Primo libro della nuova collana Testi del Medioevo Germanico della Meltemi Editore, questo brillante saggio di Alessandro Zironi dal titolo Il carme di Ildebrando. Un padre, un figlio, un duello (Meltemi Editore, 2019, pp. 176) ci propone un’analisi estremamente chiara ed approfondita di una delle opere “più intriganti, ma allo stesso tempo inafferrabili” fra quelle che la storia, benevolmente, ci ha permesso di ricevere dal passato germanico: è il più antico componimento eroico della tradizione letteraria tedesca, un testo di appena 68 versi, giuntoci privo di titolo (è la critica tedesca ad averlo chiamato Hildebrand(s)lied), che per ragioni stilistiche può essere definito una canzone e per la tragicità e la solennità che lo caratterizzano un carme, il cui unico testimone a noi pervenuto venne copiato in un manoscritto dell’abbazia di Fulda, in Germania, attorno agli anni trenta del IX secolo. È un testo di cui non si conosce esattamente l’origine e che presenta inoltre una veste linguistica che è quanto di più inconsueto si possa immaginare perché riporta forme fonetiche longobarde, bavaresi, franconi orientali, basso franconi e sassoni, in forma di versi lunghi germanici, cioè nel metro della poesia eroica.

Tramandata in origine per via orale, probabilmente assai prima dell’VIII secolo, e trascritta all’incirca tra la seconda metà di quel secolo e gli inizi del IX, la storia riportata dal Carme si inserisce a pieno titolo nel ricco panorama delle narrazioni teodericiane, dei racconti leggendari che fiorirono sul sovrano goto e che circolarono per secoli per l’Europa occidentale, dal continente, all’Inghilterra, all’area nordica (il Carme riprende in realtà un topos letterario riconducibile alla cultura indoeuropea, cioè il conflitto padre-figlio, presente, come ci ricorda Zironi, in area russa, celtica, persiana, oltre che germanica), ed è presto detta: Ildebrando, accompagnato in esilio Teodorico dopo che questi è stato sconfitto da Odoacre, torna in Italia con un esercito ma si trova di fronte le truppe dell’usurpatore. Dai rispettivi eserciti escono due campioni: il vecchio Ildebrando e il giovane Adubrando, per sfidarsi a duello. Dal dialogo fra i due Ildebrando capisce di avere dinanzi a sé il figlio che ha dovuto abbandonare poco dopo la nascita per seguire Teodorico. Il figlio si rifiuta di credere all’anziano padre e lo scontro diviene inevitabile. I due si affrontano in duello.

Zironi, con estrema precisione, ripercorre in queste pagine le fortunose vicende che hanno permesso al Carme di giungere fino a noi, scampando a distruzioni e bombardamenti e alle mire di cupidi profittatori; ne offre un’analisi codicologica e paleografica, un esame accuratissimo degli aspetti linguistici (fonetici e morfosintattici) nonché metrici, chiarendo come in base a questi ultimi non sia possibile risalire con esattezza all’area geografica d’origine; illustra con somma perizia il contesto culturale e le ragioni ideologiche che hanno portato alla sua trasmissione, per capire le quali bisogna risalire a qualche decennio successivo alla fondazione dell’Abbazia di Fulda da parte di Bonifacio, più precisamente a quando, dopo l’ascesa al trono di Carlo Magno (768) Fulda diviene un’abbazia regia sempre più coinvolta nelle vicende politiche del regno carolingio poiché posta sul confine con il regno dei Sassoni che il re vuole piegare al proprio controllo, pienamente inserita cioè nel sistema culturale da questi promosso. È sotto la guida di Rabano Mauro, infatti, abate tra l’822 e l’842 e già allievo di Alcuino, che il Carme di Ildebrando venne copiato.

È in questo contesto, dunque, che la presenza del Carme di Ildebrando in un manoscritto contenente testi religiosi acquisisce maggior senso, dando adito a una nutrita serie di ipotesi, tutte ugualmente plausibili, avvalorate dal fatto che, come ogni testo medievale che si rispetti, anche quest’opera si presti a una lettura polisemica. Se nel periodo più remoto, cioè durante la sua circolazione orale, il pubblico aristocratico che ne ascoltava la lettura poteva essere interessato soprattutto ai concetti di onore e fedeltà, che erano i valori condivisi dal gruppo sociale di appartenenza, o alla figura e alle vicende di re Teoderico, spesso mitizzato perché componente essenziale della memoria collettiva condivisa dai Goti e che sembra per questo aver goduto di una grande fortuna letteraria (anche per merito di Carlo, come ci testimonia il suo biografo Eginardo, cfr. Zironi: “la figura di Teoderico giocò un ruolo importante anche nella rappresentazione del potere da parte di Carlo Magno, che davanti al proprio palazzo ad Aquisgrana, a rimarcare una continuità fra il grande re dei Goti e se stesso volle la statua equestre che si diceva rappresentasse il re goto.“), la lettura del Carme, successivamente, nel periodo della sua trascrizione, potrebbe aver assunto un significato diverso, rispondendo a nuove istanze, legate più all’ottica cristiana e al contesto monastico in cui materialmente fu copiato: del tutto attendibili risultano, infatti, all’interno del mondo fuldense, le possibili finalità censorie nei confronti dei modelli comportamentali che corrispondevano all’etica e ai valori del mondo aristocratico-guerriero del tempo, il Carme, cioè, potrebbe essere stato utilizzato per stigmatizzare quelle condotte morali negative che si volevano combattere, con un’intenzione di natura educativa (“Qui si respingerebbe l’ethos guerriero, che trova appagamento nell’uso della forza, in quei valori come l’onore e la gloria, ben poco cristiani.“), rivolta in modo particolare ai giovani provenienti dalle grandi famiglie sassoni da poco sottomesse e conquistate alla fede cristiana che entravano nel monastero, così come non sarebbe da sottovalutare una lettura in chiave strettamente cristiana: “L’esilio di Ildebrando, in un’ottica cristiana, altro non sarebbe che un cammino di allontanamento utile all’espiazione delle proprie colpe e, ritornandone saggio, lo mette nella condizione di discernere il bene dal male. Adubrando invece è accecato dal male e quindi lontano dalla salvezza. Ildebrando, poi, incarna la sopportazione delle sofferenze che sono ineludibili nel corso del passaggio terreno dell’uomo. Il messaggio che verrebbe allora trasmesso è quello di saper sopportare il destino, anche infausto, perché la sofferenza dell’uomo è anch’essa transitoria e terminerà nel momento in cui egli entrerà con la sua navicella nel porto sicuro dell’abbraccio di Dio. Si tratta di una lettura convincente, che ben si armonizza con la riflessione teologica di età carolingia.

Ne risulta, in conclusione, un viaggio appassionante in un Medioevo per tanti aspetti ancora sconosciuto, ricco di fascino e di suggestioni, alla scoperta di un testo dal valore culturale e simbolico inestimabile. A Zironi va il merito di essere riuscito nella non facile impresa di soddisfare le esigenze del critico e del filologo da una parte e la curiosità del lettore inesperto dall’altra.