Nel 2011 sul mio blog personale scrissi un post: “Gnocche D.O.C.”. Venne visto da molte persone e, anche oggi, qualcuno, forse ingannato dalla parola “gnocche”, torna a leggerlo. Una piccola trappola, se vogliamo, perché le “Gnocche D.O.C.” di cui ho scritto, al tempo, erano Ellen Johnson Sirleaf, Leymah Gbowee e Tawakkul Karman, premi Nobel per la Pace. Era un titolo provocatorio e ironico col quale volevo soffermarmi sul fatto che spesso la bellezza di una donna si limita alla sola esaltazione del lato estetico e non procede quasi mai oltre un’accattivante superficie. In un certo senso, nella sua introduzione a “Il genio delle donne”, Odifreddi compie un ragionamento simile: …i modelli femminili del mondo moderno sono ancora e sempre le top models, come nella peggior tradizione del maschilismo d’antan“. Top models che popolano e spopolano, più o meno vestite, più o meno ritoccate in ogni dove: riviste, social, tv. In questo suo brillante e guizzante saggio, il matematico piemontese propone delle top models alternative, ossia donne scienziate, “per la sostanza del proprio essere e la profondità del proprio lavoro, più che per le apparenze del proprio aspetto e la superficialità della propria fama. Sono loro a costituire, esse sì, le vere forze di cambiamento della società“.

Ventiquattro ritratti di scienziate che, dall’astronoma e filosofa Ipazia (IV sec. d.C.) alla matematica iraniana Maryam Mirzakhani (1977-2017), tracciano un circuito aperto di menti femminili d’eccellenza che si sono distinte nelle discipline scientifiche. Scrive Odifreddi: “Le protagoniste sono cinque matematiche, cinque chimiche, quattro fisiche, tre astronome, tre biologhe, due astronaute, un’informatica, un’inventrice (suo malgrado attrice) e un’eclettica (suo malgrado santa)“. I toni, come ipotizzabile, sono spesso sferzanti e l’autore, come sempre, non risparmia fini stilettate a chi, nel tempo e nello spazio, è stato troppo ottuso o solo troppo maschilista per non comprendere e accettare il talento scientifico di un’altra persona solo perché donna.

Va pur detto che le uniche donne scienziate vissute in epoche antiche qui citate sono, purtroppo, solo due: la famosissima Ipazia (ben raccontata qualche anno fa da Silvia Rochey in “Ipazia. La vera storia“) e la meno nota ma comunque interessante Ildegarda di Bingen, vissuta nel Medioevo. Odifreddi salta quindi dall’XI secolo di Idegarda di Bingen al secolo XVIII di Émilie du Châtelet. È evidente che in circa sei secoli di storia lo scrittore non ha individuato nessuna figura di scienziata degna di essere menzionata poiché, evidentemente, in questo lasso di tempo, non proprio brevissimo, le discipline scientifiche e il mondo femminile sono stati ben distinti e separati. In generale le donne per moltissimo tempo non sono state ritenute degne né dotate di sufficiente intelletto per avvicinarsi a materie come la matematica, l’astronomia, la chimica, la fisica e via dicendo. Probabilmente ad alcune di loro è stato concesso di accedere alle discipline umanistiche e filosofiche, qualcuna, e penso a Marietta Robusti, detta la Tintoretta, ad Artemisia Gentileschi e a Plautilla Bricci, a cui è stato addirittura “perdonato” di essere pittrici e “architettrice”, ma nulla di più.

Tra le italiane raccontate da Odifreddi ci sono, necessariamente, Rita Levi-Montalcini, unica donna italiana ad aver mai conquistato un Nobel scientifico, e Ilaria Capua, scienziata vivente la cui vicenda dovrebbe far inorridire chiunque perché è l’esempio evidente e lampante di come si possa avvelenare la vita di una persona senza alcuna ragione: “Evidentemente certa politica, certo giornalismo e certa magistratura continuano a ritenere che la pretesa di un cronista d’assalto di scatenare una caccia alle streghe, e del pubblico da lui aizzato di parteciparvi, debba impunemente prevalere sul diritto di una scienziata a non essere accusata di stregoneria, come se vivessimo ancora in un oscuro Medioevo“.

I nomi e le storie, le carriere e le scoperte, le invenzioni e le rivoluzioni di 24 donne che Odifreddi ci fa abilmente e amabilmente scoprire attraverso questa sua “Breve storia della scienza al femminile”. Breve ma molto significativa, non ci sono dubbi. Una lettura adatta a chiunque voglia scoprire e avvicinarsi al mondo delle donne che hanno dedicato la loro vita, a volte anche sacrificando il diritto alla maternità, allo studio e alle indagini scientifiche. In questo libro troviamo figure di donne che, spesso violando dei tabu, hanno avuto il coraggio di entrare a far parte di élite storicamente dominate dagli uomini, riuscendo spesso a raggiungere risultati eclatanti. Molte di loro sono Premi Nobel anche se va evidenziato il fatto che le vincitrici del Nobel sono state solo 20 contro 594 vincitori, dal 1901 al 2019. Oltre a celebrare il ruolo e le figure di molte (ma non tutte) donne scienziate, Odifreddi ci mette di fronte a quella che definisce una “sproporzione di genere“. L’assenza delle donne da posizioni di potere negli ambienti accademici, imprenditoriali, politici e amministrativi è la stessa che si riscontra anche nel mondo scientifico mondiale con le pessime conseguenze che ciò comporta.

Le scienziate de “Il genio delle donne. Breve storia della scienza al femminile” sono: Ipazia di Alessandria (ca 360-415), Ildegarda di Bingen (1098-1179), Émilie du Châtelet (1706-1749), Sophie Germain (1776-1831), Ada Lovelace (1815-1852), Sonja Kovalevskaja (1850-1891), Marie Curie (1867-1934), Irène Joliot-Curie (1897-1956), Henrietta Leavitt (1868-1921), Mileva Marić (1875-1948), Lise Meitner (1878-1968), Emmy Noether (1882-1935), Barbara McClintock (1902-1992), Rita Levi-Montalcini (1909-2012), Dorothy Hodgkin (1910-1994), Margaret Thatcher (1925-2013), Chien-Shiung Wu (1912-1997), Hedy Lamarr (1914-2000), Katherine Johnson (1918-vivente), Rosalind Franklin (1920-1958), Tu Youyou (1930-vivente), Jocelyn Bell (1943-vivente), Christa McAuliffe (1948-1986), Judith Resnik (1949-1986), Ilaria Capua (1966-vivente), Judit Polgár (1976-vivente), Maryam Mirzakhani (1977-2017).