“Ho conosciuto e frequentato Ennio De Concini per circa una decina d’anni, ma leggendo queste pagine mi accorgo di aver incontrato un’altra persona, non avendo mai percepito per esteso la presenza del tarlo che lo divorava” (pp.279): così Roberto Faenza, autore di una postfazione al libro di Jonathan Giustini “Chi si firma è perduto”, una biografia, o per meglio dire una sorta di lungo colloquio biografico col grande sceneggiatore, artefice di innumerevoli successi cinematografici. Successi che, a rigore, avrebbero dovuto riempire chiunque di grande felicità e compiacimento. In realtà, grazie a questo importante recupero, a distanza di oltre vent’anni, dei complicati colloqui avvenuti tra Jonathan Giustini e De Concini, scopriamo una realtà completamente diversa. Da qui il sottotitolo “Memorie di un fallito di successo”. Si, perché a De Concini – parole sue – nemmeno piaceva andare al cinema: “l’ambiente, la sala, la gente, la fruizione. Ne ho sempre avuto un senso di oppressione. Non ho mai sentito dentro di me né la passione, né alcuna attrazione. Solo il fastidio” (pp.20). Su tutto, fin dalle prime pagine di questo interessantissimo libro, risalta “il ritratto di un uomo lunatico”, “la ricostruzione di un caos di memorie alla ricerca del senso di un’esistenza e delle domande prime e ultime”: davvero un racconto che possiamo interpretare come una multiforme seduta psicanalitica, di fronte ad un paziente provocatorio, che si è definito “un fallito di successo” come se fosse stato condannato a fare cinema e di non potersi più fermare. Come spesso accade, malgrado volesse essere, fin da giovane, uno scrittore “vero”, a tutti gli effetti,  aveva intrapreso un mestiere che non amava, quello di sceneggiatore, soltanto per fare soldi. Poi arrivarono subito i primi successi e si ritrovò ingabbiato a proseguire un’attività che gli negava la gioia di fare quello a cui realmente teneva: “Credo piuttosto di essere un uomo in affitto, perché del cinema mi ha davvero solo interessato il guadagno” (pp.205). Sarà stata quindi la frustrazione, o chissà che altro, magari un’indulgere con la maschera dell’uomo disincantato, ma di fatto le parole di De Concini  fanno pensare ad una persona tutta intenta a raccontarci che il successo non esiste, nonché ad “eclissarsi e minimizzarsi, sino a negare il proprio talento”: “Sono passato come un visitatore distratto nel mondo, inseguendo o cercando una meta che non ho mai raggiunto” (pp.145).

Intendiamoci, “Chi si firma è perduto” è anche un infinito campionario di gustosi e incredibili aneddoti, a volte autentici ritratti controcorrente sui protagonisti celebri e meno celebri del cinema. Ci riferiamo alle sue esperienze in Russia, a quelle televisive di fine carriera, nonché – ne citiamo soltanto alcuni – ai rapporti professionali e non con Kubrick, Polansky, Peter Falck, Giuseppe De Santis, Pietro Germi, Raffaello Matarazzo, Mario Camerini, Tinto Brass, Mario Bava, Gillo Pontecorvo, Mario Monicelli, Roberto Rossellini, Franco Zeffirelli, Roberto Faenza, Carlo Lizzani, Dino Risi, Salce, Fellini, Carlo Ponti, Dino De Laurentis, Cristaldi, Franco Rossi, Giuliano Montaldo, Franco Brusati, Silvana Mangano.

Un raccontare a volte quasi con fare infastidito, tra le mille resistenze; in presenza di una smemoratezza (autentica?) dello stesso De Concini riguardo innumerevoli film e sceneggiature alle quali – forse – ha partecipato, a volte via ufficiale, a volte in via del tutto ufficiosa: ennesimo esempio di come, condito da un frustrante menefreghismo, il suo successo sia stato vissuto con una sorta di rassegnazione. Così Giustini: “Non ho più dubbi oramai che dalla sua testa i film sono scappati via; non gli è rimasto quasi più niente dentro […] Regna la consapevolezza, immensa, di un qualcosa che non si capisce bene cosa sia stato: un senso di vergogna che lo ha travolto tante volte” (pp.188). Peraltro è probabile che il dolore di De Concini, come ha giustamente scritto Roberto Faenza, si sarebbe compreso ancor meglio indagando i rapporti col figlio Riccardo, mentalmente disturbato, “la cui tragica esistenza rappresentava il tarlo distruttivo della vita di Ennio e di sua moglie Ninni. Si sentivano entrambi in colpa per non essere stati capaci di tenerlo con loro, a causa dell’odio che provava proprio nei confronti del padre: se lo aveva vicino arrivava all’estremo di volerlo uccidere” (pp.284).

In conclusione possiamo citare ancora le parole di Jonathan Giustini, a margine di uno dei colloqui con De Concini, che ben rappresentano i limiti, ma soprattutto i pregi di questo libro, del tutto particolare: “Non so se questo libro è una biografia. Forse sono solo i flussi di coscienza che camminano paralleli” (pp.186).