La parte del fuoco è un romanzo clandestino che racconta la clandestinità. E molto altro, sottolineo. Come ben ci spiega il suo autore, Marco Rovelli, nella Prefazione, «la radice latina di “clandestino” significa “colui che sta nell’ombra”: colui che è sottratto alla visibilità, dunque (…)». E questo libro è stato clandestino due volte: pubblicato da Barbès con l’intento di aprire una nuova collana di narrativa curata da Andrea Cortellessa, avrebbe dovuto ripagare il suo autore dei molti rifiuti e delusioni (era forse un libro di nicchia, di natura troppo “letteraria” e poco commerciale?) se non fosse che a due mesi dalla sua uscita l’editore chiuse i battenti. Ma il riconoscimento di uno studioso come Cortellessa e alcune recensioni illustri, come quella di Belpoliti su «L’Espresso» convinsero Terrarossa Edizioni, che cura una collana di riedizioni di libri importanti caduti nel limbo  ̶  Fondanti  ̶  a riportarlo in vita con alcune revisioni dello stesso autore, soprattutto nel finale. Doveva uscire a marzo ma ci si è messo di mezzo il Coronavirus.

Oggi La parte del fuoco si consegna nelle mani dei suoi lettori e, nonostante le complicazioni editoriali, non ha perduto il suo smalto: è un testo che ci aiuta a codificare il contemporaneo. È un racconto dal margine, ed è dal margine – come ci dice sempre il suo autore – che si comprende la forma delle cose. Inoltrarsi in questa “terra di nessuno” è dare forma e corpo a parole che non si ha il coraggio di pronunciare e proprio perché non vengono dette sembra che non abbiano neanche la dignità di esistere. Ma è proprio partendo dall’ombra, calandoci nel buio, che possiamo arrivare a lambire il reale e rappresentare qualcosa di necessario. Oggi più che mai, quando sembriamo incapaci di restituire e rielaborare la realtà nella quale siamo immersi, quelle di Karim ed Elsa, i personaggi principali del romanzo, sono due vite difficili: lui è un immigrato tunisino clandestino, lei una giovane veneta di buona famiglia che entra ed esce da una clinica all’altra. Sono due mondi molto distanti tra loro (o forse no, se scandagliamo la notte con la torcia di una ragione che non vogliamo usare) ma che nel miracolo della letteratura si intrecciano, aprendo nuove ferite e nuovi barlumi di coscienza. Nell’Italia odierna, dove sul piatto della politica vi è il tema della regolarizzazione dei migranti e le cronache raccontano di violenze famigliari perpetrate ai danni delle donne, La parte del fuoco è un romanzo che mette a nudo la miopia e l’inadeguatezza delle istituzioni, l’incapacità della società civile di dare spazio alla diversità e contenerne i conflitti; è una visione laterale quanto pregnante di quel che ci accade, un osservatorio sull’incapacità di amministrare la giustizia in un Paese dalla coscienza malata.

Marco Rovelli è un musicista e scrittore toscano che si è già occupato di migranti in alcuni libri reportage come Lager italiani (Rizzoli, 2006), Lavorare uccide (Rizzoli, 2008) e Servi (Feltrinelli, 2009); La parte del fuoco è il suo primo lavoro di pura fiction e nel personaggio di Karim ha condensato molti degli incontri e dei dialoghi avuti con gli immigrati nel corso del tempo. «Eravate fermi in mezzo al mare, e i morti vi hanno aperto la strada. I morti chiamano i morti.» Con talento e sensibilità Rovelli cesella un personaggio indimenticabile, Karim, e la sua odissea: la fuga dal paese d’origine, la traversata in un barcone fino all’Italia, la sopravvivenza in mare, senza cibo e senza benzina, alla deriva, gli occhi di chi non è sopravvissuto che paiono fissarti tra i flutti. Gli alloggi precari, i lavori sempre precari. Sempre nell’ombra, nella clandestinità. Dove si accettano anche impieghi che hanno poco a vedere con la legalità, come nel caso di Salem. «Non ti piace il suo lavoro, ma un uomo va giudicato quando si mette in condizioni umane. Le vostre non lo sono.» Karim aveva un’istruzione, al suo paese, ha forza di volontà e vorrebbe costruirsi una nuova vita. È un buon lavoratore, Karim, ed è proprio durante uno dei suoi incarichi provvisori in un’azienda del Nordest che incontra Elsa, la “figlia del padrone”. Elsa è una giovane donna stritolata da un sistema famigliare ed economico che non dà scampo, l’esatto rovesciamento della condizione di Karim: «(…) quanto odio questa voluttà di potere che ho sempre odorato in mio padre, questo affanno continuo che tempesta i muri di casa, e diventa incolmabile scontento, affanno che porta in sé le stimmate di una povertà secolare che non può trovare riscatto». È la religione del lavoro, l’affrancamento da una miseria rurale che diviene compulsione ad accumulare ricchezze, a ostentare una nuova condizione sociale, tipico di molte realtà imprenditoriali del Nord Italia. Ma Elsa è anche una vittima dell’indifferenza, di una violenza che si consuma nell’agghiacciante silenzio delle mura domestiche. L’incontro con Karim è un riconoscersi: due vite che stanno ai margini, invisibili ai più. Sono loro gli avventurieri di questo nuovo mondo immerso in un’alba livida: per farsi ascoltare i loro corpi hanno bisogno di urlare, di sacrificare una parte di sé. Il grido di Karim è il ribellarsi alla morte di un compagno, occultata dal datore di lavoro che sfrutta e non mette in sicurezza i suoi operai; è l’urlo della carne che brucia sotto il sole nelle colture sorvegliate dal caporalato; è la pelle ferita dai tagli auto-inferti con una lametta, nei centri di detenzione, per evitare il rimpatrio. Nel gesto del taglio, dice Rovelli, c’è il grido di chi non ha parola ed è soggetto alla parola altrui. Anche per Elsa, anoressica e autolesionista, è così. Il suo chiedersi se sarebbe capace di vivere diversamente; il suo fantasticare sul rigore dei supplizi dell’Ancien Régime: le torture con le loro regole precisissime, tanta la colpa, tanto il dolore. La chiave di questo romanzo è nel suo esergo, una citazione di Le Breton: «Sacrificando una piccola parte di sé nel dolore, nel sangue, l’individuo si sforza di salvare l’essenziale».

Allora vi consiglio di leggerlo, questo romanzo, perché è di una bellezza, per l’appunto, clandestina. Rovelli non è solo “sul pezzo” di una materia narrativa di sconcertante attualità; la sua è una scrittura affilata, una prova di grande maturità espressiva, lo zenith di una serie di esperienze personali e lavorative, di ricerche attorno alla saggistica di impianto narrativo. Con La parte del fuoco, non dimentichiamolo, siamo in un territorio squisitamente narrativo, dove i personaggi si staccano dalla pagina e prendono corpo e sostanza. Ho trovato particolarmente felice l’adozione della seconda persona per il punto di vista di Karim. Non è un espediente formale facile, ma Rovelli lo governa con misura; nell’orrore che lo circonda Karim conserva in parte la sua integrità come se si osservasse da fuori, ragionando sugli eventi e sul senso delle sue azioni. «Guardati come fossi un altro, e chiediti chi sta soffrendo adesso. Non sei tu. C’è solo un insieme disordinato di sensi e memorie che nessuno può riordinare. […] Hai articolato le parole del sangue per gridare presenza al mondo, per dire al mondo là fuori che tu esisti.»