Ho spesso sentito ripetere il detto: “La penna e la spada si uniscono in un unico cammino”, ma in verità esse si possono unire solo nella morte”.

Con queste solenni parole, che ci riconducono idealmente al senso dell’epilogo della breve quanto intensa vita di Yukio Mishima, artista poliedrico conosciuto alle nostre latitudini soprattutto per i suoi romanzi, il giornalista e scrittore Alex Pietrogiacomi ci introduce all’interno di una ricca selezione di frasi e citazioni estratte dall’opera dello straordinario letterato nipponico il quale, circa cinquanta anni fa – era il 25 novembre del 1970 – scelse di darsi la morte per mezzo del suicidio rituale del samurai, il seppuku.

Mishima. Martire della bellezza è un viaggio intenso, profondo, toccante, eroico e per molti versi lacerante attraverso le parole di Yukio Mishima; un percorso interiore che ne fotografa una vita, riflessa mirabilmente dall’arte stessa che la rappresenta, piena di paradossi, ma anche di estrema coerenza come di forza e fragilità, interamente consacrata alla ricerca esasperata  di una Bellezza totalizzante, antica e al tempo stesso rinnovata, capace di mescolare il vigore del corpo con quello dello spirito, una dea a cui offrirsi completamente al di là anche delle proprie umane possibilità.

Attraverso queste parole, tratte dalla sua introduzione, Alex Pietrogiacomi ci fa una vera propria dichiarazione di intenti, ci dice da quale punto di vista, per mezzo degli estratti scelti, vuol restituirci l’uomo e l’artista Yukio Mishima, attraverso quali opere e proclami pubblici vuol farlo conoscere ai neofiti, fornendo invece a chi già ha avuto a che fare con la sua letteratura, gli strumenti per ricondurre un artista così complesso e sfaccettato alla sua essenza più intima di esteta che si nutriva di se stesso e di questo continuo percorso di scoperta.

Prima di far assaporare al lettore gli stralci adeguatamente selezionati, il curatore dell’opera ci immerge brevemente nella vita dell’artista. Nato come Kimitake Hiraoka, scelse giovanissimo lo pseudonimo Yukio Mishima, che gli fu proposto dal suo insegnante di giapponese. Ne ripercorre brevemente l’infanzia, segnata dalla presenza ingombrante della nonna materna, e le tappe fondamentali che lo portarono, a soli 45 anni e nel pieno di una notorietà che aveva già ampiamente travalicato i confini nazionali, a darsi la morte secondo il rituale del samurai in diretta televisiva. Come si arriva al seppuku e per quale motivo Mishima scelse di darsi la morte con tali modalità e in tali circostanze, Alex Pietrogiacomi ce lo fa ben comprendere proprio utilizzando le parole dell’artista. Non serve davvero altro per capire, perché Mishima trovò sempre perfetta coerenza tra i suoi proclami e le sue opere, tra il pensiero e l’azione, tra la penna e la spada.

Percorrendo una strada segnata dall’influenza di testi tradizionali come L’arte della guerra, Hagakure, Il libro dei cinque anelli, ci viene dunque presentato il Mishima eroico, poeta, esteta, guerriero dedito all’etica del samurai, al culto dell’Imperatore e ai valori del Giappone tradizionale. Una figura paragonabile, per certi versi, al nostro D’Annunzio – non a caso molto amato dal letterato nipponico -, del quale tradusse dal francese Il martirio di San Sebastiano, opera  ricorrente negli scritti e nell’immaginario di MIshima.

Il nemico esamina il tuo comportamento, e lo specchio fa altrettanto. Non si sfugge al nemico come non si sfugge a sé stessi. L’azione, il coraggio, l’afflato verso una morte ritenuta come l’esatto compimento di un destino che renda omaggio a quel coraggio e a quell’azione, sono la conseguenza di tale consapevolezza: L’essenza dell’azione è infrangere con energie irrazionali il limite a cui è approdata la razionalità.

Oggi gli uomini hanno dimenticato che nel coraggio, soprattutto nel coraggio fisico, si cela un conflitto profondo tra coscienza e corpo.

L’inclinazione del mio cuore verso la morte e la notte e il sangue voleva essere paga ad ogni costo.

È chiaro che, nei principi tradizionali che ispirarono l’opera e l’azione di Mishima, cultura orientale e cultura occidentale, intesi anche e soprattutto come modelli di sviluppo, siano da considerare lontane anni luce: Non posso credere nella sincerità occidentale perché è invisibile, ma in epoca feudale noi credevamo che la sincerità albergasse nelle nostre viscere. Se pertanto intendevamo dare prova della nostra schiettezza, dovevamo squarciarci il ventre ed estrarne la sincerità visibile. Di conseguenza: Il corpo è un vaso colmo di spazio vuoto.

Avete tanto cara la vita da sacrificarle l’esistenza dello spirito?  Si domanda retoricamente Mishima. Il peggior mostro che possa dominare lo spirito è l’abitudine. Larga parte dei proclami del letterato giapponese vanno proprio a fustigare questo aspetto della società giapponese, ovvero l’abitudine che porta alla codardia, al cercare di evitare il conflitto e tutta una serie di comportamenti che Mishima considerò come un segno dei tempi. Tempi segnati dalla decadenza: Nessuno ha mai vinto una guerra mantenendo continuamente una posizione difensiva. La critica più evidente rispetto al Giappone a lui contemporaneo la riservò proprio alla decadenza dello spirito, evidenziata dalla subalternità agli USA, popolo estraneo per cultura e tradizioni che non solo scofisse il Giappone in guerra ma ebbe altresì l’ardire di insediarsi in questa terra e dettare leggi e orientamenti culturali, fino ad inibire fortemente il ruolo e gli effettivi poteri dell’Esercito nipponico.

