Venerdì subito dopo mezzogiorno, con il sole che aveva passato lo zenit e scivolava composto verso l’estremità a ponente della vallata, Sevojants Anatolija si coricò per prepararsi a morire“. Un incipit che incanta quello del romanzo della scrittrice armena (che scrive in russo) Narine Abgarjan. Un incipit che, va detto, è all’altezza del resto della storia che si dipana in tre parti: una per chi ha visto, una per chi ha raccontato, una per chi ha ascoltato. Fin da subito si ha la sensazione di ritrovarsi al cospetto di una fiaba d’altri tempi, all’interno di un paese incastonato tra i monti, tra gente che possiede qualcosa di semplicemente umano ma anche qualcosa di inspiegabilmente magico. Ed è un bel sentire quel che arriva leggendo “E dal cielo caddero tre mele”, un romanzo che racchiude storie di personaggi irripetibili la cui vita, seppur trascorsa per la gran parte, è ancora in grado di riservare sorprese impensabili.

Insomma, fin da subito conosciamo Anatolija. Lei vive a Maran, un piccolo villaggio armeno inchiodato tra i monti, complicato da raggiungere e abitato per lo più da gente anziana. I giovani, come accade in molti luoghi del mondo, sono andati via. Ebbene Anatolija sa che la morte verrà a prendersela mentre dorme ma vuole che tutto sia a posto nella sua casa, nel suo orto e nel suo pollaio. Da giorni il suo corpo perde sangue, anche se ha cinquantotto anni e il sangue non la visita ormai da tempo. “Anatolija non aveva il minimo dubbio che il suo male fosse inesorabile e senza rimedio. Non per nulla l’aveva trafitta nella parte più inutile e insulsa del suo corpo, l’utero. Ti punisco, pareva dirle, perché hai mancato al tuo principale dovere di donna: mettere al mondo dei figli“.

Ogni personaggio di questa storia contiene una serie di altre storie. Storie di famiglia, s’intende. Di genitori e di sorelle, di nonni, bisnonni e altri avi. Nelle radici di ognuno, oltre alle origini di un cognome, c’è sempre un passato di altre vite, di destini e di morti, tanti morti. Le carestie imperversano senza tregua e anche a Maran, nel tempo, le famiglie si sono disfatte e sgretolate per colpa della fame, spietata come le piaghe d’Egitto. Chi rimane piange e tenta di andare avanti. A Maran quei pochi che restano si conoscono tutti, inevitabilmente. E il dramma di uno può diventare il dramma di tutti. La solidarietà tipica di chi si conosce da sempre, quella che nasce e si sostanzia col tempo e con la vicinanza. Anche per questo il male di Anatolija non può portarla davvero alla morte. Ci sono i suoi anziani vicini, Šalvarants Ovanes e Šlapkants Jasaman, marito e moglie, che le daranno soccorso a furia di infusi, impacchi e altre applicazioni.

Anche di Ovanes e di Jasaman, come in un gioco di incastri e di staffetta, conosceremo la vita e le opere. Proprio come si fa in un grande romanzo corale in cui nessuno prevale ma tutti hanno un ruolo forte e preciso. Accade così per tutti i personaggi che popolano “E dal cielo caddero tre mele”, nessuno escluso. Alcuni di loro conservano memorie di eventi che non sanno spiegare se non con il sesto senso, la fede o il silenzio che sanno di dover mantenere. Il limite tra il mondo dei vivi e quello dei morti si fa spesso labile e sfuggente, nulla di pericoloso: tutto può essere spiegato col tempo o con la vita. E basta poco per tramutare un fatto in leggenda, una parola in visione, un sogno in maledizione. Maran è questo, un luogo inaccessibile, in parte crollato per via di un terremoto, un villaggio in cui il postino sale ogni due settimane a consegnare lettere che in pochi sanno leggere, giornali che diventeranno cartine di sigaretta e novità della valle che, in fin dei conti, interessano a pochi.

La Abgarjan ha intessuto una storia armena dal fascino senza tempo. I fatti avvincono e le parole scivolano via senza esaurirsi mai. Un romanzo bellissimo, costellato da figure forti e gentili, come è tutta la gente di montagna. Una leggenda che si ripete immutabile, componendosi anche di piccole gioie inaspettate. Proprio come mele che cadono dal cielo: “una per chi ha visto, una per chi ha saputo raccontare e una per chi ha ascoltato e ha creduto nel bene del mondo“.