Preceduto dalla frase di Ennio Flaiano “I giorni indimenticabili nella vita di un uomo sono cinque o sei in tutto. Gli altri fanno volume.“, presa in prestito da Autobiografia del blu di Prussia e posta in esergo, questo agile, fulgido romanzo di Angelo Calvisi edito dalla giovane e intraprendente Pièdimosca Edizioni (Gli altri fanno volume, appunto) si presenta da subito con una soluzione narrativa che spiazza e incuriosisce il lettore: quella di parlare della vita di Paolo, il protagonista della vicenda, scegliendo solo sei giorni in tutto, sei giorni molto significativi, vuoi perché ritenuti esemplari, di un’età o di una condizione, o perché si rivelano dei momenti cruciali, delle tappe fondamentali, per cogliere l’essenza di un percorso.

È una scelta che, allontanando la trama dai bolsi e desueti schemi della tradizione, ha tutto il merito di regalarci un romanzo dinamico e progressivo, che non risente delle ellissi e dei salti temporali, della mancanza di una disposizione cronologica degli eventi, ma che trova un punto di forza nei tanti elementi di raccordo che ricorrono di sezione in sezione, di pagina in pagina, che ci lasciano scorgere, sapientemente, l’esistenza di un filo rosso che tratteggia un destino (la costante presenza di Andrea, per esempio, o quella di Caterina, il Mega Store costruito sul cimitero sumero, come pure il grande e inconsolabile dolore per l’assenza del padre, o la città di Genova che assurge a vero e proprio personaggio…). Ne risulta una struttura fortemente innovativa che, se da un lato pone sempre in primo piano il presente, come unica e vera dimensione del tempo di cui facciamo esperienza, contestualmente induce il lettore ad essere ogniqualvolta attento e partecipe, invitato com’è a riformulare di giorno in giorno le linee già tracciate e le ipotesi avanzate sulla vita di Paolo, mettendo in atto una prassi molto simile a quella che compiamo quando, dinanzi a un evento inaspettato, siamo spinti a volgerci indietro e a rileggere il tutto con occhi nuovi (una struttura dal moto circolare, verrebbe da dire, visto che l’argentino che traccheggia nel campo, nell’ultimo racconto, invecchiato e in evidente difficoltà, rimanda chiaramente all’argentino giovane e forte che stacca di testa e colpisce l’incrocio dei pali nel primo racconto: questi incarna la forza e l’energia della gioventù, carica di attese verso la vita, l’altro come sono andate purtroppo le cose).

Apprendiamo in questo modo, grazie a una lingua viva, fresca, espressiva al massimo grado e che attinge molto al quotidiano, di quando Paolo perde un amore e ne trova poi un altro, capendo così che l’amore di un tempo, quello che lui riteneva unico e vero, forse tanto vero non era; lo seguiamo quando ancor bambino si interroga su di sé e sulle cose del mondo, o sul rapporto controverso che ha con il padre; condividiamo la sua noia durante le giornate passate al Mega Store in cui lavora o nelle vesti di un giovane venditore di polizze, di cui non gli importa proprio nulla; oppure lo sentiamo straordinariamente vicino quando tutto sembra precipitare, salvo poi cambiare direzione all’improvviso, e per fortuna. Sono vicende che Calvisi intreccia abilmente con alcuni tragici eventi della storia italiana (il sequestro Moro, il G8 di Genova), riuscendo a fornirci con l’occasione uno spaccato reale del nostro Paese, un Paese che non è mai stato in grado di fare i conti con il proprio passato e che si è lasciato alle spalle tante ferite aperte, tanti vuoti nella sua memoria collettiva, fatta troppo spesso di casi irrisolti, stragi impunite e colpevoli svaniti.

Gli altri fanno volume è anche però un romanzo sull’assenza del Padre. Se c’è infatti un’ombra che pervade tutto il romanzo con il suo venir meno è proprio quella del padre, di colui che ha segnato così tanto l’infanzia di Paolo, con le sue promesse disattese, le sue bugie palesi e inaccettabili, i dispiaceri inflitti, tanto da originare nel figlio una “mancanza di attesa” dinanzi alle cose che si porterà dietro per tutta la vita, divenendo quasi un modus vivendi, che lui adotterà proprio per non dover rivivere il dolore provato a causa del padre quando questi non era presente (“Io non mi abbatto mica, io assecondo gli eventi e assecondandoli elimino le aspettative.“). È un padre che, vista l’incapacità di spiegare gli eventi al figlio, di dargli una pur minima chiave di lettura del mondo, di modo che possa orientarsi, così come di prendere posizione sui fatti politici, sembra incarnare il fallimento di un’intera generazione, forse non sempre all’altezza delle circostanze e che di sicuro avrebbe potuto svolgere meglio il proprio ruolo (Paolo, per esempio, non riesce a capire chi siano i cattivi e chi siano i buoni nei giorni del sequestro Moro e il padre glissa le sue domande con un insulso “lo deciderà la storia“, eludendo così ogni presa di coscienza, e favorendo l’estraneità del protagonista agli episodi a cui assisterà da adulto).

È un romanzo quindi che, per questi e tanti altri aspetti, rispecchia pienamente la vita di noi tutti, una vita in cui certe premesse, in alcuni casi, possono influenzare parecchio gli eventi successivi, ma che può altresì cambiare strada da un momento all’altro, prendendo percorsi imprevedibili, e nella quale un punto di arrivo può essere a volte l’inizio di un nuovo viaggio, una vita che riletta a cose fatte, col senno di poi, potrebbe apparire probabilmente di un tono minore rispetto a quella che ci aspettavamo da ragazzi ma che, non per questo, può regalarci anche gioie e vivide sorprese.