“Fu la fedeltà alle narrazioni ascoltate a casa a portarla in mezzo agli scomposti anni Settanta, con un bagaglio di pochissime, incrollabili certezze: bisognava essere diversi. Aspettava l’ingresso al liceo come fosse un lasciapassare per la politica vera, quella dei ragazzi che aveva visto in piazza, quella degli slogan gridati nei megafoni, quella che ai suoi compagni di scuola media non interessava, quella che interessava solo a lei e a pochi altri, che lei s’immaginava come migliori, avvolti da un’aureola di eroismo, solo perché non scappavano davanti a una carica della polizia”. (pp.98-99).

Bisognava essere diversi, e certamente lo era chi nei mai veramente troppo remoti Settanta, essendo un giovane studente, sceglieva la militanza dalla “parte sbagliata”, come ha cantato De Gregori, abbracciando idee, sentimenti, simboli e sogni di un universo neofascista ancora orgogliosamente devoto alla figura immortale di Benito Mussolini. Annalisa Terranova, giornalista del Secolo d’Italia, classe 1962, a 18 anni di distanza dal bel saggio sul Fronte della Gioventù degli Ottanta, Planando sopra boschi di braccia tese, torna a descrivere la galassia giovanile missina per mezzo del suo alter ego, Vittoria, protagonista di una storia che abbraccia l’intero arco dei Settanta fotografando, attraverso immagini, ricordi e suggestioni personali, il decennio più caldo dell’ultima storia patria. Vittoria. Una storia degli anni Settanta, è un romanzo evidentemente autobiografico nel quale la Terranova ci racconta della sua infanzia in una famiglia fascista, tra bambole e carosello, per poi descriverci, attraverso alcuni passaggi cruciali, gli anni dell’adolescenza e della scelta politica netta, inequivocabile, radicale, in ossequio alla sua cultura familiare. Sono tempi difficili, perché si entra nei sanguinosi anni di piombo, tempo in cui far politica porta anche a rischiare la vita. Vittoria guarda il mondo consapevole che la sua è una scelta inevitabile, rafforzata ancor più dal sangue e dai morti, di amici e camerati che restano inevitabilmente indelebili nel ricordo. Ma alla fine di quegli anni, lo sguardo ormai cresciuto di Vittoria è uno sguardo dolente, dubbioso, pieno di incertezze ma anche di aspettative, verso il domani che sarà.

Annalisa Terranova concepisce la sua storia come un lungo racconto scritto da una figlia amorevole ad una madre ormai morente, per ravvivarle i ricordi ottenebrati dall’alzheimer. Allo stesso tempo Vittoria è un perfetto romanzo di formazione, nel quale sono abilmente fotografati i momenti fondamentali della crescita di una ragazzina: dall’infanzia spensierata, ai primi confronti con i pari età, alle prime esperienze di vita, alla militanza politica, al contrasto con gli studenti della parte avversa, al primo amore, fino alla morte cruenta di un amico camerata. E infine il ricordo, la rievocazione di un periodo di vita irripetibile e denso come può esserlo solo l’infanzia-adolescenza. I tragici eventi cruciali dei Settanta sono ripercorsi attraverso l’elaborazione della protagonista, che vive il tempo del rogo di Primavalle, della strage di Acca Larentia fino alle ultime riflessioni sulla morte di Aldo Moro. Proprio con un ricordo-omaggio ad Acca Larentia, visitata ai giorni d’oggi da Vittoria/Annalisa, si chiude la narrazione. Un romanzo nostalgico e pieno di evocazioni, laddove la nostalgia non è per un’ideologia oramai sempre più sfumata e perduta, ma per un tempo di vita irripetibile e denso di avvenimenti, per quell’adolescenza che tutti portiamo con noi come ricordo più potente e connotante; perché nella vita è ancora tutto possibile e in divenire, nonostante (o forse proprio per, nel caso di Vittoria) la percepita diversità. È il tempo delle scelte e delle certezze assolute che tendono, purtroppo o per fortuna, a sfaldarsi col sopraggiungere dell’età adulta.

Annalisa Terranova descrive benissimo il senso di estraneità, di (auto) ghettizzazione e di sconfitta di chi sceglieva una determinata parte politica, e immortala con afflato lirico quegli anni rendendo l’idea del tempo andato meglio di tanti saggi specifici sull’argomento trattato. Quasi in opposizione etimologica rispetto a questo stato d’animo, omaggia la sua protagonista col nome di Vittoria. Anche attraverso questa scelta, che non sembra affatto casuale, la giornalista del Secolo d’Italia ci conferma il suo sguardo comunque positivo e privo di astio od odio verso quel periodo e quei protagonisti di un tempo di formazione e di crescita. Un sentimento profondo che ognuno di voi può trovar confermato nel bel saggio cui accennavo al principio, Planando sopra boschi di braccia tese, nel quale la Terranova descrive con amore, ma con senso profondamente critico, la vita, le attese e le speranze dei giovani missini degli Ottanta. Chi vi parla ha abbracciato quel mondo, quello descritto da Annalisa/Vittoria, solo agli inizi dei Novanta, ma è comunque in grado di confermare sentimenti, idee e suggestioni che si assaporano in questo bel romanzo, perché in qualche modo, al tempo, ancora si respiravano. Oggi quel mondo è assai lontano, fagocitato dal tempo della disillusione e del disincanto, un po’ per tutto e un po’ per tutti. Forse per questo Annalisa Terranova ha voluto mettere un punto, e da lì riavvolgere il nastro dei ricordi, per scrivere questa storia sua e soltanto sua, ma che in qualche modo riguarda tanti altri come lei: un’intera generazione di ragazzi “diversi”, e forse qualcosa di più.

“Vittoria si immaginava un mondo cattivo e corrotto, contro il quale lei, da grande, avrebbe combattuto, e rispetto al quale lei avrebbe mantenuto una rocciosa diversità: i buoni da una parte, i cattivi – molti di più – dall’altra. Una consapevolezza che affiorava timidamente ma con forza inesorabile, consolidandosi di stagione in stagione, diventando silenzioso giuramento interiore, soprattutto dopo che il padre la condusse al funerale dei fratelli Mattei, uccisi nel rogo di Primavalle”. (p.57)

Federico Magi, aprile 2014.