“Gli adulti, nessuno escluso, mi guardavano e provavano pietà per me, immaginando di loro pura iniziativa cosa avessi subito e provato nel corso di quei mesi. Qualcuno potrebbe obiettare che una bambina è incapace di nutrire un sentimento tanto complesso. Ma anche in base alla mia esperienza posso affermare che non è affatto così. Nessuno è sensibile alla vergogna come un bambino. I bambini sono fragili, indifesi e, a differenza degli adulti, non hanno mezzi per lasciarsi alle spalle l’onta subita (…). Quanto al senso di vergogna che quella storia crudele mi aveva lasciato addosso, si è inspessito con il passare degli anni, si è indurito a mo’ di un carapace e infine si è ricoperto di squame. Esso è divenuto la mia corazza, adesso come allora, e mi difende quotidianamente dal prossimo”. (pp.91-92) 

Una storia crudele, per l’appunto, come le diverse altre che ci ha raccontato Natsuo Kirino nella sua brillante carriera; al punto che, forse, non dovremmo nemmeno sorprenderci nello scoprire che i temi ricorrenti di questa grande narratrice contemporanea sono sovente i medesimi, ovvero la condizione subalterna della donna e una critica totale e incondizionata nei confronti delle istituzioni giapponesi. E allora, perché scegliere un titolo così eloquente e lapidario proprio in siffatta circostanza?  Probabilmente perché questa, vista l’età della protagonista della vicenda che dà l’innesco alla narrazione, è una storia più crudele di altre.

Ubukata Keiko, trentacinquenne scrittrice di successo nota con lo pseudonimo di Koumi Narumi, e da qualche tempo in crisi di creatività, scompare lasciando un’unica traccia di sé: un manoscritto intitolato “Una storia crudele”. Atsuro, il marito avvezzo alle stranezze e alla volubilità della donna, lo trova in bella vista sulla sua scrivania con il seguente post-it appiccicato sopra: “Da spedire al Dott. Yahagi della Bunchosha”. Editor della casa editrice di Koumi Narumi, Yahagi si getta subito a capofitto nella lettura dell’opera, nella speranza di avere finalmente tra le mani il nuovo best seller dell’acclamata autrice. Più si addentra nella lettura, tuttavia, più rimane sconvolto e, leggendo l’annotazione finale dell’opera: “Ciò che è scritto in queste pagine corrisponde alla pura verità. Gli eventi di cui si parla sono accaduti realmente”, non può fare a meno di avvertire un brivido corrergli lungo la schiena. Koumi Narumi narra, infatti, dell’infanzia di Keiko, vale a dire della propria fanciullezza. Descritta come una bambina di dieci anni triste e solitaria. Una sera, sperando forse di trovarvi il padre, si spinge fino a K, un quartiere ad alta concentrazione di bar e locali a luci rosse. Là si sente a un tratto picchiettare con delicatezza sulla spalla. Sorpresa, si volta di scatto e scorge un giovane uomo con in braccio un grosso gatto bianco. Frastornata, incuriosita, Keiko lo segue in un vicoletto buio, dove lo sconosciuto le infila un sacco nero sul capo e la rapisce. La bambina subirà una prigionia di oltre un anno, in una stanza lercia, buia e sbarrata ovunque, situata sopra la fabbrica in cui lavora Kenji, il suo rapitore.  Fino al giorno in cui, quando ormai ogni speranza di tornare a casa sembra svanita, viene trovata dalla moglie del titolare della fabbrica. L’incubo è finito. Ma cosa è successo realmente in questi mesi? Che rapporto hanno avuto Keiko e Kenji? E chi altro era al corrente del sequestro? Tornata libera, la piccola subirà gli interrogatori di rito di polizia e pubblico ministero incaricato del caso, mantenendo un sostanziale mutismo sul rapporto avuto col suo carceriere e sugli eventi che hanno caratterizzato la sua prigionia. Ma Keiko, oramai, non è più la stessa bambina che era prima dellla prigionia.

