Berlino, notte del 30 gennaio 1933. Forse non è un caso che la prima immagine con cui si apre il romanzo (Paolo Bertetto, Odio senza fine, Mimesis Edizioni, 2019, pp. 544) sia quella di una camera da letto avvolta dal gelo in cui Annelore, personaggio chiave e filo conduttore della vicenda, tenta strenuamente di riscaldarsi sotto le coperte, senza riuscirci, un’immagine che non è solo lo specchio immediato della profonda solitudine in cui versa la donna e del senso di angoscia dilagante che ne pervade l’esistenza, come di quello delle persone che la circondano, ma che è anche la perfetta metafora della condizione di un intero paese, che ben rende, cioè, assieme agli incubi che la tormentano e l’assillano, in cui ricorrono il volto deformato di Göering e le violenze urbane perpetrate dalle SA, l’idea inconfondibile di una fine.

È la notte che precede di qualche ora la salita al potere del Nazismo. Di lì a poco, alle 12.40, Adolf Hitler verrà ricevuto dal Presidente della Repubblica von Hindenburg che gli affiderà la Germania, paese che guiderà in pochi anni al disastro, nel baratro più oscuro, mettendo a ferro e fuoco l’Europa e uccidendo milioni di persone.

Da qui, da questo punto di partenza fatidico e tremendo, la narrazione procede abbracciando con uno sguardo straordinariamente ampio le maggiori vicende europee degli anni Trenta, calandoci mirabilmente nel clima cupo e oppressivo della Germania nazista, di cui avvertiamo violenza e paura imperanti, nella guerra civile spagnola, tra fazioni e schieramenti rivali, in una Trieste multiculturale e cosmopolita, finanche nella Russia bolscevica degli anni bui e tremendi dello stalinismo, raccontata attraverso gli occhi degli esuli, che rimpiangono una patria tanto amata e agognata ma stretta dal pugno di ferro di un dittatore feroce e assetato di sangue, ex spia zarista ed emulo di Hitler. È un affresco incredibile, unico per la capacità di ricostruzione storica e sociale che esibisce come anche per il fatto di saper rendere in modo vivo e netto il senso e lo spirito di un decennio così significativo per la comprensione del Novecento (“La storia è una tragedia e questi maledetti anni trenta sono gli anni della tragedia peggiore. Un unico mattatoio sotto il sole dell’Europa. L’apocalisse. La fine degli ebrei. La fine del mondo“).

Bertetto ci narra tutto ciò attraverso la vita dei personaggi più vari, a cui dà voce e carattere propri, facendone affiorare il pensiero, i desideri, le illusioni, riuscendo a trarre da ognuno le note migliori. C’è chi fa il mago e predice il futuro, chi vive di espedienti, chi fa la spia e ben conosce il gioco delle parti e che tenta di sfuggire a una morte impietosa, un poeta infatuato del nazismo e che pagherà di persona, una ballerina e il suo assassino, ma anche chi, tra i tanti, purtroppo, si illude che il Führer porterà alla palingenesi e farà grande la patria; troviamo giovani ebrei che faticano a credere che il mondo possa precipitare davvero e chi confida nel fatto che la Germania abbia ancora gli anticorpi giusti per uscirne indenne e tornare indietro, e poi leggiamo di Annelore, una donna dallo spirito indomito che non scende a compromessi e che non si arrende di fronte alle menzogne e alle finzioni del caporale austriaco ma che tenta di risalire con le proprie indagini fino all’origine di questo male senza fine, ai motivi, al perché e al come si sia potuti finire in questo baratro tremendo e senza via d’uscita, scrivendo prima di un dittatore e poi di un altro, della loro infanzia e dei legami familiari (“Che cos’è poi il male? Malum privatio boni, dicevano i teologi. Ma il male esiste ed è la vittoria di forze incontrollate che esprimono solo vendetta crudeltà e distruzione.“). Risulta insomma notevole la capacità dell’autore di farci vedere, attraverso le vicende di cui ci parla nelle pagine, come il male possa appropriarsi indistintamente della vita “normale” di tutti, fino a condizionarne e a determinarne le scelte, facendo di alcuni delle vittime, di altri dei carnefici.

I pregi di questo romanzo sono tanti. Bertetto innanzitutto dimostra di avere una grande vena creativa. Ci propone una scrittura che non è mai superficiale, mai sciatta, ma che è curata fin nel particolare, con la quale riesce a connotare brillantemente ogni singolo personaggio, intrecciando voci e vicende in una orchestrazione davvero sapiente, fatta di tanti episodi tenuti assieme da rimandi, da richiami intratestuali (“insegne alzate verso il cielo, labari“) che danno un ritmo serrato e legano il tutto in una sorta di apparente ma efficace disarmonia, molto significativa. Ci illustra inoltre, in modo estremamente chiaro, come sia possibile leggere nell’orrore e nella crudeltà dei gulag e dei lager la crisi e la fine dell’idea di civiltà e di umanità, nonché la dissoluzione di ogni verità morale, come anche il fallimento inglorioso del pensiero razionale, e questo nel cuore della civilissima Europa, nell’Europa del cristianesimo e dell’Illuminismo (“Non illuderti, povera cara Annelore. Il tempo della ragione è finito. Ora è il tempo dell’odio e della morte. Della necrofilia al potere“).

È un romanzo dalla grande forza narrativa, dal respiro ampio, dall’acuta profondità analitica e psicologica, di sicura rilevanza sociale e storica. Dal punto di vista letterario è senza dubbio la più bella sorpresa di questo anno nuovo.