Johann Gottfried Herder, Johann Gottlieb Fichte, Jean-Jacques Rousseau, Giuseppe Mazzini, Carlo Cattaneo, Giovanni Gentile, Simone Weil, Benedetto Croce, Piero Calamandrei, Carlo Rosselli, sono solo alcuni dei grandi pensatori e autori del passato che Maurizio Viroli cita e interpreta in “Nazionalisti e patrioti”, di fatto ripercorrendo i temi del suo precedente “Per amore della patria. Patriottismo e nazionalismo nella storia”. Una sorta di agile compendio che trova la sua ragion d’essere nella necessità, come scrive l’autore, di comprendere “il significato del linguaggio del nazionalismo”. L’intento esplicito – lo leggiamo in quarta di copertina – è del resto molto chiaro: “per contrastare efficacemente il nazionalismo, dobbiamo riscoprire il patriottismo repubblicano che apprezza la cultura nazionale e i legittimi interessi dei cittadini, ma eleva l’una e gli altri agli ideali del vivere libero e civile”.

Di questi tempi, in cui una forma moderna di nazionalismo, dissimulato con la parola “sovranismo”, sembra essere rinato, Viroli per illustrare cosa vuol dire questa ideologia chesvilisce la libertà, esalta l’omogeneità culturale o etnica, giustifica il disprezzo per chi non appartiene alla nostra nazione”, è partito da lontano. Per la precisione dalle tesi di Herder, secondo il quale “l’amore della nazione e della cultura nazionale sia un’inclinazione naturale che la ragione tende a corrompere. Mantenerlo vivo richiede un continuo lavoro di purificazione, una costante vigilanza contro l’intrusione di elementi culturali estranei” (pp.15). In pratica: “per i repubblicani la peggior sventura è la perdita della libertà; per Herder è la perdita della nazione. Se private un uomo della sua nazione, scrive in ‘Idee per la filosofia della storia dell’umanità’ (1791), lo private di tutto” (pp.16). Una contrapposizione tra nazionalismo e cosmopolitismo che nella seconda metà del Settecento, si arricchisce con l’emergere di una corrente di pensiero che coniugava il valore della libertà politica con il valore della comunità nazionale, “caro al nascente nazionalismo”. Da questo momento in poi il libro di Viroli analizza gli ideali di Jean-Jacques Rousseau e di Fichte, che si appellarono all’identità nazionale per sostenere la lotta per la libertà politica; per poi affrontare gli scritti di Mazzini che, più di altri, comprese il contrasto ideale fra patriottismo e nazionalismo: “separato dalla libertà, l’ideale della nazione è per Mazzini null’altro che un’altra maschera del governo illegittimo e ingiusto” (pp.30). E poi: “Gli obblighi morali verso l’umanità vengono prima degli obblighi verso la patria. Prima di essere cittadini di una patria particolare, siamo esseri umani. Le barriere nazionali non possono essere invocate per giustificare la sordità morale” (pp.39). Quindi vien da sé che gli intellettuali fedeli all’eredità del Risorgimento giudicarono il nazionalismo una degenerazione del vero amor di patria. In tal senso, giungendo a tempi più recenti, viene citato Croce, Adolfo Omodeo e soprattutto Carlo Rosselli che in “Socialismo liberale” poneva una demarcazione netta tra patriottismo e nazionalismo.

Una demarcazione che Rosselli, polemicamente, considerava incompresa dagli stessi socialisti che continuavano “a ignorare i valori più alti della vita nazionale” e così la loro politica “finiva per facilitare il gioco delle altre correnti che nello sfruttamento del mito nazionale basano le loro fortune”. Per farla breve: “invece di condannare il sentimento nazionale come un pregiudizio gli antifascisti dovevano  porre il loro patriottismo al centro del loro programma politico. La rivoluzione antifascista, scriveva, è un dovere patriottico” (pp.71). Intento tutt’ora molto poco amato dai nostri cosiddetti progressisti, se solo pensiamo a quanti di loro, esplicitamente, se ne escono fuori con frasi tipo: “a me la parola Patria fa schifo”.

Eppure, secondo Viroli, la sinistra democratica, per contrastare i pericoli del nazionalismo (o sovranismo che dir si voglia), dovrebbe affrontare i suoi avversari sul suo stesso terreno: “deve rispondere  al bisogno di identità nazionale, ma la sua risposta deve essere diversa da quella del nazionalismo”. La storia dovrebbe aver insegnato – ma di fatto ancora insegna poco o nulla – che “contro il nazionalismo serve poco alzare la bandiera del cosmopolitismo, un ideale nobile che convince la ragione ma non tocca le passioni ed è sempre stato, e sarà sempre, principio di ristrette élites intellettuali. Poco giova, anzi nuoce, esaltare la visione della patria europea separata dalla patria italiana” (pp.81). Al contrario la sinistra, col suo internazionalismo, ha sempre lasciato il campo libero alla destra, spesso a quella più becera, il linguaggio del patriottismo.

Le conclusioni di Viroli, al termine di questo breve e densissimo saggio, un po’ storia del pensiero politico, un po’ pamphlet, sono chiaramente pessimistiche: “Vorrei sbagliare, ma mi pare proprio che ancora pochi comprendano questa lezione così semplice della storia. Lo capiremo, forse, quando sarà troppo tardi” (pp.83).