Questo libro, “La tua vita è la mia”, è rimasto appoggiato su un ripiano del mio soggiorno per molto tempo. L’ho ricevuto in regalo dall’amico Andrea Consonni poco meno di un anno fa ma, non so perché, ho deciso di prenderlo tra le mani solo adesso. Della Axelsson avevo letto e amato “Io non mi chiamo Miriam“, uscito sempre per Iberborea nel 2016. Due romanzi che, per certi versi, si somigliano. In entrambi i testi, infatti, Majgull Axelsson ha deciso di trattare argomenti storicamente e sociologicamente complessi. Se in “Io non mi chiamo Miriam” la tematica principale è rappresentata dal genocidio dei Rom nei campi di sterminio nazisti, ne “La tua vita è la mia” la scrittrice svedese pone l’attenzione sulle drammatiche condizioni vissute dai disabili e dai pazienti con disturbi di vario tipo rinchiusi nei manicomi svedesi nel corso degli anni ’60. In entrambi i casi, evidentemente, la Axelsson ha dovuto compiere un viaggio nel tempo, cercando di documentarsi in maniera approfondita e seria.

Sviluppare il tema della malattia mentale attraverso un romanzo non è semplicissimo. Serve controllo, intelligenza e, soprattutto, una buona conoscenza della società e di come, nel tempo, si sia trasformata. La protagonista de “La tua vita è la mia” si chiama Märit, è una ex giornalista in pensione in procinto di compiere 70 anni. Donna ancora piacente, dinamica e con qualche piccolo demone da amministrare. Perché nella testa di Märit vive e pensa e parla e si agita una strana “presenza”, quella che Märit definisce semplicemente l’Altra. L’Altra è una voce che Märit si porta dentro da sempre. All’inizio non le fu facile capire chi fosse e perché fosse esattamente dentro la sua testa, proprio dietro la tempia destra, ma col tempo ha iniziato a comprendere: l’Altra è sua sorella gemella, quella bimba soffocata dal cordone ombelicale che non nacque mai, quella bimba che, al contrario di Märit e Jonas, i gemelli venuti al mondo senza troppi problemi, è rimasta incastrata a metà tra la nascita e la sua stessa morte.

I dialoghi ma, più di tutto, le liti e i dissidi tra Märit e l’Altra sono una costante. Due personaggi in uno solo, due anime in perenne contrasto che, a volte, sanno diventare persino divertenti nel loro modo di rimbrottarsi o ignorarsi. Certo è che l’Altra, “la mia mostriciattola personale“, come dice Märit, rappresenta sicuramente la parte più spietata, cinica e malvagia. Molto peggio di un’autentica coscienza. “Nessuno sa che l’Altra esiste. Nessuno l’ha mai saputo: nemmeno Leif, mio marito, che pure era la persona che mi sapeva leggere dentro più in profondità. Non mi avrebbe creduto. Nessuno mi crederebbe se dicessi chi è, come si comporta e di cosa è responsabile. Il fatto è che ragionare così è pericoloso: può irritarla, ma me ne rendo conto troppo tardi e cerco subito di ritirare quello che ho pensato. Non si sa mai cosa le salti in mente di combinare“. D’altro canto non deve essere semplice avere a che fare con chi conosce ogni tuo pensiero e lo giudica in maniera costante e insolente.

Troviamo Märit che viaggi in treno. Sta tornando nella sua Stoccolma ma, chissà per quale strano impulso, lungo il tragitto, decide di scendere a Lund. In quel posto aveva studiato cinquant’anni prima ma, soprattutto, in quel posto c’è Vipeholm, il manicomio dove avevano rinchiuso suo fratello Lars. Märit visita il cimitero di Lund e va alla ricerca della fossa di Vipeholm, la fossa comune in cui finivano i corpi di chi moriva in manicomio: “mi aspettavo un gigantesco blocco di granito alto diversi metri e uno spiazzo di ghiaia ben rastrellata a coprire i defunti. Perché è questo che dovrebbe essere, un costante memento della colpa. Della mia colpa. Della colpa della mia famiglia. Della colpa di tutti noi“. Perché è con colpe mute e celate negli anni che Märit cerca di fare i conti ogni istante, nel corso della storia. Colpe lontane, erose dai silenzi, nascoste da altra vita. L’insegnamento fondamentale per sopravvivere glielo aveva impartito sua madre tanti anni prima, “Non ci si deve lasciar andare. Non si può strillare e far chiasso e menare botte. Nemmeno quando se ne avrebbe voglia. Nemmeno se si hanno tutte le ragioni del mondo. Non se si nasce donne. Perché altrimenti non ce la si può cavare“.

Märit aveva cercato per tutta la vita di dominarsi e non strillare, di non lasciarsi andare e non strepitare, come aveva detto sua madre. Però Lars era morto abbandonato in un ospedale. Lei lo aveva visto una sola volta nel 1962, quando aveva avuto il coraggio di entrare nelle stanze di Vipeholm. Lars era legato e sofferente e non l’aveva nemmeno riconosciuta. Poi si era ritrovata il corpo martoriato di suo fratello, pieno di segni di violenza e di morte, davanti agli occhi e lì aveva deciso di dare alla sua vita una direzione diversa. Lars-lo-Svitato, lo Sgorbio, Lasse-lo-Zoppo. In realtà era solo un ragazzino “disabile intellettivo con evidenti tratti autistici“. Ma negli anni ’60 era considerato solo come un mostro, un essere senza anima né sentimenti da allontanare e dimenticare. L’avevano fatto tutti in famiglia, tutti tranne Märit.

Ci si muove nel tempo e nei ricordi, in un continuo oscillare tra consapevolezze conquistate e colpe da redimere. I segreti di una “famiglia disfunzionale”, in un’epoca in cui si preferiva lavare i panni sporchi in casa, vengono riscoperti e riportati in luce dall’anziana protagonista che, evidentemente, vuole illuminare tutte le ombre che, per una vita, è stata costretta a portarsi dentro. La sua è una ricerca intima e profonda di verità e di onestà per sé ma anche per Lars. La Axelsson si è addentrata, con acume giornalistico e sottigliezza stilistica, nelle minuscole fessure di una società che, nel suo passato, ha molti più difetti e mancanze di quanti forse oggi sia disposta a riconoscerne. Majgull Axelsson si cala nelle profondità emotive di ogni suo personaggio soprattutto grazie alle parole, alle percezioni e ai ricordi di Märit e del suo piccolo demone interiore. La protagonista de “La tua vita è la mia” sembra voler scarnificare, una buona volta e una volta per tutte, l’essenza della società scandinava facendo rilevare che la tanto glorificata e ammirata socialdemocrazia svedese poggia su un passato non proprio esemplare, un passato in cui in troppi non avevano riconosciuto alcun diritto. Proprio come era successo a Lars.