Primo libro della trilogia di Gérard Sorme, “Riti notturni” (Ritual In The Dark, 1960) è stato giustamente definito un romanzo “tra i grandi irregolari della letteratura inglese”; e, avendo presente “L’outsider”, l’opera più nota di Colin Wilson, potrà risultare comprensibile una sorta di “visione esistenzialista” per quanto riguarda i rapporti tra i protagonisti, ben lontana da un classico ed ordinario noir. Gérard è infatti un giovane londinese, a tutti gli effetti “un intellettuale che sfida le convenzioni sociali alla ricerca del senso profondo della vita”, ma che in questo suo procedere solitario e da “outsider”, grazie ad una modesta rendita, non ha l’obbligo di lavorare e semmai si può proporre come aspirante scrittore. Sarà proprio durante una mostra dedicata a Sergej Djagilev, il celebre impresario dei Ballets Russes e del grande Nijinsky, che il nostro Sorme incontrerà e stringerà amicizia con Austin Nunne, un personaggio del tutto particolare, un aspirante artista, gay, ricco, eccentrico, addirittura sadico, in perenne balia di appetiti non immediatamente confessabili. Un incontro che, rimanendo circoscritto in termini casti e puri, si approfondirà velocemente, approfondendo altre conoscenze morbose e insolite. Così Gérard avrà modo di fare conoscenza con padre Carruthers, Oliver Glasp, un pittore a dir poco disturbato, masochista, tormentato da una bambina dodicenne; e poi con la cugina di Nunne, Gertrude Quincey, una donna a suo modo “outsider”, tutta presa da pulsioni intellettuali e nel contempo dal suo ruolo di Testimone di Geova.

Gerard, personaggio profondamente inquieto, che già farà capire la sua delusione nei confronti della società londinese, avrà molto da discutere riguardo i suoi nuovi amici, o presunti tali: “A volte era quasi angelico. E aveva un bellissimo carattere. Ma altre volte, era come posseduto da uno spirito maligno. Cambiava umore all’improvviso ed era come se sentisse il bisogno di rompere qualcosa o di fare male a qualcuno” (pp.87). Tutte considerazioni e discorsi filosofici che però non rimarranno circoscritti tra chi subisce la fascinazione intellettuale di Nunne e dei suoi strani sodali. Sullo sfondo appaiono numerosi delitti, nei vicoli di Whitechapel, quasi fosse presente un erede di Jack lo Squartatore, motivato da reali perversioni sessuali, accanito nei confronti di prostitute e povere donne senza arte né parte.

A questo punto Gerard, ben lontano dal proporsi come una sorta di detective, continua a cercare le teorie più profonde che possano motivare sia i comportamenti di Nunne, sia i moventi degli omicidi. Fino ad arrivare, in totale solitudine, alla scoperta dei motivi di una tale brutalità, anche grazie alle pulsioni ancestrali, di fatto motori dell’agire umano.

Se alla fine quindi Gerard e le forze dell’ordine riusciranno a comprendere l’identità dell’omicida, va detto che il romanzo viaggia su un piano parallelo, su interrogativi a cavallo tra realtà ed illusione, sull’idea perversa di un omicidio alla stregua di un atto creativo: “Non è facile spiegare. Ma l’effetto è quello. È come avere una visione di una vita più ampia, l’impressione di essere stato defraudato dai poteri di un dio. È come se fossimo veramente degli dèi, come se fossimo veramente liberi, ma nessuno se ne rendesse conto. E tutto ciò si risveglia in noi attraverso il sesso” (pp.225). E infatti il sesso diventa argomento capitale nel romanzo, anche nelle parole di padre Carruthers: “Ma cosa c’entra questi con l’assassino? Ha a che fare con il sesso. Perché il sesso è il mezzo preferito dall’uomo per evocare lo spirito […] Ma neppure il sesso è infallibile. E l’uomo non sopporta l’idea di non avere nessun potere sullo spirito. Più i suoi sistemi fisici si rivelano inadeguati e più lui li persegue, con avidità. I suoi sistemi di evocare lo spirito diventano sempre più frenetici” (pp.246). Di fatto i tanti delitti del famigerato Jack lo Squartatore anni ’60 diventano pretesto di accanite discussioni che viaggiano ben oltre i singoli atti criminali e semmai appaiono strumenti per delineare una filosofia esistenzialista, nutrita di perversione sessuale ed anche di palesi contraddizioni. Si pensi ad esempio alla storia tra Sorme, Gertrude e la nipote di Nunne, Caroline.

Il romanzo, incentrato su dialoghi amplissimi, volutamente evocativi, appare davvero un pretesto per delineare una sorta di Bildungsroman in cui la illuminazione e la cura delle proprie insoddisfazioni rischia di nascere proprio dalla scoperta dell’atto omicida.