La trama è incentrata sul triangolo amoroso tra Marcel Duchamp, per gli amici Victor, Pierre (ossia Roché, l’autore stesso) e Patricia, la bella, ricca ed originale Beatrice Wood, all’epoca compagna ufficiale di Victor.

Ritrovarsi coinvolto in una situazione ambigua, stretta tra amicizia, amore e il confine sottile tra entrambi i sentimenti, non è cosa certamente nuova per Roché, che aveva già avuto modo di descrivere un’altra esperienza simile in Jules e Jim, romanzo di enorme successo portato sul grande schermo da Truffaut.

A fare da sfondo una New York degli anni Venti, in straordinario fermento artistico e culturale: l’affermarsi del Dadaismo, l’atelier di Duchamp, gli artisti che vi ruotano attorno, le riviste, la boxe, il teatro. Un mondo in piena e continua evoluzione, mai statico, dinamico.

E dinamici sono anche i sentimenti provati talvolta dai numerosi personaggi che sfilano in queste pagine appena abbozzate, negli appunti di un romanzo che sarebbe stato, nei dialoghi accennati, nelle frasi, negli appunti di un’opera incompleta, sfuggente. E per questo ancora più vivo ed interessante.

Il mondo tracciato da Roché incanta, seduce. Si ha la voglia, inconfessabile, di trovarsi lì con lui nelle sale piene di gente in maschera per un ballo, tanto quanto negli ambienti intimi e privati tratteggiati con lo stile rapido ed asciutto che contraddistingue la sua scrittura.

In questo non finito, in questa discontinua idea di scrittura, le ambientazioni si susseguono e si mescolano come i sentimenti, senza punti fissi e senza certezze: “Si conosce male l’amore che si prova”: nessuno sa se e quanto e come ama. Un libro di mancate scelte. Sia da parte del narratore che da parte dei personaggi.

Le donne che conosce Pierre sono “pronte a morire piuttosto che a uccidere, pronte a essere felici se fosse capitato”. Se fosse capitato, appunto. Donne che non scelgono e si lasciano scegliere. Deboli? Non necessariamente, ma certamente non disposte a lottare. Piuttosto adatte ad aspettare senza far niente per indirizzare sentimenti e decisioni. In un verso o nell’altro.

Alice, innamorata di Pierre, comprende questo strano meccanismo, questo modo passivo di rapportarsi all’amore: le appartiene, ci si riconosce, accetta che non porti da nessuna parte, accetta che le cose scivolino così, senza concretezza: le cose sono, e basta.

“Dove ci porta tutto questo? Questo non conduce, esiste”.

Cosa rende un amore qualcosa di diverso, di superiore? Lo stabilire da principio una direzione o l’esistenza stessa dello stare insieme?

E quindi Pierre si lascia condurre dagli eventi, e così Patricia. Ma non Victor, l’unico che attraverso le sue azioni determina la vita degli altri. Victor, troppo razionalmente consapevole di sé, opera e agisce, allontana chi vuole lontano e avvicina in modo magnetico chi vuole avere accanto. Personaggio attorno al quale gravitano, più o meno spontaneamente, tutti gli altri, Victor brilla di una personalità eccezionale, quella dell’artista, che tutto può permettersi, persino vivere un’esistenza irregolare, fantastica, diversa. Migliore?

Victor appare come un vero documento, un “romanzo” che è, in realtà, lo sforzo critico di chi lo ha riportato alla luce. La genesi di un’opera in costruzione, un’opera che porta con sé tante letture ed interpretazioni quante sono le possibilità messe in luce dall’autore e lasciate lì, sospese tra le pagine.