Marcos y Marcos sceglie per il progetto e…STATE con Marcos (rivolto a famiglie e scuole e arricchito da contenuti digitali) un libro scritto a due mani da Sofia Gallo e Pino Pace, certamente rivolto ai ragazzi ma fonte di interessanti spunti anche per gli adulti.

Ilde ha quasi quindici anni e il giorno del suo compleanno verrà scarcerato il padre, che lei ha visto raramente, un po’ per cause di forza maggiore (la detenzione, lunga quasi quanto gli anni che lei compirà) e un po’ per scelta personale.

La ragazzina vive con la madre Manuela e la nonna paterna, ma passa i pomeriggi al bar tenuto dai nonni materni, protettivi con la nipote quanto critici verso quell’uomo che a loro modo di vedere ha rovinato la figlia. A Ilde gli adulti hanno spiegato poco di ciò che è accaduto, pur premurandosi di farle capire fin da subito la “casualità” non proprio fortunata della sua venuta al mondo (“sono una frittata”, dice di sé la fanciulla, ripetendo ciò che la madre le ha sempre ripetuto).

Così, il giorno del suo quindicesimo compleanno, pur con un rifiuto psicologico a rivederlo, Ilde si trova davanti a suo padre:  somiglia alle fotografie che segretamente la ragazzina guarda e riguarda, ma è molto diverso da come lo immaginava, da come ne ha sentito parlare, dai pochi brandelli di ricordi legati alle brevi visite di bambina (cui ad un certo punto essa stessa aveva messo fine).

È un momento particolare, quello dell’incontro, che segna la fine di una vita, forse ne apre un’altra, Ilde non sa cosa aspettarsi, non sa cosa pensare. Sua madre vive nell’attesa che il compagno esca di prigione, un po’ per dovere (la “suocera” vive con loro proprio per rimediare in qualche modo alle mancanze del figlio), un po’ perché, nonostante svariati e temporanei altri fidanzati, resta legata col pensiero e con il cuore a quell’uomo, le cui disgrazie hanno fatto svanire i suoi sogni di  bellissima ragazza, forse futura modella e chissà cos’altro.

Angelo, che solo alla fine del racconto Ilde riuscirà a chiamare “papà” e a vedere come padre, è stato uno di quei giovani “belli e dannati”, incapaci di pensare a una vita normale e semplice, con le manie di grandezza e  il bisogno di  riscatto sociale di tanti giovani. È finito in mezzo a una rapina dove ci è scappato il morto, e pur non avendo sparato, per non tradire i complici si fa la galera che forse altri avrebbero meritato. O almeno questa è la versione dei fatti con cui Ilde dovrà confrontarsi. E non tutto è sempre come sembra.

Angelo e Manuela trascorrono una giornata insieme all’indomani della scarcerazione, ma, al momento del rientro a casa, Angelo decide che è ora di conoscere la figlia senza intermediari. La ragazzina si trova trascinata suo malgrado in una serie di avventure rocambolesche, non sempre a lietissimo fine, che tuttavia diventano i mattoni necessari  a costruire un rapporto fino a quel momento inesistente.

L’amica del cuore e un paio di coetanei, con cui Ilde intrattiene sporadici contatti, in realtà hanno un peso davvero marginale in tutta la vicenda. Cellulari poco amici, chiamate senza risposta, messaggistica assente. Ilde è attratta dai libri, che un anziano cliente dei nonni le porta e di cui sente immancabilmente la necessità. Alla fine della storia, quando le ombre sembrano diradarsi, i libri saranno un legame sottile fra la protagonista e un padre che –  pur non redento – ha ritrovato la figlia.

Lettura scorrevole, soffre a mio avviso di una scrittura a tratti “adulta” (neppure una protagonista con il mio nome mi può convincere che una quindicenne non usi, e parecchio, il cellulare e non ascolti nessun tipo di musica) che le tipiche espressioni “colorite” del gergo giovanile non riescono a coprire: il mondo visto attraverso gli occhi di Ilde è troppo silenzioso, coerente e logico per un’adolescente dei nostri giorni, cresciuta con un padre assente, non perché si sta facendo i fatti suoi altrove, ma perché è in prigione. Ci si aspetterebbe una rabbia ben più profonda della cocciutaggine ai limiti dell’antipatia dimostrata dalla ragazzina.

Il racconto ha tuttavia l’indubbio merito di parlare di una realtà poco conosciuta, tenuta ai margini, che tocca in modo doloroso migliaia di famiglie: il carcere. Non tanto nella sua declinazione interna, psicologica e organizzativa, quanto proprio nel rapporto con l’esterno, nelle assenze terribilmente presenti di chi “è dentro”: la prigione dei parenti che stanno fuori, il marchio dei “figli dei delinquenti” (veri o presunti), le difficoltà a portare il peso (spesso anche economico) di questa situazione, l’isolamento sociale cui si è costretti e cui per vergogna spesso ci si costringe. Il tema, molto grave e denso di ben altre implicazioni, qui viene trattato in modo leggero e confacente all’età della protagonista e dei lettori cui è indirizzato il libro. Ricco di speranza e di futuro, il finale, come è giusto che sia, manda un messaggio di pacificazione tra le generazioni: se i genitori non sempre sono all’altezza del ruolo loro affidato, perfino quando scelte sbagliate ne hanno segnato la vita, è comunque possibile trovare un terreno non necessariamente armato dove crescere insieme, dialogare, capirsi. E ritrovarsi, tutti un po’ più cresciuti.