Essere madri è solo istinto, convenzione, luogo comune, obbligo, vocazione, forzatura? No, non solo. La maternità che la Gasperetti ci pone di fronte, attraverso il suo interessante “Madri e no. Ragioni e percorsi di non maternità“, è un cosmo estremamente articolato, spesso contraddittorio fino a diventare persino paradossale. La sua personale percezione della maternità, se fosse giudicata dalla “prassi materna” standard, potrebbe essere rapidamente bollata come anomala o deforme perché, semplicemente, la Gasperetti ha scelto di non essere madre e, nel corso del suo scritto, ci fa intendere che si tratta di una scelta legittima e sana esattamente come quella compiuta da chi madre vuole esserlo e lo è. Il senso, in fondo, è questo: la ragionevolezza di una scelta libera. E i capitoli di “Madri e no”, indagando le varie forme e i vari nodi che si aggrovigliano attorno al tema della maternità, non vogliono essere la giustificazione alla sua non-maternità ma diventano un’analisi storica, psicologica, sociale, antropologica e umana del perché si diventa madri e del perché non lo si diventa.

Il “topos” da cui si parte, tanto per sfatare qualche abusata metafora, è legato al celeberrimo “orologio biologico”, la cui mannaia pende sul capo delle donne da una certa età in poi. “A voler dar retta ai dettami del senso comune, una volta passati i quarant’anni l’orologio biologico di ciascuna dovrebbe mettersi a ticchettare all’impazzata; siamo abituati a pensare che, all’avvicinarsi della data di scadenza della loro scorta di ovociti, le donne saranno prese come da una febbre, si lanceranno in uno scomposto arrembaggio alla maternità prima che sia troppo tardi, eppure niente nella mia fisiologia preannuncia un imminente Sturm und Drang procreativo“. Va detto che l’ironia è una delle sfumature che la Gasperetti metti in campo, soprattutto quando si tratta di sfatare certi miti o di porre se stessa al centro del discorso. L’idea dell’orologio biologico, alla fine, è diventata una scadente banalizzazione di un problema serissimo: lo slittamento in avanti di nuzialità e maternità. Eppure, guarda caso, la metafora dell’orologio va a responsabilizzare sempre e solo le donne, “dove sono gli uomini in tutto questo? Chi si sta occupando di contare i grani di sabbia della loro clessidra?“. Il tema dell’orologio biologico, riflette l’autrice, diventa “uno dei tanti luoghi in cui scienza e sessismo si sono incontrati, si sono piaciuti” fino a rendere del tutto “normale” che il “fardello della riproduzione umana ricada esclusivamente sulle donne“.

Generare un figlio non è più, ormai, un impulso né una spinta (quasi animale) a procreare: “essere una nullipara oggi in Italia è una cosa che succede non solo a chi si vota al monacato o alle bruttine sfortunate in amore, succede molto di frequente, succede al 45% delle donne attualmente in età riproduttiva. Quasi la metà del totale“. In Italia non avere figli, secondo le statistiche, più che una scelta è una costrizione. Le ragioni sono diverse: il già detto slittamento in avanti di nuzialità e maternità, la diminuzione della popolazione femminile, il numero di figli partoriti al di sotto della cosiddetta quota di sostituzione (due figli per coppia). Poi la Gasperetti si sofferma sul fatto che “parlare di natalità è parlare esclusivamente di maternità […] sono sempre le madri, le madri in potenza, a sedere sul banco degli imputati“. Donne troppo individualiste? Donne troppo prese dalla carriera? Oppure donne lasciate sole? Donne senza supporti e senza servizi? Sicuramente, diventare madri è un lavoro di equilibrio coraggioso. Non esiste l’orologio biologico e non esiste l’istinto materno, sono miti creati per rassicurare chi, come le donne, spesso, si trova a non avere scelta.

Il viaggio nel mondo della maternità procede soffermandosi su tematiche diverse e fondamentali che attraversano, ad esempio, la “mitologia” delle zitelle. A loro è dedicato il secondo capitolo, uno dei miei preferiti. Anche io ho sempre amato le figure di donne, spesso arcigne, spesso odiose, spesso nevrotiche, che nella loro stoica solitudine, maledette dalla mancanza di mariti e di figli, hanno popolato letteratura e cinematografia. E, spiega l’autrice, “studiare chi non ha figli, in sostanza, equivale a studiarci tutti“. La Gasperetti non manca mai di mettersi in gioco e lo fa con una buona dose di onestà intellettuale, mi è parso. Indaga la sua infanzia raccontando qual è stato il legame con sua madre e diventa, nello stesso momento, osservatrice di sé. L’intento è probabilmente quello di porsi dentro al problema, senza elusioni. In tale percorso di scrittura e di analisi non si rintraccia mai la posizione estremista di chi non sa considerare la condizione contraria alla propria. Innumerevoli i richiami a studi e saggi scritti in precedenza, quasi a tracciare un sentiero di riflessioni utili a fare da scia. Ci sono i dati, ci sono i conflitti, ci sono le incongruenze sistemiche e i racconti di vita. “Lavorare a questo libro” si legge a pag. 171 “ha avuto su di me un effetto inaspettato, mi ha rivelato una fiducia che non sapevo di possedere, e mi ha fatto vedere con maggiore chiarezza quelle che consideravo le direttrici imprescindibili, la base del nuovo paradigma che sogno di veder realizzato in questo crepuscolare scorcio di Capitalocene: la possibilità di universalizzare, estendere a tutti, riportandoli a una dimensione collettiva, quegli imperativi di cura che la nostra società ha rimosso, allontanato dallo spazio pubblico per ricacciarli con forza dentro la casa, delegandoli e imponendoli alle donne“.