L’opera architettonica più fantasiosa e sorprendente ideata e disegnata da Plautilla Bricci, prima architetto donna della storia d’Occidente, è saltata in aria nel 1849. Roma ha perduto così uno degli esempi più eclatanti di barocco capitolino. Si trattava di una villa dall’aspetto sorprendente e dal profilo inaspettato che si ergeva sul Gianicolo. Un edificio voluto dall’abate Elpidio Benedetti (segretario personale del Cardinale Giulio Mazzarino) e messo in piedi su progetto della Bricci, un edificio che tutti chiamavano semplicemente il Vascelloper la sua forma vagamente onirica, per la sua insolita bellezza“. La battaglia del 1849 tra i francesi che difendevano il Papa e gli italiani che il Papa l’avevano cacciato per creare una repubblica democratica, l’ha ridotta in macerie. Vinsero i francesi, quelli che molti credevano i difensori della rivoluzione. “Il Vascello è stato ucciso per questo tradimento. Una villa non è una persona. Non ha un’anima. Eppure la morte di un edificio antico, di un manufatto fabbricato dagli uomini, allude a tutto il resto. Lo incarna, lo rivela“.

Melania G. Mazzucco con “L’Architettrice” ha elaborato un corposo e magnifico romanzo storico-biografico col quale ricostruisce e racconta le origini, la vita e l’arte di Plautilla Bricci (Roma 1616-1705) ma, nel contempo, riesce a ricostruire con estrema cura e dedizione anche le atmosfere, le ispirazioni, le invidie, le passioni, le antipatie, i conflitti e gli splendori della Roma seicentesca. Una città che trova nelle figure dei Pontefici personaggi centrali capaci di mutare i destini di chiunque riesca a orbitare attorno a loro. Poche famiglie nobiliari che sanno scegliersi quali e quanti artisti avere al loro cospetto, favorendo qualcuno e osteggiando qualcun altro. È la Roma del Bernini e del Borromini, di Pietro da Cortona e di Romanelli, di Carracci e di Lanfranco. Ma è anche la Roma di figure più eclettiche, sfuggenti e indefinite come quella di Giovanni Briccio, figlio di un semplice materassaio ligure che aveva bottega dalle parti di Piazza Navona. Quel Briccio noto per i suoi scritti, per la musica, per i calcoli, per le commedie, per il teatro, per la pittura e per i disegni. Briccio è stato un po’ tutto e, forse proprio per questo, non è mai stato nulla di artisticamente definito ed eccelso.

Plautilla, figlia di Giovanni Briccio, ha sicuramente ereditato dal padre la passione per l’arte. Ma è solo una ragazzina e, al tempo, insegnare qualcosa alle femmine era considerato tempo perso. Plautilla è un nome che oggi suona quasi assurdo eppure “di donne, ragazze e bambine che si chiamavano Plautilla allora ce n’erano tante, a Roma. Non c’era anzi nome piú romano del mio. Darlo alla propria figlia significava rivendicare un’appartenenza. Per ogni Porzia, Lucrezia, Camilla e Virginia c’era una Plautilla. Oggi no, il mio nome è passato di moda“. La Mazzucco dedica molte pagine alle arti e ai talenti di Giovanni Briccio forse per restituire anche a lui una dignità che il tempo e carriere più altisonanti della sua gli hanno negato o forse per farci meglio intendere il contesto in cui Plautilla è stata allevata, educata e indirizzata verso una formazione e una professione del tutto eccezionali per una giovane donna del XVII secolo. Plautilla dipinge secondo i gusti e i temi del suo tempo. Di lei, oggi, ci restano la Madonna con Bambino posta sull’altare maggiore di Santa Maria di Montesanto (la Chiesa degli Artisti), la lunetta del Sacro Cuore di Gesú presso i depositi dei Musei Vaticani, lo stendardo processionale con la Natività di san Giovanni Battista su un lato e la Decollazione sull’altro, dipinto per l’anno santo del 1675, che si trova nell’Assunta di Poggio Mirteto.

Il nome di Plautilla Bricci sfugge anche lì dove forse dovrebbe essere rilevato più agevolmente, ossia nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, nel cuore di Roma, offuscato dalla presenza di tre opere di Caravaggio. A lei si deve, infatti, la magnifica e più che barocca Cappella di San Luigi. Purtroppo il suo capolavoro, l’opera architettonica più significativa della sua carriera, la splendida Villa Benedetta (dal nome di Elpidio Benedetti), quella che tutti chiamavano il Veliero, non esiste più. Ne “L’Architettrice” la genesi di quel progetto e di quella fabbrica è ricostruito con precisione e con altrettanta precisione sono descritte le fasi della sua dissoluzione raccontate grazie a degli intermezzi che ci conducono alle battaglie del 1849 sul Gianicolo.

Spiegare la trama di un’opera tanto complessa e così piena di fatti, nomi, eventi, sentimenti e persone non è semplice né agevole. Ciò che serve sapere è che si tratta di un lavoro di ricerca e di scrittura che la Mazzucco ha condotto nell’arco di venti anni. La mole di testi che la scrittrice ha consultato e studiato è impressionante ma il risultato ripaga pienamente gli sforzi compiuti. “L’Architettrice” è un romanzo capace di tenere sempre alta l’attenzione del lettore, una lettura in grado di trasportarci indietro di circa quattro secoli e, soprattutto, un’opera che ci permette di scoprire o riscoprire una figura artistica femminile di tutto rispetto che, al pari di molte altre donne di talento, la storia ha troppo frequentemente e troppo superficialmente lasciato sfumare nell’oblio. Plautilla Bricci raccontata da Melania G. Mazzucco torna a brillare e a risaltare perché è, a tutti gli effetti, una delle figure più sorprendenti e fuori dall’ordinario della storia artistica e architettonica del mondo occidentale.