Per Mishima fu davvero troppo, e tutta la sua vita e la sua opera furono indirizzati a ridestare gli spiriti eroici improvvisamente acquietati, a ritrovare il senso dell’amor patrio in una nazione che andava sempre più occidentalizzandosi. Non bisogna arrendersi alla decadenza: Quando le strutture del mondo crollano in un immane disastro, quando tutte le speranze vanno in frantumi, quando i presagi d’annientamento ovunque spadroneggiano come rondini che dai tetti volano rasentando gli esseri umani, quando su di noi si dilata, giganteggia il limpido occhio del cielo azzurro che sembra contemplare l’imminente, disastrosa sconfitta, ecco l’elevarsi improvviso, irrazionale, il vento della salvezza, che dileggia con fresco impeto la ragione, lo spirito e tutto ciò che è umano. Lo capite? Questo è il Vento Divino.

Compiere la propria missione significa, in termini moderni, morire virtuosamente per una causa giusta.

Per condurre un’azione retta è necessario un corpo forte che la sorregga, nonché uno spirito indomito che ne tenga sempre accesa la fiamma: Io sono un uomo che ha sempre provato interesse unicamente per i margini del corpo e dello spirito, per le frontiere. Le profondità non mi interessano. Le lascio agli altri, perché sono argomenti frivoli e comuni. Come per un letterato è importante il potere delle parole: L’essenza artistica delle parole, come l’acido nitrico dell’incisione all’acquaforte, si fonda sul loro effetto corrosivo: componiamo un’opera utilizzando la funzione disgregatrice con cui il linguaggio consuma la realtà.

Ho voluto scegliere, come d’evidenza, alcuni stralci fortemente connotativi  per esemplificare ulteriormente l’idea che questo libro vuol restituire dell’uomo e dell’artista Yukio Mishima, tra i tanti di cui Alex ci fa dono nel suo importante lavoro da poco dato alle stampe, il primo in assoluto che mette in fila una serie di pensieri, concetti e idee che l’artista giapponese ha disseminato lungo l’arco delle sue numerose opere e dei suoi pregnanti discorsi rivolti a un popolo, quello giapponese, che a distanza di cinquant’anni dalla sua morte sembra essere rimasto pressochè immune rispetto al monito che gli lasciò quel fatidico 25 novembre del 1970. Ciò non deve far pensare però che la lotta di Mishima per l’emancipazione del Giappone dal dominio culturale e politico degli Stai Uniti sia stata una battaglia contro i mulini a vento. Perché il fine di tale lotta, per Mishima e per tutti coloro che scelsero, giovanissimi, di seguirne le tragiche ed eroiche gesta, fu nella lotta stessa: Insorgeremo insieme e insieme moriremo per l’onore.

Alex Pietrogiacomi nel concepire questo libro sceglie, come detto, il Mishima poeta, guerriero e martire della bellezza, privilegiando, da occidentale, una propensione più orientale d’indagine, se così la vogliamo definire, regalandoci un’opera che è utile prima di tutto a chi non conosce o conosce poco lo scrittore giapponese, ma anche a chi ama e apprezza da sempre il personaggio e la sua letteratura, consentendo anche a coloro i quali hanno buona dimistichezza con l’infuocato materiale proposto, la possibilità di fare una sintesi e di assaporare un lungo, assonante flusso di coscienza di un artista unico e forse irripetibile nel suo genere.

Ciò che emerge preopontentemente alla conclusione di questa intensa parabola esistenziale ripercorsa attraverso le parole, come l’eloquente titolo ci suggerisce, è il martire della bellezza, l’icona, il simbolo di un mondo forse sconfitto ma ancora ricco di suggestioni per tutti coloro che hanno voglia di combattere, curiosità di capire, oserei dire l’ardore della giovinezza che resiste ai passaggi dell’età e alle leggi di un mondo globale che sembra voler inibire qualsiasi istanza di rivolta.  Ecco perché va riscoperto Yukio Mishima, perché le sue parole possano far vibrare e diffondere come vasta eco un’idea e uno stile di vita che vanno decisamente oltre il puro e semplice atto di testimonianza.

“Non c’è più motivo di attendere coloro che continuano a profanare se stessi. Attenderemo ancora solo trenta minuti, gli ultimi trenta minuti. Insorgeremo insieme e insieme moriremo per l’onore. Ma prima di morire ridoneremo al Giappone il suo autentico volto. (…). Noi, ora, testimonieremo a tutti voi l’esistenza di un valore più alto del rispetto per la vita. Questo valore è la libertà, non è la democrazia. È il Giappone. Il Paese della nostra amata storia, delle nostre tradizioni: il Giappone. Non c’è nessuno tra voi disposto a morire per scagliarsi contro la Costituzione che ha disossato la nostra patria? Se esiste, che sorga e muoia con noi! Abbiamo intrapreso quest’azione nell’ardente speranza che voi tutti, a cui è stato donato un animo purissimo, possiate ritornare a essere veri uomini, veri guerrieri”.

Federico Magi, giugno 2020.