L’elaborazione del lutto è un processo che impegna tutti in maniera pesante e che, ovviamente , segna in maniera ancor più gravosa i bambini. Elaborazione che però – se vogliamo dare retta agli psicologi più competenti – anche nei più giovani e inesperti della vita può placarsi comprendendo davvero cosa è successo. In altri termini, tenere i bambini fuori dalle circostanze che hanno causato la morte del genitore, della persona amata, non li salvaguarda affatto dalla sofferenza, anzi. Purtroppo questa sorta di esclusione dal contesto del lutto è capitata a Cecilia Giampaoli, che, in “Azzorre”, ha voluto raccontare il suo viaggio; che potremmo, a buon vedere, definire “salvifico”.

Viaggio che trova le sue motivazioni nel passato, esattamente nel 1989, anno in cui il padre della scrittrice ha perso la vita, con altre 144 persone, quando il suo aereo, partito da Bergamo, si schiantò su una montagna delle Azzorre. Allora Cecilia Giampaoli aveva appena 6 anni. Evidentemente troppo pochi e soprattutto una tragedia avvenuta troppo lontano, con troppi non detti, per pacificare una giovanissima e poi una giovane donna. Così dopo 25 anni, nel 2014, la ragazza si reca nelle Azzorre per comprendere una verità, qualcosa che le consenta di elaborare la perdita del genitore, ma senza l’illusione di riportarlo in vita. Un po’ come diceva una persona del luogo, la cui voce era giunta a Cecilia proprio poco dopo essere arrivata nell’isola: “Devo fare i conti con il lutto, appunto questo nota insieme all’unica frase che riesco a capire. ‘La gente se muere’ dice lui, ed è come il tentativo di farsene una ragione” (pp.13). Intendiamoci, pur con queste premesse, “Azzorre”, romanzo autobiografico e diario di viaggio, evita di incistarsi su toni tormentosi o peggio su visioni funeree. È semmai un racconto fatto di  incontri cercati ed altri rifiutati con i nativi, tra le testimonianze dell’incidente, diffidenze, di momenti solitari; tutto nell’atmosfera di un’isola di sorprendente luminosità, dove “la natura entra ed esce dal paese e lentamente si riprende gli edifici disabitati senza che nessuno ci faccia caso” (pp.19).

Potremmo definire “Azzorre” una sorta di pellegrinaggio alla ricerca di una verità che probabilmente non arriverà mai, o quanto meno non arriverà mai del tutto completa. Se ne renderà conto Cecilia al termine del suo soggiorno nell’isola: “Col passare dei giorni, la questione del vero e del falso mi era sembrata sempre più complicata. Finché, sul finire del viaggio, mentre camminavo per la Main Street, un’idea chiara e apparentemente incontrovertibile si era fatta largo tra le altre: la verità non la posso conoscere perché non riesco a vederla per intera. Non potrò mai sapere tutto, e che verità è se non è perfetta?” (pp.149). Sta di fatto che alla fine, come aggiunge ancora la nostra scrittrice: “La verità non è importante quanto il modo in cui scelgo di vivere le cose” (pp.150).

Una decisione, una presa d’atto che si poteva intuire fin dalla prima pagina grazie ad una scrittura concisa, che di certo non presupponeva sentimenti negativi di vendetta; semmai il tentativo riuscito – nonché confermato dalla stessa Cecilia Giampaoli – di tenere a freno i sentimenti che, a stretto contatto con i luoghi della tragedia, potevano scaturire con tutto il loro peso e coinvolgimento. Come quando la protagonista si inerpica sul Pico Alto: “Il monumento è in fondo alla piazzola […] Cerco il nome di mio padre. Lo trovo […] Insomma, a lungo ho pensato che, forse, proprio morto non era. Qualcosa di quella bambinesca aspettativa svanisce solo ora che leggo il suo nome quassù: Giuliano Giampaoli” (pp.85).

Da questi brevi brani condivisi potrete cogliere come la scrittura renda benissimo un lirismo che non perde mai di lucidità e non si piega a gratuite melensaggini. Ma soprattutto – ripetiamolo – né la scrittura né il racconto cedono a sentimenti negativi come poteva essere la rabbia o soltanto il rinfacciare quanto fatto, quanto non fatto, a coloro che, vuoi per distrazione, vuoi per inesperienza, avevano avuto probabilmente delle responsabilità nell’incidente del 1989. Così il viaggio, significativamente, si conclude con una cena a casa di António, il giovane che, venticinque anni prima, aveva dato delle indicazioni sbagliate dalla torre di controllo di Santa Maria: “Avevamo parlato dell’incidente, anche se ormai non rimaneva molto da dire: se i piloti avessero consultato le carte; se lui si fosse assicurato che l’altitudine era stata rispettata; se avesse comunicato i dati corretti sulla pressione atmosferica; se il pilota avesse ascoltato il sistema d’allarme […] se tutti avessero seguito le regole e tutto fosse andato come ci si aspettava – ora non sarei qui” (pp.151). E, dopo che António ha raccontato dell’incidente che lo ha visto coinvolto, pochi mesi dopo la vicenda di Pico – “Lui che guida, lei che si tiene stretta dietro. Una macchina sbanda, li urta e se ne va. Lei muore”, pp.152 – la considerazione più coerente di Cecilia Giampaoli: “Non mi era più del tutto chiaro chi fra noi fosse la vittima […] Perdono ora, e chiedo perdono” (pp.153). Un racconto privo di eccessi sentimentali, peraltro scritto benissimo, dove emerge come l’unica vera medicina alle sofferenze del passato sia  recuperare una sorta di connessione tra il proprio dolore e quello degli altri.