È un castello conosciuto con diversi nomi: in arabo lo chiamato “Hosn al-Akrad”, la Fortezza dei Curdi. In Occidente lo conosciamo meglio come il Krak dei Cavalieri, il maggior esempio di castello medievale crociato. Gli abitanti dei villaggi vicini hanno notato degli strani movimenti. Camion che caricano e scaricano all’interno del castello nel cuore della notte, macchine con targhe strane, con stemmi araldici mai visti prima. Poi qualcosa in quei traffici va storto. Un’auto uscita dal castello al chiarore dell’alba finisce in una scarpata. I due passeggeri morti. Una guida turistica locale ritrova l’auto in fondo al burrone. Trova i cadaveri, poi apre il cofano e trova un’abbagliante sorpresa. Qualcosa per cui sono pronti a mobilitarsi i servizi segreti iracheni e siriani, così come la CIA e l’FBI. C’è un filo dorato che corre fra Baghdad e Londra, passa per Damasco, per il Krak dei Cavalieri e raggiunge l’Europa approdando nel Mani, in Grecia. Per seguire questo filo c’è bisogno di David Faure, il detective italo-americano protagonista anche del precedente financial-thriller di Marco Forneris, Il nodo di seta. Lo accompagnerà Jacqueline, giovane, bella e brillante arabista di Harvard che per arrotondare fa anche l’agente segreto della CIA.

L’oro di Baghdad ci riporta al 2004. L’invasione americana dell’Iraq è iniziata l’anno precedente e vedendosela brutta il regime baathista di Saddam Hussein deve aver escogitato qualcosa per salvare i suoi asset, coinvolgendo il paese vicino, la Siria. Immaginate la Siria nel 2004, sette anni prima del caos scoppiato nel 2011. Una sorta di pentola a pressione che si sta scaldando sempre di più, proporzionalmente al surriscaldarsi della regione a causa dell’intervento americano. David Faure e la sua compagna d’avventure Jacqueline dovranno per prima cosa recarsi in quel paese per capire cosa sia quel movimento internazionale di cui il Krak dei Cavalieri è divenuto il perno. Da lì parte il viaggio ricco di peripezie, di colpi di scena, di incontri incredibili, di scenari e paesaggi mozzafiato.

L’oro di Baghdad è una spy-story di 400 pagine che scorre via fra le mani, vi aggancia e non vi lascia più fino alla fine. La tematica di contesto è oltremodo attuale (la guerra in Medio Oriente), la trama avvincente, lo stile quasi mai sopra le righe, e non manca neanche un po’ di quell’erotismo che a certi libri non deve mai mancare. Ma la cosa che più intriga e incuriosisce del romanzo è il numero e la qualità dei cammei. Alcuni nomi? Vediamo, ai protagonisti che si recano a palazzo Tishreen, invitati a cena dal Presidente della Repubblica Araba Siriana Bashar Al-Assad, capita ad esempio di incrociare nell’atrio Qassem Soleimani, il regista occulto dei giochi iraniani nel Levante, il generale ucciso a Baghdad all’inizio di quest’anno da un raid americano ordinato da Trump. Oppure, seguendo le tracce dell’intrigo fino al Mani, ai protagonisti capita di essere invitati a cena niente meno che da Patrick Fermor Leigh, l’indefinibile e geniale britannico che sul Mani ha scritto un libro memorabile. Ma non basta, fra gli altri Abu Musab al-Zarqawi, Tamir Pardo, George Tenet, Paul Bremer e altri protagonisti storici coinvolti a vario titolo nell’intrico sanguinoso dell’invasione americana dell’Iraq, l’evento che ha gettato la regione del caos e le cui conseguenze sono ancora ben visibili ai nostri giorni. Personaggi storici che Forneris ha studiato attentamente, prima di restituirceli come personaggi nel suo romanzo.

Insomma L’oro di Baghdad è una spy-story riuscita, con tutti i crismi e con in più il sottoprodotto, diciamo così, di portare il lettore dentro i meccanismi di uno degli eventi contemporanei più intricati e complessi, ovvero la questione Medio Orientale e i suoi fondamentali intrecci con l’Occidente dell’Impero Americano. Oltre a passare qualche buona ora in compagnia di una trama avvincente, vi capiterà di capire qualcosa in più dei motivi politici, militari, strategici, economici e finanziari che hanno portato alla devastazione di quell’antica mezzaluna fertile da tutti riconosciuta come culla della civiltà.