Con disarmante naturalezza – 228 pagine di realismo esasperato -, quasi ci stesse facendo un resoconto giornalistico a distanza di sicurezza dagli eventi, Natsuo Kirino ci racconta una storia dalle tinte scurissime, dura e a tratti estenuante nel suo incedere sferzante e rigoroso, densa di questioni che superano ampiamente i canonici dilemmi morali e agghiacciante quanto basta per scalfire anche coloro i quali hanno buona dimestichezza, per lavoro o ingrata consuetudine, con vicende in cui l’umana crudeltà assurge a protagonista dei fatti. Disturbante al punto che, a meno di non essere immuni rispetto alle emozioni forti che un’opera del genere necessariamente restituisce, è impossibile non chiudere il libro, di tanto in tanto, per riprendere fiato e distanziare il più possibile da sé i pensieri cupi che invadono la mente. A costo di allontanare qualche “anima candida” dalla lettura di questo volume e dalla letteratura della Kirino in genere, mi preme rimarcare ciò non tanto per rimestare nel torbido, pratica che inconsciamente qualche volta noi recensori ci concediamo, quanto per riaffermare la potenza di una scrittura che fustiga senza pietà le umane debolezze e le istituzioni sociali che le sorreggono, indagando l’inconscio dei suoi protagonisti come poche altre narrazioni contemporanee riescono a fare. È questa la sua forza, è questo il potere ipnotico di una letteratura che raccoglie inequivocabilmente il testimone del pensiero nietzscheano e dellla sua onda lunga protrattasi oltre il secolo breve, per arrivare anche in una terra, il Giappone, che vive ancora come una sorta di condanna, a tutti gli effetti malcelata, le contraddizioni  culturali dovute a un’occidentalizzazione, culminata con la dominazione statunitense seguita al secondo conflitto mondiale, che non sempre riesce a fondersi armonicamente, per usare un eufemismo, con la sua antica tradizione votata al culto dell’Imperatore.  In quest’ottica peculiare possiamo definire la Kirino, nella forma ma anche e soprattutto nella sostanza dei contenuti, come l’anti Haruki Murakami per eccellenza, al contrario alfiere di una letteratura che si avvale di elementi fantastici per proporci una narrativa in cui l’amalgama tra influenze d’occidente e attualità tratta dalle cronache del Sol Levante è pienamente in atto, con risultati peraltro notevoli, sia dal punto di vista delle vendite che di qualità del prodotto offerto.

In Una storia crudele, in perfetta coerenza intellettuale con altre opere della scrittrice nipponica, troviamo personaggi prigionieri delle loro pulsioni, dei loro incubi primordiali e di una condizione, sia sociale che psicologica, che li vede annaspare nella ricerca di una felicità impossibile da raggiungere. La felicità non è di questo mondo, sembra dirci ancora una volta Natsuo Kirino, la quale sviluppa la sua analisi sociale, politica e culturale entro i confini della sua terra madre. Estrapolando però la sua visione dal contesto ospitante, non è improbabile che estenda idealmente le sue accuse a un mondo globale, con ogni evidenza prettamente occidentale, in cui l’idea di benessere diffuso e senza freni è divenuta una vera e propria ideologia che condanna l’essere umano, e la donna in particolare, all’infelicità. C’è anche una profonda riflessione, tutt’altro che irrilevante nell’economia del racconto, sulla realtà e la finzione letteraria; su quanto queste due componenti, nella vita come in letteratura, siano fortemente interdipendenti e al contempo ingannevoli agli occhi di coloro i quali, dall’esterno, vogliano ristabilire una verità univoca che, alla prova dei fatti, è quanto mai indeterminabile.

E allora non è un caso che anche l’epilogo di questa vicenda, che naturalmente non vi svelo, lasci sul campo diverse questioni irrisolte ed un mistero che resta confinato nell’abisso dell’antro più oscuro dell’inconscio di una giovanissima protagonista ormai cresciuta. Restituendo al lettore un senso di desolazione e di vuoto, che suggeriscono inevitabili considerazioni sulla genealogia dell’umana morale, i cui approdi sono terribilmente incerti.

“Ogni giorno, nel momento stesso in cui riaprivo gli occhi al mattino, desideravo che la notte arrivasse di nuovo al più presto. Aspettavo solo lei, respiravo ed esistevo solo per lei, la notte. Di giorno mi comportavo come una normalissima alunna di scuola elementare e di notte vivevo liberamente nel mondo della mia fantasia, un po’ come il Kenji diurno e quello notturno. E mi andava bene così, per quanto la mia immaginazione potesse a volte rivelarsi oscena, maligna e oltremodo particolareggiata per essere il frutto della mente di una bambina della sesta elementare”. (p.134)

Federico Magi, maggio 2020.