Ho letto e recensito diversi romanzi di Salvatore Niffoi e ho sempre trovato affascinanti e magiche le storie raccontate da questo bravo scrittore sardo. Amo il mondo ancestrale e unico che descrive nei suoi libri, amo la sua lingua meticcia segnata da costanti contaminazioni tra italiano e sardo, amo i suoi personaggi che sembrano intagliati in un legno antico e, anche per questo, autentici e indimenticabili. Mi aspettavo qualcosa di simile anche da “Le donne di Orolé”, un libro che, in verità, contiene due racconti o, se vogliamo, due romanzi brevi. Due storie distinte, se non fosse per la presenza di Orolé, un borgo dell’entroterra sarda che si ritrova in entrambi i racconti, e per quel destino balordo che pare accumunare le due donne protagoniste della storia, la cui tragedia esistenziale forse sta proprio nell’essere nate a Orolé e non altrove. Lo stile di Niffoi è intatto e rassicurante, ciò che mi è mancata però è la forza propulsiva, incandescente e quasi onirica che ogni volta muove i meccanismi delle sue narrazioni. Nonostante ci fossero premesse incoraggianti, il risultato, questa volta, mi è sembrato meno incisivo, meno travolgente, meno originale.

Le due donne di Orolé, che poi potrebbero essere tutte le donne di Orolé, appartengono, evidentemente, a due generazioni diverse. Potrebbero essere una madre e una nipote, ad esempio. La prima si chiama Isoppa Licanza e nel 1932 è una bambina. Fa parte di una famiglia potente: “Noi Licanza-Murristile eravamo una famiglia all’antica, un albero che non si lasciava scuotere neanche dal soffio rabbioso del maestrale e offriva riparo dal sole e frutti d’oro a tutti gli abitanti di Orolé e del circondario. […] Noi non abbiamo mai avuto paura né dei locali né dei continentali, che quando ci hanno cercato hanno trovato pane da masticare più amaro dell’oro bianco che volevano rubare“. I Licanza-Murristile comandano e si fanno rispettare a Orolé. “Io, per voi che non mi conoscete di persona, sono Isoppa, Isoppa Licanza, figlia di Felle Licanza e Agustina Murristile, quelli che hanno bonificato a forza di braccia e fucilate le paludi di Tumba-Tumba e Sas Boddas Siccas“.

Isoppa non ha mai imparato a leggere né a scrivere: “La mia penna era il coltello e i miei quaderni i dorsi delle scrofe da strigiolare con una pietra rasposa, per non guastare il lardo e lasciargli il rosa candido della meraviglia che prova la bestia quando si fredda e torna con una pietra rasposa, per non guastare il lardo e lasciargli il rosa candido della meraviglia che prova la bestia quando si fredda e torna pietra, muschio, radice“. Isoppa però ha imparato alla perfezione le leggi delle bestie: sa trattarle, sa mungerle, sa ammazzarle e pure cucinarle come si deve. A quindici anni suo padre le ha fatto sposare Zelleddu Travone. “Era un capobanda di Ordiana che si era fatto onore spedichinando i vicini di pascolo che non lo lasciavano dormire in pace“. Sono tempi in cui a Orolé, e non solo, ciò che conta è il possesso e la difesa estrema della terra, dei pascoli, delle bestie e della famiglia. Tutto si fa con ferocia e poche parole. Tutto si controlla a furia di schioppettate, omicidi senza omicida e con l’oltraggio di chi sa che la farà franca. Chi comanda, come i Licanza-Murristile, lo deve fare con saggezza e forza.

Isoppa viene da una famiglia di gente che ammazza e si fa ammazzare per una parola fuori posto o anche meno. Ha sposato un uomo che è della stessa pasta e ha messo al mondo dei figli che non potevano essere diversi dal padre. Tutti, tranne uno. Quel figlio che tiene con sé nell’eremo di Monte Muzzu, dove vanno “le anime in pena di questa terra vinta dal dolore“, un figlio diverso dagli altri, nato dall’unico atto d’amore che Isoppa abbia mai vissuto in vita sua. “Mio figlio Mucreddu sembrava un incrocio tra un bue porporino e una pannocchia ambrata. Aveva gli occhi dorati da assiolo e le orecchie a punta rivolte verso l’alto“.

Sidora Puntera è la seconda donna di Orolé. Bella fin da bambina, con una pelle che profuma di nocciole e ciclamini. Di lei s’innamorerà Bore Crapittu, un ragazzino senza padre e con una madre che tutti a Orolé sanno essere una poco di buono. Un amore di cui Sidora non sa cosa farsene. Lei, fin da subito, ha deciso di stare con Martine Zumbau, “nipote di tziu Paulu Ciriddina, uno dei balenti che aveva contribuito a eliminare i Licanza-Murristile“. Il tempo in cui la famiglia di Isoppa Licanza dominava Orolé è finito da un po’ e il paese è nelle mani di famiglie varie che si odiano e si vendicano per ragioni diverse ma con la solita ferocia. Se ai tempi di Isoppa ciò che contava a Orolé era la terra, le pecore e l’onore, ai tempi di Sidora (un paio di generazioni più tardi) ciò che conta è il denaro e il potere che il denaro porta con sé. Martine considera Sidora roba sua e tale la tratta, con l’aggressività del dominatore a cui tutto è concesso.

Isoppa e Sidora rappresentano carne di donna silente e sottomessa, fagocitata da una civiltà che, nonostante il tempo, rimane legata ai suoi primordi. Cambiano i possedimenti e cambiano le mire degli uomini, ma le modalità per ottenere e mantenere gli uni e le altre sono le stesse da sempre. Essere nate a Orolé somiglia esattamente a un peccato mortale da scontare in vita, l’appartenere a una terra maledetta sembra maledire le donne che quella su quella terra abitano, amano, partoriscono e soffrono. L’amore, in queste due storie, appare malnato fin da subito, un accidente che può avere solo vita effimera o un epilogo agghiacciante, come nel caso di Sidora. Tutto ben pensato, non v’è dubbio, ma tutto lasciato solo troppo a galla e senza alcun incantamento. Manca l’inimmaginabile come se fosse mancata la voglia. Forse è questo che fa di “Le donne di Orolé” la lettura più debole tra quelle che conosco di Salvatore Niffoi.