Frammenti di un precario è una preziosa silloge di Giuseppe Di Matteo edita da Les Flâneurs che con vere e proprie istantanee, schegge o lampi folgoranti, si propone di “fotografare una realtà precaria a colpi di versi” e di dare voce al disagio, alla rabbia, alla disperazione di un’intera generazione, quella dei trenta/quarantenni, una generazione oggi più che mai in bilico e senza appigli, ferita e disillusa, a cui persino i sogni sono stati preclusi e a cui sembra che non resti, come ricorda l’autore, che scegliere tra vendetta o umiliazione, ribellione o rassegnazione. (“Ci avete illusi/ e poi appesi ad asciugare/ in un fazzoletto di sole./ Bella senz’anima/ la mia generazione.“)

Di Matteo ci mostra tutto ciò attingendo di volta in volta alla storia, alla politica e alla fede, sulla scorta delle esperienze vissute, e lo fa narrandoci un viaggio immaginario che è, a conti fatti, la metafora più adatta per rendere un peregrinare estenuante e ininterrotto alla ricerca di punti stabili, di verità e certezze che sfuggono e che paiono in molti casi irraggiungibili (ricorre spesso, e non a caso, la parola straniero ad indicare una condizione esistenziale di non corrispondenza tra il poeta e il mondo di cui fa esperienza, come anche di similarità con il destino dei migranti). Si delinea cioè, con versi sferzanti, un itinerario dell’anima che prende avvio dall’industriosa Milano, passa per Roma e giunge alla sua natia Puglia, terra con la quale intrattiene un rapporto tormentato di odio e amore (“Un giorno/ ed era già oggi/ attraversai l’Italia intera/ come una ferita/ nel corpo di un uomo.). È un moto altamente significativo che mette in risalto come lo stesso io lirico sia sempre alla ricerca di una propria ridefinizione, o ricollocazione (“Ogni volta/ che sceglierai/ di andar via/ potrai riavvicinarti/ alla mia riva/ in uno spazio familiare/ e già straniero.“), di un proprio posto nel mondo, desiderio assoluto che assume però molto spesso i connotati di una vera utopia.

È un senso di precarietà che va a toccare, per estensione, tutti gli ambiti della vita odierna, non solo quello lavorativo, ma anche quello emotivo, esistenziale in genere, e che pare travolgere tragicamente non solo i giovani ma tutti coloro che cercano di riscattarsi, di migliorare la propria condizione, di intravedere un futuro possibile, come i migranti di cui il poeta ci parla di frequente (“La bara fresca/ del Mediterraneo/ uno spazio di silenzio/ senza Dio.“). In questo caso il canto prende allora i toni di un pessimismo acuto (“Alla zattera/ di braccia tese/ resta la dignità/ dell’ultima frontiera/ prima dell’inferno/ sulla riva.“), che può tingersi a volte di una cupezza fortemente cosmica (“I cuori sommersi/ dei migranti/ hanno tolto/ fiato al cielo.“), lasciando trapelare forse l’idea di una caduta irreversibile di qualsiasi credo o verità, sebbene non manchino i versi in cui Dio viene chiamato in causa come interlocutore, come testimone e confidente del male di vivere quotidiano.

Vien facile da capire, dunque, perché l’autore elegga l’uso del frammento a forma prediletta della raccolta, più adatta probabilmente a denunciare una realtà che ai suoi occhi non può essere ricondotta a un’unità serena ed armonica, a un che di razionale e di comprensibile, di accettabile, tanto più quando l’uomo sembra destinato ad essere surclassato da eventi più grandi di lui, da meccanismi che lo prostrano e lo rendono spesso succube di un gioco il cui fine gli sfugge, e in cui purtroppo l’essere precario pare assurgere a semplice normalità.

Se l’aggettivo agra del titolo della prima sezione (Vita agra di un precario) farebbe pensare a un qualche rimando a La vita agra di Bianciardi, con cui pure si evidenzia una certa contiguità tematica e biografica (anch’egli giornalista come il nostro, anch’egli “lavoratore della conoscenza”, autore di un romanzo ambientato a Milano come la prima parte di questa raccolta), il riferimento principale e costante di questa silloge è però la poesia del primo Ungaretti, la cui presenza viene spesso evocata sottotraccia attraverso l’uso di parole proprie del mondo de L’Allegria (fratelli, gli alberi le foglie, silenzi di trincea, Carso, strade, bara fresca) e del verso libero, breve, spezzato.

Per chi pensasse però che in queste pagine siano il dolore e la sofferenza ad avere la meglio, è bene aggiungere che in questi Frammenti non viene mai meno da parte di Di Matteo il desiderio di un appiglio, di un approdo, di un porto, per usare il linguaggio del poeta a lui caro, così come la volontà di squarciare con un graffio deciso la realtà, la coltre che sembra averci coperto tutti ammantandoci di una incomprensibile stupidità (“Alla sfilata/ di volti patinati/ con i graffi/ apro spazi di realtà.“). Lo stesso amore per il canto lirico dimostra inoltre la fiducia in uno strumento dal profondo valore catartico e terapeutico, volto a tradurre in bellezza la disillusione e l’amarezza, e capace di condurre a un senso diffuso di liberazione interiore.

È in realtà una poesia che, in quanto tesa a dar voce a un disagio dell’essere, a palesare ciò che appare inaccettabile nella nostra vita odierna, ha il pregio di avere una forte connotazione civile, che non ha la pretesa di esaurire il significato, cioè di rispondere sempre alle domande poste, di fornire soluzioni, ma l’intento di coinvolgere il lettore, di indurlo a ritrovarsi, a riconoscersi attraverso i versi e quindi a prendere un’esatta, e diremmo indispensabile, coscienza del mondo e di se stesso.