Vincitrice dell’European Union Prize for Literature ed edita in Italia da Mimesis nella preziosa collana eLit, Non c’è, e non deve esserci di Edina Szvoren è una breve ma intensa raccolta di racconti che ci presenta una Ungheria intima, familiare, osservata dall’interno delle mura di casa, raccontata attraverso le storie di alcuni personaggi colti a più riprese nell’arco della loro vita, dall’infanzia all’età adulta, il cui destino è quello di incontrarsi, sempre però nel raggio ristretto della quotidianità di una vita ordinaria.

In molti casi i racconti sembrano proporre uno sguardo dal basso, e quindi innocente, ingenuo, a volte sbalordito, sulle cose, poiché le voci narranti sono per lo più di bambini che guardano, si interrogano, si stupiscono della mancata corrispondenza degli adulti che li circondano, che sono eternamente impegnati a fare altro, e i cui silenzi, i cui gesti, le risposte non date, non fanno che generare nell’animo dei figli domande ulteriori, dei dubbi che restano tali e che non vengono mai sciolti, originando così una sensazione di generale incomprensibilità. A ciò si aggiunge la viva impressione che in ambito familiare i conti rimangano sempre aperti, che le partite non si chiudano, neanche con gli anni, che i turbamenti restino in fondo presenti nell’aria, nella testa dei personaggi, come se fossero destinati, per un qualche motivo arcano, a non avere mai fine (“La morte di Mi“). A venir meno è, a tutti gli effetti, ogni minima possibilità di confronto e non è un caso, allora, che molti racconti siano dei monologhi e che siano pochi, molto pochi, i dialoghi.

Macchia per esempio, primo pezzo della raccolta, ci mostra in modo chiaro come ci sia un muro invalicabile che separa i due mondi, quello degli adulti e quello del bimbo voce narrante (“Mina […] non mi chiede mai perché la mia fronte odori di scarpe.“, “L’allenatore non mi ama, ma nemmeno mi odia.“), muro che viene evocato già nell’incipit quando il protagonista ci descrive dalla finestra la pioggia fitta che lo obbliga a rimanere all’interno. Padre e madre, qui come altrove nella raccolta, non prestano quasi mai attenzione ai figli, o perlomeno non quanta loro ne vorrebbero, o intervengono solo per punirli o minacciarli. La vita dei grandi risulta quindi ai loro occhi indecifrabile, come indecifrabili sono le scelte che ne regolano il funzionamento (“Nemmeno allora era possibile capire chi non amava chi.“), questo sia dentro casa che fuori, una realtà triste da accettare a cui il protagonista risponde mettendo in bocca la linguetta della zip e i pugni in tasca (una reazione di difesa assunta dopo la separazione dei genitori). Qui lo stile della pagina segue il monologo interiore del piccolo e restituisce bene i pensieri e gli atteggiamenti di un bambino trascurato.

Una situazione molto simile ci viene narrata nel racconto Mezz’ora dura meno di un canto chassidico, in cui le scelte di un padre sono sempre difficili da capire (“I litigi a scuola si accendono e si placano nel giro di due minuti. Ne occorrono al massimo dieci per cambiare amica o per farla spostare di posto definitivamente. Il Padre è diverso.“). Nei silenzi o nei gesti muti che spesso accompagnano la sua vita (“Il comò è pesante come il silenzio del Padre: sarebbe possibile toglierlo da sopra le storie incompiute solo se qualcuno aiutasse la bocca vermiglia.“) ecco dunque che acquisiscono maggior peso gli oggetti presenti nel campo visivo, quelli di uso quotidiano (“Il Padre segue con lo sguardo soltanto la punta della forchetta, l’orlo del bicchiere e il tovagliolo, come se fossimo fatti di infiniti moscerini volanti che non trovano la luce.“), o il senso poco chiaro di alcune parole, sulle quali i giovani protagonisti dei racconti sembrano interrogarsi parecchio.

