Quando ho ricevuto il plico contenente “La confessione” ho pensato che al suo interno ci fossero due libri, non uno. Il romanzo della Burton, infatti, è piuttosto voluminoso e, a primo impatto, mi ha un po’ intimidito. Poi mi sono fatta coraggio: ho preso tra le mani le 526 pagine de “La confessione” e ho iniziato a leggerle. La sorpresa è arrivata presto: il romanzo sfila via rapidamente e senza alcun fatica. Nell’arco di pochissimo tempo mi sono ritrovata ai Ringraziamenti finali sentendo quello strano e malinconico dispiacere che si prova quando vorresti che un libro non finisse mai. “La confessione” è un romanzo che avvince e cattura fin dalle primissime righe. Una storia complessa ma, nel suo intimo, estremamente pura, così come sono puri i sentimenti ancestrali di chi vive. La lettura si fa accogliente e lieve anche per via delle numerose sezioni dialogiche che alleggeriscono gli eventi e definiscono la personalità di chi popola la storia.

Il romanzo si muove su due piani temporali diversi, da una parte gli anni ‘80 (in terza persona), dall’altra i giorni nostri (in prima persona). Le vicende si sviluppano in parallelo e in perfetta alternanza. Non si prova alcun disorientamento né senso di confusione, tutto rimane ben delineato anche se le due storie sono inevitabilmente connesse. Nella Londra degli anni ‘80 seguiamo la giovane Elise Morceau che, ad Hampstead Heat, in un freddo pomeriggio invernale, incontra Constance Holden, una donna più grande di lei, più famosa e più carismatica. Elise ne rimane incantata. Constance, detta Connie, è già una scrittrice affermata ma il suo fascino risiede soprattutto nella sua arrogante sicurezza, nel suo sapere esattamente cosa volere e come ottenerlo. Elise e Connie si innamorano in fretta ed Elise si ritrova all’interno di un mondo, quello di Connie, che l’attrae vorticosamente.

L’altra storia, quella contemporanea, racconta di Rose, una ragazza che non ha mai conosciuto sua madre. Rose non sa: suo padre ha sempre preferito tacere o glissare. Eppure la figura di quella madre mai vista la perseguita da sempre. Di lei Rose non sa nulla, non ha nulla. Per questo, fin da piccola, decide di inventarsi un passato che racconti il destino di sua madre affinché tutti sappiano quello che lei non conosce e che spesso è costretta ad immaginare per offrire alla donna che l’ha generata almeno un’identità e una storia da offrire al resto del mondo. Rose vive da sempre all’ombra di un’ombra, quella di una donna che l’ha lasciata e di cui non può afferrare nemmeno un ricordo. La situazione muta quasi inaspettatamente quando suo padre decide di rivelarle alcuni dettagli relativi al passato. Rose si avvicina, seppur in maniera flebile, alla figura di sua madre. Conosce qualche minuscola traccia della sua vita e a quelle particelle confuse si aggrappa con tutta se stessa.

Elise e Connie si trasferiscono a Los Angeles perché qualcuno, a Hollywood, ha deciso di tramutare un romanzo di Constance Holden in una pellicola da Oscar. Inizialmente entrambe sembrano elettrizzate dal caldo, dalla vitalità, dalle luci di Los Angeles. In realtà Elise, nell’arco di poco tempo, inizia a mostrare la sua insofferenza e il suo disagio. Il rapporto con Connie è divenuto per lei una sorta di dipendenza, un legame da divorare che, in realtà, la divora ogni istante. Un rapporto d’amore che somiglia sempre più a un’ossessione che Connie, da quando sono arrivate negli Stati Uniti, vive invece con maggiore distrazione e trascuratezza. Elise si sente messa da parte, esclusa, offuscata da altre persone e altre occupazioni: Connie non è più una sua esclusiva e ciò la induce a soffrire profondamente.

L’impulso, la vendetta, il rifiuto: il destino, a volte, procede spedito e affilato senza spiegazioni né appelli. Rose ha bisogno di capire, ha bisogno che qualcuno le spieghi, anzi le confessi, la verità su sua madre. Chi era, perché non ha lasciato tracce di sé, perché l’ha messa al mondo? I segreti svelati sono pochi, quelli da svelare arriveranno per gradi. Noi che leggiamo sappiamo abbastanza ma, in realtà, certe confessioni rimangono sospese o nascoste fino alla fine. Si parla di maternità in questo libro, maternità vissuto anche come inadeguatezza o come assenza. Perché non tutte le donne sanno essere madri e non tutte le madri sanno essere madri perfette. Nel mezzo ci sono fragilità, impulsi, nevrosi, timori e milioni di decisioni da prendere. Jessie Burton sa scrivere e lo fa con una semplicità che a volte disarma. Non le servono parole speciali o frasi ad effetto per raggiungere l’anima del lettore. Lei arriva con naturalezza e autenticità e, credo, sia questa una delle doti più preziose che fanno di una scrittrice una buona scrittrice.