occhi l’esiguo numero di studi accademici rispetto alla sterminata produzione di tipo personale).

Insomma, Tolkien si salva grazie alla pubblicazione di poche grandi opere e al lavoro indefesso del figlio Christopher, anche lui filologo, che riesce a dare alle stampe moltissimi lavori del padre, ci restituisce un incompiuto ma almeno pubblicato Silmarillion, raccoglie tutti i grandi racconti e tutta la cosmogonia tolkieniana (quello che sarà compresa nel The Book of Lost tales, in italiano Racconti perduti e Racconti ritrovati) scritta tra una convalescenza e l’altra alla fine della Grande Guerra e negli anni immediatamente successivi e ripresa a tratti durante tutta la vita.

Tra l’uomo e lo studioso, Edwards preferisce senza dubbio approfondire il secondo, benché la parte biografica sull’infanzia e sulla giovinezza di Tolkien tra Sud Africa e Inghilterra, nei vari spostamenti con la madre e con il fratello dapprima, e nella vita al college poi, occupi parecchie pagine dense di informazioni, soprattutto relative al corso di studi, ai successi ma anche alle difficoltà incontrate, alle letture, alla formazione letteraria, alle passioni anche sportive, alle amicizie.

Sullo sfondo della vicenda umana e culturale dello scrittore inglese, i motivi fondanti della sua poetica: vengono ripercorsi con precisione meticolosa i lavori e i progetti accademici, e parallelamente (perché si tratta di un percorso a doppio binario) le bozze dei lavori “altri” di Tolkien, quelli per i quali egli è oggi universalmente conosciuto. Ma quell’opera non esisterebbe senza la base di erudizione filologica: le due strade sono inscindibili, basta considerare alcuni aspetti ben delineati da Edwards nella sua analisi.

Innanzitutto il rapporto con la letteratura norrena e nordica. Ovunque si legge che Tolkien desiderava fornire all’Inghilterra una mitologia (che superasse e anticipasse il ciclo arturiano), per la quale in un primo tempo egli cercò effettivamente dei collegamenti col reale, ma via via che le storie si sviluppano, questa necessità viene a cadere e il legendarium assume una propria identità solo metaforicamente associata alla storia. Alla fine, il mito di Aelfwine che ascolta da Eriol il racconto su Tol Eressea e le Terre d’Oltremare non deve per forza coincidere con l’identità di un bardo norreno che calca la terra inglese. Tuttavia, parecchie suggestioni presenti nel corpus narrativo tolkieniano derivano senza dubbio dalla conoscenza assai profonda che il Nostro ha – soprattutto in qualità di filologo – delle lingue e delle letterature nordiche antiche (anche negli studi dei colleghi contemporanei, si veda la questione degli Alberi di Valinor risalenti a uno studio di Sisam di una lettera apocrifa medievale attribuita ad Alessandro Magno).

Poi c’è la fiaba, il ruolo cioè del fantastico. Obbligatorio occuparsene, anche se Tolkien stesso lo fa in modo poco aperto a possibili interpretazioni, nello studio “On Fairy-Stories” (scritto nel 1939, ma pubblicato solo nel 1947, tradotto in italiano con il titolo “Sulle fiabe”) che pur essendo una lezione accademica si pone anche come pietra angolare per la giustificazione (in un certo senso) delle opere di immaginazione (non a caso viene composta all’indomani della pubblicazione dello Hobbit e di tutto il corollario di perplessità accademiche che ne seguirono). La mitologia e il linguaggio sono interdipendenti; nella fiaba l’autore svolge un’opera di sub-creazione, in una specie di collaborazione con Dio stesso (ricordiamo che Tolkien fu un fervente e convinto cattolico); davanti all’orrore del presente, rifugiarsi almeno mentalmente in un mondo fantastico (comportamento definito criticamente “escapista”) è addirittura doveroso. Se da un lato con queste righe Tolkien difende il lavoro fatto fino a quel momento, lo stesso materiale conferma la sua idea sulla serietà dell’impegno che il “seguito dello Hobbit” avrebbe richiesto.

Buona parte dello studio di Edwards è dedicato ai rapporti tra Tolkien e l’Università:  fu promotore degli studi di filologia così come non erano mai stati portati avanti, con proposte di curricula studiorum molto avanzate, che tuttavia non vennero accolte se non in parte, poiché andavano a discapito degli abituali studi letterari basati quasi esclusivamente su Shakespeare e sulla letteratura di epoca vittoriana, verso la quale Tolkien non nutriva grande amore. I suoi interessi gravitarono sempre attorno alle lingue nordiche antiche (tuttavia val la pena ricordare che conosceva perfettamente greco e latino) e alla relativa produzione letteraria.

