Tacita, Penelope, la Mite, le Sirene, Difred, Maria. Attraverso i silenzi incarnati da queste sei figure femminili, Nicoletta Polla-Mattiot ci conduce attraverso un singolare e affascinante viaggio all’interno del silenzio o, meglio, del “tacere femminile. Un tacere che può avere molte forme, molte sfumature, molti significati e molte radici. Numerosi luoghi comuni, sopravvissuti attraverso proverbi e modi di dire, si tramutano facilmente in convinzioni e certezze collettive. E, fin da subito, l’autrice ci pone al cospetto di una miriade di motti, più o meno antichi, da cui si ricava “la facile equivalenza tra donne e silenzio. Le femmine devono fare silenzio, come si afferma (e, notate bene, non si domanda) nel sottotitolo di questo breve ma notevole libro, perché troppo spesso il loro dire è fin troppo superficiale e vacuo, privo di giudizio e misura, senza controllo e senza senno.

Le donne, per il ruolo la società ha imposto e spesso ancora impone, devono mantenersi buone figlie, buone mogli e buone madri. Ciò implica, necessariamente, un tacere come “destino storico e di genere“. Grandi scrittori come Tasso o Boccaccio o Hugo si sono spesi per sottolineare la mutevolezza femminile, l’incostanza di pensiero e di umore. “Chi crede a una donna, costui crede e inganna, avverte Esiodo e se ne sente ancora l’eco nel diffuso proverbio toscano: Non credere a donna quand’anche sia morta. È risaputo che le donne parlino sempre troppo ed è risaputo perché fin dai tempi di Omero ogni donna di buoni costumi deve tenere a freno la lingua. Da Omero a tempi più recenti certi atteggiamenti sembrano immutati: “lo stesso assunto si ritrova in uno dei tanti manuali della buona sposa, datato 1955“. Oggi ci si accontenta, in titoli e commenti, di qualche battuta dal sapore sessista ma che di certo è radicata in queste millenarie e rocciose convinzioni.

Il mito di Tacita Muta racchiude, come in una fiaba, la nitida morale di un silenzio imposto come condanna. Il passaggio di Tacita da donna ciarliera e pettegola a dea che protegge dalle maldicenze è esemplare. Lara o Lalla è una naiade “incapace di tenere l’acqua in bocca“, una creatura che parla, racconta e avverte scatenando la furia del solito Giove che, guarda caso, la punisce per aver spifferato fatti che avrebbe dovuto tacere. Lara o Lalla perde la lingua e viene affidata al dio Mercurio affinché la conduca presso la palude degli inferi. Mercurio, però, la violenta certo che la naiade non avrebbe potuto gridare. Lara o Lalla diventa Tacita e partorirà due gemelli divini, “numi che tutelano il perimetro domestico, entro cui ogni donna deve stare“. Tacita diventa la dea del silenzio, protettrice dalla calunnia. La Polla-Mattiot ci pone quindi di fronte a tutte le donne senza volto e senza nome, molteplici incarnazioni di Lara, che nella storia del mondo non hanno avuto diritti: “La privazione di voce non riguarda solo la dimensione del dire, la comunicazione di quel che si pensa o sente. L’assenza è più profonda e precede la facoltà di parola. Esiste una sorta di insonorizzazione culturale delle istanze singolari e identitarie, che condanna all’insignificanza il particolare e il personale“.

Il silenzio imposto è un controllo, un controllo che si concretizza in una mutilazione: possedere l’altro amputando la sua volontà. Violenza, percosse, torture cannibalizzano e assoggettano. “Di qui a difficoltà di ribellarsi e difendersi, denunciare, uscire dal silenzio“. Nel mondo le donne che hanno subito violenza almeno una volta nella vita raggiungono la percentuale del 35%. Una quantità sconcertante. Nel capitolo dedicato a Difred, protagonista de “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood, viene citato anche l’inquietante e bellissimo testo teatrale di Agota Kristof, “La chiave dell’ascensore”, scritto nel 1977 e pubblicato da Einaudi qualche anno fa. Le opere letterarie servono a Nicoletta Polla-Mattiot, in tutto lo sviluppo di “Singolare femminile”, per descrivere e scandagliare i silenzi femminili: attraverso donne inventate diventa forse più facile arrivare alle donne reali.

I silenzi delle donne, però, non sono solo quelli ottenuti con la forza o con la sopraffazione. Ci sono anche i silenzi cercati e desiderati poiché lo spettro del tacere è più ampio e complesso di quanto possa apparire. Per questo l’ultima parte di “Singolare femminile” racconta Maria, la madre di Cristo. Il suo silenzio è una scelta consapevole e fondamentale. Le parole per spiegarlo nel profondo sono quelle di Luce Irigaray: “le labbra di chiuse di Maria sono come mani giunte, il necessario raccoglimento di sé con sé […] Il silenzio di Maria non è assenza di parole ma riserva di parole“. Per giungere alla scelta del silenzio è necessario però un rispetto profondo e una relazione autentica con sé e con gli altri.