Diviso in due parti, ognuna coincidente con un periodo della vita del protagonista (che dopo alcuni episodi turbolenti si allontana da Bari e che in seguito decide di farvi ritorno da uomo maturo), questo primo, agile romanzo di Alessio Rega (Giro di vita, Les Flaneurs Editore, 2019, pp. 181) ci racconta con una lingua nitida e piana le vicende del giovane Gabriele, partendo dagli anni della sua prima adolescenza, dall’età cioè in cui tanta importanza hanno gli amici e le prime passioni, le uscite e le prime cocenti delusioni, gli amori che vorresti che durassero in eterno e la musica, la squadra del cuore, ma anche le incertezze e i dubbi, finanche il dolore dovuto al matrimonio finito dei suoi genitori, che lo ha segnato nel profondo e che lo affligge, per lo meno fino all’arrivo improvviso di Chiara, una ragazza che sembra offrirgli un appiglio e un barlume di comprensione, tanto da assurgere presto a ruolo di personaggio chiave del libro e di cui l’io narrante arriverà a dire: “Le nostre vite erano talmente intrecciate da essere in grado di scorrere all’unisono su binari paralleli“, e più oltre: “Lei occupava tutto lo spazio nella mia testa, scacciando quasi con violenza quello che non aveva niente a che fare con noi. Vivevamo in una dimensione che apparteneva solo a noi, in cui ci sentivamo a nostro agio senza la minima interferenza esterna.

Ma Giro di vita riesce anche a sorprenderci perché a un certo punto del cammino, quando meno te lo aspetti, ci offre inaspettatamente l’amaro risveglio dai sogni, quello che in certi frangenti potrebbe non piacerti ma che da solo può riuscire a farti crescere, aiutandoti a diventare adulto. Ci narra anche il momento cruciale in cui Gabriele decide di partire per Milano per dare vita a un nuovo inizio, tutt’altro che facile. È il momento più significativo della storia, che precede una grande ellissi, una parentesi che si apre nella sua vita e che dura ben sette anni, e che prelude al ritorno negli stessi luoghi della Bari lasciata da adolescente (“ero di nuovo davanti ai fantasmi del passato, alle possibilità non colte, tralasciate. Alle ferite che non sapevo se potevano dirsi o meno rimarginate“), quando il protagonista porrà fine a un distacco dalla terra natia che però gli ha aperto gli occhi e che gli consente di vedere finalmente con uno sguardo nuovo la realtà da cui era fuggito, di farsi un’idea più concreta di come vadano le cose e di come forse andavano lette, a cui seguirà anche l’occasione per riannodare alcuni fili un tempo spezzati.

Ne risulta un romanzo assai piacevole, si direbbe un romanzo di formazione, in cui la voce narrante, in modo asciutto e diretto, senza alcuna digressione, ci guida con mano sicura lungo il percorso di crescita di Gabriele, accompagnandolo fino alle scelte ultime che faranno di lui un uomo maturo, condividendone la volontà di emanciparsi, di voler camminare da solo, di trovare la propria strada e di “sfidare a testa alta il destino“, che è forse il messaggio ultimo e più forte del libro. È un romanzo che come il nastro della vecchia audiocassetta che tante volte ricorre come elemento grafico da una pagina all’altra del libro ci consente di tornare in fretta indietro e di fare un salto a pie’ pari nella nostra giovinezza, nelle esperienze di vita che abbiamo bene o male condiviso tutti, riportandoci in un batter d’occhio nel pieno di quel mondo di mezzo, mai facile da narrare, in cui non si è né più ragazzini ma neanche adulti a tutti gli effetti.