E poi ci sono i club, i piccoli gruppi di amici con gli stessi interessi, da quello infantile di ragazzini che inventano linguaggi a quello degli Inklings in età matura. Nato negli anni Trenta ad opera di C.S. Lewis, il circolo degli Inklings si proponeva di riunire settimanalmente coloro che stavano scrivendo qualcosa, per offrire un pubblico agli autori, ma anche incoraggiamenti, critiche, aiuti. Edwards mette in guardia il lettore dal cercare in questa esperienza gli aderenti a un manifesto letterario, o i propagatori di nuove idee. Lewis allargò semplicemente gli incontri con Tolkien ad alcuni altri amici colti. Per Tolkien l’esperienza con gli Inklings fu fondamentale nella prosecuzione della stesura del Signore degli Anelli (che lo impegnò per dieci anni, subendo spesso vere battute d’arresto) e più di tutti fu fondamentale proprio l’amico Lewis. Su questa amicizia Edwards si sofferma con dovizia di aneddoti e stralci di lettere dello stesso Lewis e di Tolkien. Fu un’amicizia complessa e ricca di sfaccettature. Li univa una profonda conoscenza della materia che insegnavano, sicuramente la grande reciproca stima, e non ultimo il progetto  di esplorare la narrativa fantastica come viaggio nel tempo (Tolkien) e nello spazio (Lewis). Ma a dividerli c’era una eguale quantità di fattori. A Tolkien fondamentalmente non piacevano le opere di C.S. Lewis (a differenza dell’ammirazione di quest’ultimo per i lavori dell’amico) e soprattutto a Tolkien non piaceva il tipo di vita che Lewis conduceva. Ci furono allontanamenti, terze persone fra loro (ovviamente studiosi del loro calibro), e anche reciproci aiuti nella carriera accademica, fino alla rottura quasi definitiva avvenuta a metà degli anni Cinquanta, quando Lewis lasciò Oxford e sposò una donna divorziata (azione del tutto riprovevole per il cattolicissimo Tolkien). Edwards attribuisce alla fine della loro amicizia l’impossibilità per Tolkien di concludere il Silmarillion e probabilmente davvero l’assenza dello sprone umano e letterario di Lewis bloccò lo scrittore inglese nel completamento dell’opera.

Dall’analisi di Edwards esce la figura, grande e fragile ad un tempo, di questo interessante uomo appassionato di filologia, creatore di mondi, in perenne difficile equilibrio tra vita pratica, faccende personali, studi accademici e creatività. Non sappiamo molto della vita familiare di Tolkien. Dei rapporti tra Ronald e sua moglie Edith si dice qualcosa (di molto noto per altro) relativamente all’inizio della loro storia, ammantata di romanticismo. Poi però, a parte gli accenni alle fatiche di una famiglia che cresce, trasloca, si sposta, e si trasforma quando i figli prendono ciascuno la propria strada, non abbiamo molti elementi di come si svolgesse la vita quotidiana del professore fuori dall’Università.

Forse a ragione Edwards si concentra su una materia meno esplorata, e tuttavia fondamentale, quella appunto degli studi, dando per scontato che chi legge questa biografia conosca quelle precedenti o su di esse possa colmare le proprie lacune.

Un plauso all’editore italiano Alcatraz per averci regalato in traduzione (e in ottima veste tipografica) quest’opera veramente imponente, frutto di molto studio e di approfondite ricerche, indispensabile a chi voglia capire la genesi del corpus tolkieniano, e molto utile a togliere dalla “stanza dei ragazzi” o dagli “scaffali del Fantasy”  il grande scrittore inglese, restituendogli la dignità di studioso erudito che allieta con le sue opere ancor oggi e nonostante qualche polemica (non ultima quella tutta italiana sulla nuova traduzione della “trilogia dell’anello”) la letteratura contemporanea.

L’arte del creare un libro, soprattutto di questa lunghezza, si vede esattamente nella sublimazione dei suoi elementi costitutivi in qualcosa di veramente nuovo; ed è la storia nuova che può essere giudicata con criterio. Se commuove, diverte, educa, affascina e cattura il lettore, lo fa nel suo insieme, non come un aggregato di parti che lo compongono; non è un mostro di Frankenstein fatto di parole, assemblato con parti recise o scartate di altre entità … Come per tutte le storie migliori del suo legendarium, Tolkien sentiva di non essere impegnato in un processo di pura invenzione letteraria, quanto piuttosto “ad annotare ciò che era già lì, da qualche parte”. [pp. 277-278]