I bambini hanno uno sguardo attento, indagatore, che non perdona. Gli adulti si dimostrano il più delle volte inadeguati dinanzi alle loro richieste, o meglio, è come se i grandi, nel procedere assorti e imperscrutabili sulla propria strada (“Scrutare il viso di Papi non mi aiuta a capirlo.“), su una via che non è detto essere quella condivisa dai figli, svelassero di essere un qualcosa di diverso da quello che i bambini hanno ritenuto che fossero, di non aderire propriamente ai loro modelli. Peggio ancora quando i genitori si rivelano poco sinceri o vengono smentiti dai fatti (“Non è riuscita a procurarsi i soldi per l’ingresso al giardino zoologico, ha detto. Invece si è solo dimenticata, lo so.” in Sette capitoli di un racconto), come si evince molto bene, in più di un caso, nel racconto intitolato Aquilone, attraverso le differenti constatazioni degli uni e degli altri, cioè attraverso quello che vede la figlia e quello che vede il genitore.

Ecco allora che mentre il mondo dei bambini è fatto di scuola, di compagni e maestre, di oggetti d’uso scolastico e di domande sulle cose più semplici che attraggono la loro attenzione (“Perché devono essere proprio sette i giorni che vanno insieme?, mi chiedo. Gradirei che i nomi dei giorni non si ripetessero ogni settimana. A volte il tempo rimane bloccato e allora c’è una piccola pausa. Non solo non so cosa verrà dopo, non so nemmeno se ci sarà un dopo” afferma la piccola protagonista del racconto principale Non c’è, e non deve esserci), tutte cose che gli adulti danno per scontato e sulla cui natura in realtà non si interrogano più da anni, il mondo di questi ultimi è invece traballante, incerto, insicuro, poco affidabile. Ci sono madri che soffrono per i tradimenti del marito o perché sono state lasciate (“La morte di Mi“) e che si attaccano gelosamente ai figli, da cui la tragica conclusione: “Mammina, mia unica e sola, sulla Terra non c’è felicità” a cui giunge la bimba voce narrante in “Non c’è, e non deve esserci” (tra le cui righe si potrebbe intravedere un’idea nel complesso negativa del rapporto di coppia in sé, inteso di fatto come lontananza, mancanza di rispetto, difficoltà di interazione, poca disponibilità alla comprensione, tutti aspetti riscontrati nel rapporto di coppia dei genitori e che sono ripetuti nei rapporti di coppia dei figli divenuti ormai grandi), oppure padri che si rivelano fragili, nonostante il ruolo ricoperto, e da cui ci si attenderebbe tutt’altro (“Isacco“), oppure distanti, non solo fisicamente, o distrutti dall’alcol (“Hundeschule“).

A volte la presenza del muro che impedisce la comprensione del mondo familiare si estende dai bambini che ne fanno parte anche a coloro che da fuori si ritrovano ad osservarlo, come in La torre di Babele e in Giù, al parco giochi, un mondo che non si comprende ma da cui si è anche esclusi.

A corroborare questa visione complessiva è inoltre il fatto che l’autrice usi spesso gli appellativi di Madre, Padre, Figlia, con l’iniziale maiuscola, che induce a pensare che i personaggi di questi racconti vadano letti proprio in base alla funzione da loro svolta nel mondo familiare, così come in questo ambito esclusivo vadano letti i loro gesti e i loro pensieri (“Il padre e la madre sono i miei genitori, ma quando sono scoraggiata non sento alcuna prossimità con loro. In quei momenti anche un nome proprio mi suona strano, quello di mio marito. Quanto più è comune, tanto più mi è estraneo. Mio marito potrebbe festeggiare il proprio onomastico anche tre volte l’anno, se volesse. I miei genitori due volte, io soltanto una. Il suocero di mio è mio padre…” in Regina).

I racconti della Szvoren, insomma, così espliciti nell’illustrare la caduta dei miti nel modesto e povero ambiente familiare, ci permettono di indagare, non solo dal punto di vista razionale ma soprattutto col cuore, un qualcosa che è a noi estremamente vicino, di cui facciamo esperienza, perché è sotto i nostri occhi, tutti i giorni, ma il cui senso ultimo, a volte, può apparire molto lontano.