Avete presente quando la domenica mattina, più o meno all’ora di pranzo, saltate da un canale televisivo all’altro e v’imbattete in qualche film italiano anni ’60 o ’70, magari anche in bianco e nero se più datato? Poi se siete troppo giovani per ricordarveli, vi sale un po’ la curiosità di vedere come andavano le cose in quegli anni, mentre se li avete vissuti, provate una leggera nostalgia. Vi ci ritrovate?

Ecco questo libro ha più o meno quell’effetto: venne pubblicato originariamente nel 1960, poi di nuovo nel 1977 e infine adesso. Trattasi fondamentalmente di un giallo: ambientato nella Roma degli anni ’60, in particolare in Via Del Governo Vecchio, un vicolo del centro che però nel libro sembra assumere il rango di vero e proprio microcosmo indipendente e autosufficiente.

Protagonista è Armando Baldassarre, detto Dindo, un quarantenne poliziotto ormai da dieci anni impiegato nell’Archivio Corpi di Reato, un dipartimento dove in genere vengono mandati in confino i dipendenti meno capaci. Dindo in verità avrebbe tutte le capacità per essere un valido membro delle forze dell’ordine, sfortunatamente però la sua carriera è stata segnata da un episodio accaduto dieci anni prima, quando per un caso fortuito giunse sul luogo di un delitto quando ancora c’era l’assassino: Dindo però non lo riconobbe e anzi, lo aiutò a far ripartire la moto, favorendogli così la fuga e facendo credere ai vicini di essere un complice. Venne così spedito in questa sorta di cimitero degli elefanti, l’Archivio Corpi di Reato. Tuttavia non tutto il male vien per nuocere: il collega che è chiamato a sostituire, deceduto per aver ingerito una pasticca di cianuro che aveva scambiato per un antidolorifico, si scopre essere stato una sorta di trafficante di reperti legati a reati, che diventano legalmente vendibili dopo dieci anni. Dindo scopre un appartamento in Via del Governo Vecchio zeppo di questi oggetti e scavando scopre che esiste un vero e proprio mercato di persone interessate a siffatti reperti.

A quarant’anni quindi Dindo è felicemente sposato, con un figlio, uno stipendio statale arrotondato dal suo commercio di reliquie criminali e la prospettiva di restare in quella situazione fino alla pensione. Coltiva in segreto la sua passione, la pittura, nascondendola alla moglie e utilizzando l’appartamento dei reperti come studio.

A turbare il tutto, un doppio delitto, da cui il titolo: due decessi contemporanei nello stesso palazzo, un vecchio nobile e Romolo, lo stagnaro, compare di tresette del nostro protagonista. Alla vicenda poi s’intrecceranno compagnie assicurative senza scrupoli, parenti avidi di mettere le mani sull’eredità, perversioni nobiliari ed una moglie inviperita.

L’autore, Ugo Moretti, si dimostra un abile narratore, forse scrivere gialli non era in cima alla lista delle sue preferenze, come rivelato nella prefazione dell’amico Diego Zandel, ma di sicuro gli riesce bene. Tant’è che da questo libro venne tratto anche il film del 1977 “Doppio Delitto”, con Marcello Mastroianni nel ruolo del protagonista.

Il punto forte del libro è la velata comicità che lo pervade: le situazioni assurde, tragicomiche e che magari fanno sorridere amaramente perché ci ricordano anche le nostre vite, ma forse è proprio questo alla base di quel grottesco che spesso pervade la commedia all’italiana. A tal proposito ritengo magistrale lo sfogo con cui il questore spedisce Dindo all’Archivio Corpi di Reato: “La trasferisco. Il funzionario addetto all’archivio dei Corpi di Reato è morto l’altro giorno per aver ingoiato distrattamente una pastiglia di cianuro invece di un optalidon. Spero che lei soffra di molti mal di testa e sulla sua distrazione ci conto. Le assicuro che firmerò con estremo piacere la nota spese dei suoi funerali, quando accadrà, il più presto possibile…E inutile che tocchi ferro e si gratti, ho una tale potenza che farei schiattare un cammello d’idropisia, se l’odiassi come odio lei questo momento. Se ne vada, disonore!”

Ho trovato questo libro molto piacevole: capitoli brevi, narrazione veloce ma non convulsa, trama avvincente, con un adeguato numero di personaggi tutti ben costruiti. Si tratta senza dubbio di uno sguardo ironico su come “eravamo”, che alla fine forse non si discosta molto da come siamo adesso.

Consiglio questo libro a tutti gli appassionati della nostra cultura anni ’60 e ’70 e a chi abbia voglia di farsi qualche risata agrodolce sopra un giallo accattivante.