A volte è difficile restare imparziali scrivendo una recensione, de gustibus, è normale che alcune cose piacciano più di altre a seconda di un mero gusto personale. In questo caso, scrivente ed autore hanno una certa affinità di gusti musicali, accentuata da una marcata venerazione per il Boss del rock, l’inossidabile Bruce Springsteen, una superficiale simpatia è risultata quindi inevitabile.

L’autore in questione, Otello Marcacci, confessa nelle pagine finali che questo libro è fondamentalmente una scusa per parlare di rock e di tutti i protagonisti che hanno avuto un posto speciale nella sua vita. La parte autobiografica è la cornice che unisce il tutto. Un gioco molto interessante: la narrazione si divide in capitoli che seguono la vita dell’autore, all’interno dei capitoli, a sezioni alterne, leggiamo sia di episodi di vita che di musicisti, band, leggende e dicerie intorno al mondo del rock e che in qualche modo si legano anche a quel specifico momento della vita dell’autore.

Le storie, le leggende e gli aneddoti in questo libro non sono certo nuovi e si possono trovare in moltissimi altri libri dedicati al rock, l’autore stesso lo riconosce e non ha la pretesa di passare per studioso. Questo non prendersi troppo sul serio forse è la vera chiave del libro. Abbiamo qui un bel esempio di mediocritas, che per i latini non era un difetto, bensì un pregio, ossia la capacità di essere in equilibrio, in mezzo tra gli estremi. Ecco, tra queste pagine abbiamo la descrizione di una vita, non eccezionale, ma neanche noiosa. Non abbiamo un grande imprenditore o sportivo che ci raccontano le loro gesta, abbiamo un uomo che è “sopravvissuto” ad oltre cinquant’anni di vita, formando una famiglia, cambiando lavori e senza mai dimenticare le sue passioni. Dal punto di vista musicale abbiamo il racconto del rock scritto non da uno studioso del settore, un giornalista o magari anche una rockstar, bensì da un semplice appassionato.

Tutto questo chiaramente riesce a stare in piedi perché il libro è scritto con una prosa molto scorrevole e piacevole, con un lessico che inevitabilmente prende in prestito molti inglesismi e un ottimo equilibrio tra i paragrafi dedicati alla musica e quelli dedicati alla sua vita. Unico appunto negativo, molto spesso i testi delle canzoni non sono riportati anche in italiano e questo potrebbe essere un problema per chi non ha dimestichezza con la lingua.

In generale si riconosce uno stile conforme e coerente dell’autore: così come nei suoi altri libri che potete trovare recensiti qui su Lankenauta, “Tempi Supplementari” e “Sfida all’Ok Dakar”, c’è una certa costante malinconia e una passione per i “bei perdenti”, quelli che vengono buttati giù ma che cadono con dignità. Esemplare in questo senso è una citazione di Andre Agassi che l’autore usa verso la fine del libro: “una vittoria non è piacevole quant’è dolorosa una sconfitta”. Anche ammirevole è il tentativo, quasi autoconsolatorio, di dimostrare che il rock non stia morendo, come invece si dice ormai da decenni, portando come esempi alcune nuove band che magari un giorno assurgeranno al ruolo di “grandi classici” o “leggende”. Alcune di queste sono decisamente valide e ne consiglio vivamente l’ascolto a mia volta. Interessanti sono pure le appendici finali dove si elencano alcuni begli esempi di unioni tra rock e cinema e rock e sport.

Questo libro mi è molto piaciuto, come detto all’inizio, avere gusti musicali simili all’autore certo influenza il giudizio, ma un libro ben pensato e ben scritto resta tale a prescindere dalla storia che narra. Lo consiglio ovviamente a tutti gli appassionati del genere ma anche ai nostalgici che pensano che il rock sia in via d’estinzione.