Può capitare, a un certo punto, di imbattersi in un corto di Alfred Hitchcock e di vederlo col fiato sospeso. Di lasciarsi appassionare e vederne un altro, poi un altro e un altro ancora… Può capitare, dopo un po’, di andare in giro per casa in preda a uno spaesamento angoscioso alla ricerca di prove che il nostro convivente voglia ucciderci, o di uscire sospettosi, guardando la gente di sghimbescio, per indovinarne il lato oscuro. Può capitare, quindi, che il familiare, da rassicurante, sembri improvvisamente minaccioso, che il quotidiano mostri un risvolto ostile.
Il perturbante. Il sovvertimento dell’ordinario, l’Unheimliche, concetto freudiano che esprime il turbamento di fronte a situazioni sentite come familiari ed estranee al tempo stesso. È lì la chiave, ciò che agisce nelle storie di Hitchcock, e che destabilizza nel giro di poche pellicole i cardini profondi interni dello spettatore. Il perturbante, l’elemento perno, che insieme alla suspense e all’humour, è in grado di sconvolgere qualsiasi realtà armonicamente composta.

Al suono della Marcia funebre delle marionette di Charles Gounod, precedute dalla comparsa del famoso profilo stilizzato e dai memorabili prologhi scritti da James Allardyce, si aprono storie di un umorismo bizzarro e cinico, di critica alla famiglia come valore rassicurante, all’insegna dell’ambivalenza e dell’ibridismo, con oggetti comuni che diventano strumenti del delitto: il cosciotto d’agnello, il bicchiere di latte, la pelliccia, la cravatta… E le inquadrature che chiudono le scene: occhi fissi; volti congelati in una sorta di trance, quasi mummificati; o ammiccamenti inquietanti. Pensiamo alla scena finale di Lamb to the Slaughter, dove Barbara B. Geddes con un ampio sorriso fissa lo spettatore dopo aver servito ai poliziotti il cosciotto d’agnello col quale poco prima aveva bastonato a morte il marito. Un sorriso raggelante, simile a quello di Anthony Perkins, nell’ultima inquadratura in Psyco. E lo sguardo pietrificato di Keenan Wynn, che annaspa nell’acqua mentre sta per morire, nel telefilm Dip in the Pool, dopo essersi buttato da una nave, nel tentativo di vincere una scommessa. La sua complice, però, si rivela una malata di mente e non lancia l’allarme. E gli occhi spalancati di Joseph Cotten in Breakdown, quando creduto morto, viene portato all’obitorio in stato di coma vigile. Unico segno di vita, una falange ancora mobile, che però passa inosservata. E una lacrima.
«Guarda! – grida il medico – sono lacrime! È vivo!».

Insomma, se tutto questo vi affascina, se siete amanti del genere, se vi ritrovate inchiodati alla poltrona per scene di interminabile suspense, apprezzerete il libro di Beatrice Balsamo e Giorgio Simonelli: Brividi sul divano. Una piccola guida del brivido, che contiene titoli, curiosità e tanti spunti di approfondimento per gli appassionati dei film di Hitchcock.
Questo volumetto di circa 100 pagine, edito da Marietti, offre una panoramica dei prodotti cine-televisivi di Hitchcock e collaboratori, quelli che chiamiamo comunemente “corti”. Con informazioni su date, produttori, reti televisive; approfondendo man mano con cenni a trame, scene cult e riferimenti sul backstage, su autori e sceneggiatori: su chi, insomma, c’era effettivamente dietro questi telefilm, dato che gli episodi firmati da Hitchcock come regista sono soltanto 20. Gli altri traggono la paternità hitchcockiana dalla continuità tematica e stilistica; e il maestro del brivido, quando vi era coinvolto, si limitava alla supervisione e alla sceneggiatura. L’opera per il cinema e quella per la TV. Fino a risalire agli scrittori di riferimento del grande regista, alcuni dei quali furono, appunto, autori e sceneggiatori delle sue opere, come Cornell Woolrich e Roald Dahl.

E poi lui, Hitchcock, anche detto Hitch, che appare sui teleschermi in calzoni alla zuava; o con un’accetta piantata in testa; o camuffato con barba e baffi; e ancora che urla e scalcia trascinato in manicomio; o mentre sbeffeggia gli sponsor del programma (cosa inedita e inaudita a quei tempi!) in una sorta di amichevole cospirazione con lo spettatore contro le interruzioni pubblicitarie.

Il suo eloquio disadorno e la sua immagine distaccata e priva di espressione erano un brillante contrappunto a ciò che il pubblico gli sentiva dire e talvolta – a sorpresa, vista la sua mancanza di fisicità – gli vedeva fare!” (pag.21).

Cenni sulla vita, i problemi di salute, il rapporto non sempre facile con le donne dei suoi film; il ruolo dei corti sulla sua carriera, e più in generale l’impatto dei corti sull’universo televisivo; i rapporti tra cinema e TV a metà degli anni Cinquanta. Fino ad arrivare a quel sabato 17 gennaio 1959, quando la RAI inserì nel palinsesto serale Il falso indovino, della serie Alfred Hitchcock Presents. Un prodotto decisamente atipico rispetto alle linee editoriali del giovane servizio pubblico, indirizzate verso un’offerta perlopiù culturale e pedagogica.

Un’attenzione particolare è rivolta all’analisi dei meccanismi che operano nell’intrigo hitchcockiano; alla valenza psicologica della suspence; al concetto dell’eroe comune, il personaggio mediocre, protagonista della vita borghese, immerso in una precarietà insopprimibile.

Da questi eroi ci viene la comunicazione di uno stato di sofferenza e anormalità, che troviamo sovente rispecchiato in noi stessi” (pag.46).

La gran quantità di titoli, date e nomi, non appesantiscono la lettura, essendo ben intervallati da aneddoti, descrizioni di scene e particolari. In appendice, sono elencati con dovizia di dettagli i 20 film per la televisione con la regia di Alfred Hitchcock.
In definitiva, un must-have per i fan del grande regista, da leggere con la matita in mano e da riporre in un posto facilmente accessibile, per poterlo riconsultare all’occorrenza, e meglio comprendere l’opera di un uomo che lascia una traccia profonda nell’immaginario collettivo e quindi, di riflesso, nella vita di noi tutti.