Francesco Petrarca è vecchio e della vecchiaia si porta addosso ogni disfacimento. Si muove lentamente, accusa le fitte di un’ulcera che non gli dà tregua, il suo corpo avvizzito e dolorante sembra essere parte del suo ego almeno quanto l’altissima considerazione che ha di sé. Il primo impatto con l’anziano poeta laureato, autore di opere immortali, è destabilizzante. Petrarca, così come lo racconta Santagata, è un anziano identico a molti anzianiFece ancora uno sforzo, si tirò la coperta di lana sulle spalle e faticosamente si alzò in piedi. La schiena era rigida, le giunture anchilosate, ogni piccolo movimento gli procurava dolore. Sentiva il peso dei suoi sessantaquattro anni“. Sessantaquattro anni nel 1368 sono parecchi, va sottolineato. Il corpo di Petrarca rumoreggia e si lagna. “Fumi acidi risalivano l’esofago. Uno stimolo al basso ventre: ecco cosa restava della sua virilità… Un peto lungo e silenzioso allentò la pressione sulla vescica: l’immediato sollievo in basso lo staccò dal dormiveglia… Si era concentrato sul suono chioccio che il suo stentato zampillo produceva colpendo dall’alto la superficie del vaso ormai quasi colmo. A tratti, una rosa di tiepidi spruzzi sulle caviglie, seguiti da uno scrosciare più vivace, lo avvertiva che stava pisciando sul pavimento. Se non fosse stato per quei segnali, non si sarebbe nemmeno accorto che si stava liberando“.

Un’immagine di Petrarca che stride, in maniera quasi fastidiosa, con quella dell’umanista celestiale ed eccelso, autore di poesie auliche e sopraffine. Lo troviamo, così il grande Petrarca, preoccupato per l’acidità del suo stomaco, occupato a orinare alla meglio sul ciglio del suo letto, in una stanza freddissima della freddissima città di Padova. È solo, Petrarca. Non ha mai avuto moglie ma qualche figlio sì. La sua vita è stata costellata soprattutto da persone chiamate Francesco e Giovanni. Francesco lui, Francescona la sua vecchia governante, Francesca sua figlia, Francescuolo suo genero, Franceschino il nipotino da lui tanto amato e morto a soli due anni per colpa della peste. E poi Giovanni. Giovanni il suo copista, Giovanni il figlio che aveva provato a far crescere a sua immagine e somiglianza, Giovanni il suo amico Boccaccio.

Le perdite subite sono tante e i fantasmi di chi non c’è più si affacciano senza tregua nella veglia dei suoi giorni. Un venerdì qualunque dell’ultima parte della vita di Petrarca. È questo il breve ma intenso viaggio che Santagata ci racconta ne “Il copista”, un testo che viene da lontano, come spiega lo stesso autore nella nota finale: “Il testo di questa edizione riproduce, con pochi lievi interventi, quello edito in Il salto degli Orlandi (Sellerio, 2007), il quale, a sua volta, riprendeva, con più sostanziose varianti, quello della prima edizione (Sellerio, 2000)“. C’è un Petrarca logoro e sfiancato ma c’è anche un Petrarca alle prese con il processo creativo del poeta pienamente consapevole della propria gloria che deve fare i conti con quel che è stato capace di conquistare. Scrivere versi è un’attitudine naturale per chi lo fa da sempre, ma è anche uno specchio nel quale si corre il rischio di annegare. Il poeta lavora per mantenersi all’altezza delle altrui aspettative. Sa dosare il proprio ingegno, questo è certo.

La poesia è ispirazione ma anche misura, è introspezione inquieta ma anche desiderio e sublimazione. Santagata indaga e studia la poetica petrarchesca da anni, conosce ogni meandro delle opere dell’artista toscano e attraverso “Il copista” ha cercato un percorso alternativo a quello puramente saggistico. “La scrittura creativa mi svincolava dalle costrizioni di quella saggistica e, lasciandomi libero di immedesimarmi totalmente nei pensieri dell’autore, mi dava la sensazione, se non proprio di penetrarvi, di avvicinarmi di più al mistero della poesia nel suo farsi. Fu una specie di scoperta che mi affascinò, anche perché mi consentiva di collegare l’attività di narratore a quella di critico e storico della letteratura“. E, alla fine, grazie anche a qualche sfumatura puramente letteraria, quindi inventata, Santagata ci pone di fronte a un Petrarca anziano e ormai non più capace di credere alla sopravvivenza dell’anima. Qualcosa di inconfessabile ma nitidissimo. La mescolanza tra biografia, scrittura poetica, psicologia e ispirazione ha dato vita a “Il copista. Un venerdì di Francesco Petrarca”.