Come spesso accade in Italia Giampaolo Pansa ha dovuto subire uno degli attacchi personali più feroci e insolenti proprio subito dopo la sua morte. Autore di questi insulti il noto critico d’arte Tomaso Montanari che, a quanto pare, ha voluto ribadire senza alcun distinguo tutto il suo disprezzo per il giornalista piemontese, tacciandolo di essere stato “uno dei più efficaci autori dell’equiparazione sostanziale fascismo-antifascismo”, autore di “carta straccia che racconta una storia falsa”, e così via. Andando così ben oltre le pacate critiche di Marco Travaglio che proprio in quei giorni aveva raccontato con grande equilibrio i suoi limiti: “era impossibile non litigare con lui, anche perché cambiava continuamente idea. O forse cambiava semplicemente umore (il che, secondo me, spiega il suo accanimento sui delitti partigiani: la sinistra li negava e lo attaccava, lui esagerava all’opposto, per tigna)”.

Una premessa probabilmente necessaria per meglio inquadrare il senso del libro “Il dittatore”, di fatto l’ultima opera di Pansa e soprattutto memoir di un vecchio giornalista che ha voluto raccontare le ottusità della sinistra e della destra italiana e che si è voluto raccontare in prima persona. In questo modo – e non ci voleva molto – smentendo le accuse di essere diventato neofascista, falsario e chissà cos’altro. Questo smentire il suo presunto neodestrismo – “in molti ci accusavano di essere eccessivi nel nostro duello con il Cavaliere. E qualche volta l’ho pensato anch’io. Ma oggi devo ammettere che avremmo dovuto essere ancora più accaniti nello scontro con lui”, pp. 15 – ha voluto dire imbastire un libro senza un impianto solido, quasi un memoir appunto costruito in grande libertà, frutto di considerazioni sconsolate sull’Italia di questi ultimi quarant’anni. Considerazioni che inevitabilmente sono tornate alle discutibili ma legittime scelte di dedicarsi ai “vinti” della guerra civile italiana: “Nel 2003 avevo pubblicato una ricerca su quanto era accaduto dopo la fine della guerra civile, nei mesi successivi all’aprile del 1945. L’indagine, molto accurata e mai smentita, riguardava le stragi compiute ai danni dei fascisti sconfitti. È “Il sangue dei vinti”, pubblicato dalla Sperling & Kupfer. Invece di vantarsi che un giornalista del loro campo avesse trovato il coraggio di raccontare quello che nessuno aveva osato rivelare prima, i sopravvissuti dei Pci e della Rossa Anpi mi investirono con una violenza che non ho mai più incontrato” (pag. 62). Una violenza che in un personaggio difficilmente impressionabile di fronte alle accuse di “revisionismo”, ha provocato, come giustamente ha ricordato Travaglio, un accanirsi autolesionista; che oltretutto ha provocato uno speculare autolesionismo da parte dei paladini senza se e senza ma della Resistenza.

Se questa volta non siamo di fronte ad un autentico libro militante “per tigna” ci troviamo, come anticipato, a leggere un’opera con contenuti estremamente vari e dove l’io narrante tende a prevalere sull’analisi dei fatti. Analisi estremamente pessimista, come lo era al tempo dei suoi libri “revisionisti”, e che questa volta Pansa tende ad indirizzare tutta al cospetto del cinismo di un personaggio “che sembrava un politico di terza o di quarta fila”: il Capitano Salvini.

Basandosi sulle storie di un’Italia descritta nelle sue condizioni più drammatiche, almeno nella fantasia degli elettori che per risolvere i loro problemi vanno in cerca di un padrone autoritario, e sulle diverse divagazioni dedicate a discutibilissimi supporter e antagonisti del “capitano” (Armando Siri, Cairo, Bossi) nonché sulle premesse dell’era salviniana (Orsenigo, i primi aspiranti dittatori all’esordio della seconda repubblica), Pansa ha scritto letteralmente un pamphlet che si confonde senza troppe remore con un diario personale e con uno sguardo tragico che abbraccia tutta la storia della Repubblica italiana. Fino ad arrivare appunto al “dittatore”, la cui carriera è stata spianata da una sinistra affetta da un devastante morbo suicida: “Che cosa sta facendo il Capitano leghista per evitare il crollo finale della nostra democrazia? Nulla. Salvini ha in mente una cosa sola: diventare il padrone del paese. Per riuscirci è disposto a mettere in atto qualsiasi bestialità. È facile prevedere quello che farà se riuscirà a diventare il capo del governo. Una delle sue mosse di certo sarà l’abolizione del 25 aprile. Il boss leghista è sempre stato un ignorante in fatto di storia patria […] E con il trascorrere degli anni la sua ignoranza è cresciuta a livelli grotteschi” (pp.93).

Pansa alla fine si congeda con una sorta di lettera all’onorevole Salvini, accusandolo di aver fomentato la paura degli italiani e di avere offerto ricette semplici a problemi complessi; ma, nonostante i toni disfattisti dell’intero libro, chiude con un monito che potrà essere interpretato come estremamente pessimista, oppure con un’inaspettata dose di fiducia: “Gli italiani sono spesso caduti nell’errore di seguire il pifferaio magico che in quel momento offriva ricette semplici per risolvere problemi complicati ed evitare gli inevitabili sacrifici […] Allora cosa accadrà? Rammenti un vecchio detto popolare che recita: temete l’ira dei calmi”.