“Gli si nasconde la verità in modo che tutto sia bello, pulito, perfetto. Nella nazione perfetta che lui crede o fa finta di credere sia la Germania Est. Il potere è prigioniero delle proprie menzogne ed è così costretto a mentire continuamente, su tutto e su tutti, negando ogni forma di evidenza” (pp.56).

Queste le parole non di un accanito contestatore della dittatura tedesca, quella sotto il giogo di Erich Honecker per intenderci, ma addirittura di un maggiore del controspionaggio della DDR, Martin Krause. Un militare al servizio di un regime oppressivo e che in tutta evidenza, almeno nel segreto del suo diario, può confessare la sua crisi di coscienza ed aprirsi ad un’analisi autentica dei fatti, non condizionata dalle illusioni costruite per puntellare il regime. Da questo punto di vista Paolo Grugni è stato abile a presentarci un romanzo che non è semplicemente costituito da vicende di sangue, noir e mistero; ma è ben altro.

La vicenda è infatti ambientata a Berlino Est nel 1976, proprio l’anno in cui la dittatura si celebrò durante il nono congresso del partito rivendicando di guidare “la vera e unica Germania”; e qui, nonostante la presenza di uno Stato pianificato in apparenza fino all’inverosimile, sono avvenuti dei delitti a dir poco inquietanti che sono sfuggiti al controllo ossessivo delle autorità tedesche. A Martin Krause viene affidato, pur sempre nella massima discrezione, l’incarico di indagare sulla morte violenta di Jula, una giovanissima ragazza, a Treptower Park. La giovane vittima di primo acchito appare irreprensibile, fino al momento in cui si scopre dei suoi frequenti trasferimenti nella Berlino Ovest. Da lì a poco l’indagine di Krause si complica perché avvengono altri omicidi di altre giovani ragazze avviate alla prostituzione e si scoprono strani legami con agenti dei servizi segreti, nonché strani rapporti tra personaggi malamente incardinati nella vita di Berlino Ovest e alte sfere dell’Est. Alla fine Krause riuscirà a trovare il bandolo della matassa e quindi ad impedire altri feroci omicidi. Al maggiore, peraltro figlio di due italiani rifugiati nel secondo dopoguerra all’Est in cerca di protezione, sarebbe stato tolto l’incarico dell’indagine in tutta evidenza per evitare di coinvolgere alcuni grossi nomi del regime; ma ormai disilluso sulla sua vita in quel di Berlino Est, deciderà di continuare la sua missione a costo di fuggire all’Ovest pur di fermare l’assassino. E lo farà portando con sé una giovane donna, anche lei estremamente disillusa, ma non tanto da non poter immaginare di vivere con lui una vita diversa e finalmente meno dolorosa.

Come potrete intuire “Il palazzo della lacrime” è molto di più rispetto il racconto di una singola vicenda criminale. Sopratutto grazie alla scelta di aver impostato un lungo diario, dove il protagonista ha l’opportunità di confessare i suoi segreti e i suoi più profondi disagi per quello che vede e subisce, il romanzo di fatto diventa la testimonianza di un’epoca assurda, fatta di incredibili vessazioni volte a livellare il pensiero dei cittadini dell’Est. Insomma un quadro triste e avvincente – le felici contraddizioni della letteratura – che descrive le contraddizioni di un popolo letteralmente in ginocchio, in parte ancora illuso sulla bontà del regime, in parte non più ma senza mezzi per ribellarsi ad una classe di politicanti corrotti e, come scopriremo leggendo “Il Palazzo”, magari in rapporti inconfessabili proprio col peggio del capitalismo liberista dell’Ovest. Da questo punto di vista va detto che Grugni, pur mettendo al centro del romanzo le falsità e i crimini perpetrati da Honecker e dai suoi scherani (nonché dal sistema pervasivo della Stasi), certamente non intende presentare un quadretto edificante della vita nella Germania Ovest. Krause parlerà in maniera molto esplicita sulla sua concezione di socialismo e in tutta evidenza, da uomo finalmente libero, non perdonerà niente ai costruttori-distruttori della DDR e ben poco anche al sistema dell’ovest, temendo che l’uomo, privato dei principi dell’uguaglianza, si possa autodistruggere, “diventando una marionetta nelle mani del potere borghese e capitalista”.

Un timore che chiaramente Grugni nel suo romanzo ha espresso con maggiore enfasi sui disastri di un socialismo mal compreso. Un socialismo che, “come tutte le ideologie, ha in sé una potente suggestione ipnotica, liturgica, offre cura e riparo dall’alienazione di questo mondo, offre una casa dove tutto sembra acquistare un senso” (pp.287). Appunto “sembra”, come ha dimostrato il sofferto diario di Martin Krause.