Una sorta di giallo tra arte, storia e sentimenti, ecco come si potrebbe definire “La musa” di Jessie Burton. Uscito in Italia per La Nave di Teseo nel 2017, “La musa” è l’opera seconda della Burton, arrivata un paio di anni dopo “Il miniaturista”, il suo romanzo d’esordio. “La musa” intreccia due epoche da noi comunque distanti poiché la vicenda si sviluppa tra un presente che è il 1967 e un passato che è il 1936. In prima istanza le due storie, che procedono gradualmente e in parallelo, non sembrano avere nessi evidenti ma, nell’arco di qualche capitolo, si scopre ciò che lega il 1936 in Spagna e il 1967 in Inghilterra: un quadro folgorante e anticonvenzionale legato al nome di un pittore scomparso proprio durante la Guerra Civile spagnola.

Odelle Bastien è il nome della giovane donna protagonista, oltre che voce narrante, della storia del 1967. Una ragazza giunta a Londra da Port of Spain, capitale di Trinidad, nei Caraibi, cinque anni prima. Odelle ha una laurea in letteratura inglese conseguita presso l’Università delle Indie Occidentali ma non riesce a trovare un lavoro decente anche se, in cuor suo, continua a sperare di poter diventare una scrittrice, un giorno. Nel frattempo è costretta a subire le occhiatacce e le battute razziste di chi non riesce ad accettare che a Londra, nel ’67, ci siano inglesi che non abbiano necessariamente la pelle bianca. La sua vita subisce una piccola rivoluzione quando le viene offerto un lavoro come dattilografa presso lo Skelton Institute: “Skelton Square era nascosta dietro Piccadilly Circus, verso il fiume. Esisteva fin dai tempi di re Giorgio III ed era stata fortunata durante i bombardamenti. Oltre i tetti si sentivano i rumori della piazza: il rombo degli autobus, i clacson delle macchine e le grida lamentose dei ragazzi che consegnavano il latte. C’era un falso senso di sicurezza in un posto simile, situato nel cuore del West End londinese“.

Allo Skeleton, Odelle conosce Marjorie Quick, una donna enigmatica, affascinante e per molti aspetti imprevedibile. La Quick è una delle persone più in vista e importanti dello Skeleton Institute. “Sembrava uscita da Hollywood con i suoi ricci corti e argentei, e le guance che parevano scolpite in un legno pregiato color del miele. Doveva avere poco più di cinquant’anni, ma non assomigliava a nessuna delle donne di quell’età di mia conoscenza. Aveva una mascella volitiva e un fascino che aleggiava nella stanza anche dopo che lei se n’era andata“. Le figure femminili create dalla Burton sono sempre più complete e complesse rispetto a quelle maschili, qui come altrove. Anche se, forse, la figura di Odelle, che pure è una tra le più rilevanti dell’intero romanzo, a tratti sembra un po’ abbandonata a se stessa, meno incisiva di quanto servirebbe o, forse, troppo fluttuante.

L’incastro inevitabilmente tra le due storie si concretizza quando fa la sua comparsa un quadro. “Il dipinto era di modeste dimensioni e privo di cornice. Il soggetto era semplice, ma al tempo stesso di difficile interpretazione: su un lato c’era una ragazza che reggeva la testa mozzata di un’altra giovane, dalla parte opposta un leone seduto, che non pareva interessato a balzare sulla preda. Il dipinto poteva essere l’illustrazione di una favola“. È un’opera che arriva da lontano, da quel lontano 1936 in cui, in una “finca” spagnola, la giovane Olive Schloss, figlia di un noto mercante d’arte viennese e di una donna sofferente e bellissima come una diva, sogna di diventare una pittrice di successo.

C’è uno strano mistero attorno al quadro, alla sua improvvisa comparsa, al nome di chi l’ha dipinto e all’indecifrabile signora Quick. Le vicende si susseguono su due fronti e mescolano la passione, la guerra civile, il tradimento, la suspence, il sesso, i ricatti, la violenza, l’abbandono. Un intricato e, tutto sommato, discretamente articolato intreccio che vuole lasciare il lettore col fiato sospeso fino alla fine, ossia fino al momento in cui la verità verrà svelata. Odelle da una parte e Olive dall’altra incarnano l’intenzione, tutta femminile, di trasformare l’arte in missione di vita. Odelle scrivendo, Olive dipingendo. Eppure per entrambe esistono dei limiti legati a pregiudizi e convenzioni sociali complicati da sradicare: Odelle viene dai Caraibi e patisce il peso di non essere considerata una vera inglese; Olive vive in un tempo in cui quasi nessuno crede che una donna possa diventare una pittrice di fama. La scrittura per l’una e la pittura per l’altra sono segreti da tenere per sé seppure entrambe sperino di essere scoperte e ammirate perché sia Odelle che Olive desiderano affermare il proprio talento e la propria identità femminile.