Marco Ponti, già autore di diversi libri molto critici nei confronti del modo in cui in Italia (e non solo) si decidono le cosiddette “grandi opere”, è stato recentemente coordinatore del gruppo che ha svolto l’analisi costi-benefici di 5 grandi progetti, tra i quali la TAV Torino-Lione. E, visti i risultati sconfortanti che sono usciti dalla commissione, è stato pesantemente attaccato da quasi tutta la politica italiana, nonché da quasi tutta la stampa e quindi da quasi tutti i nostri editorialisti tuttologi. La colpa è stata ovviamente quella di mettere in dubbio la validità di progetti che, a suo dire, non sono scelti per essere i migliori ma semmai i più costosi; perché così le imprese ci guadagnano di più e di conseguenza i politici credono di averne un ritorno in termini di popolarità. Ammesso e non concesso che il “ritorno” sperato sia soltanto in popolarità.

Marco Ponti con “Grandi operette” torna, con un approccio decisamente più sarcastico rispetto i suoi precedenti saggi, a sbugiardare i tanti luoghi comuni che sembrano essere diventati autentici atti di fede, della serie “si fa perché si deve fare”. Atti di fede affidati, per fare l’esempio più eclatante, a Consorzi di imprese che si sono spartite le tratte dell’Alta Velocità grazie ad assegnazioni di lavori senza gara europea; e che sono gli stessi che poi realizzano gli studi di impatto ambientale o le analisi costi-benefici. In pratica studi e le previsioni dei costi e del futuro traffico che vengono fatti, come ribadisce Ponti, da chi vuole costruire un’opera che sarà realizzata con i soldi dei contribuenti. Alla fin fine l’aspetto “scandaloso” e tanto contestato delle argomentazioni di Ponti – che, ricordiamolo, è un collaboratore dell’Istituto Bruno Leoni, nemmeno pregiudizialmente contrario alle opere AV, e quindi non ha niente a che fare con quelli della “decrescita felice” – riguarda la valutazione costi benefici sia nel campo finanziario che in quello ambientale. E difatti c’è molto di “scandaloso” nel suo libro, avendo voluto smontare le fake news che alimentano la retorica delle grandi opere: dal fatto che queste immense cementificazioni vogliano dire aumento dell’occupazione; oppure che il trasporto ferroviario rappresenti nel breve medio e lungo termine una soluzione ecologicamente più compatibile. Effettivamente, anche senza scomodare i calcoli di Ponti, quello che è successo pochi anni fa nel Mugello dovrebbe far pensare.

Il nostro autore, dopo aver raccontato con molta precisione episodi vissuti in prima persona durante la sua vita professionale, ovvero tanti aspetti, tra farsa e tragedia, che hanno accompagnato l’ideazione e la realizzazione di opere pubblicizzate da noti politici e dalla stampa come indispensabili ed espressione di progresso irrinunciabile, al termine del saggio, opportunamente riassume “un bel po’ di cose che sono venute fuori in questo libro”. Ve ne proponiamo un ampio estratto, a cominciare dalle “fake news” (sempre secondo Ponti) sull’occupazione:

“– Le grandi opere creano poca occupazione, oggi, per ogni euro speso. Solo circa il 25% va a pagare i lavoratori che le costruiscono direttamente. Sono, dicono gli economisti, “ad alta intensità di capitale”. I cantieri sono molto meccanizzati. Poi, certo, le macchine devono essere a loro volta costruite da qualcuno. Ma, nel complesso, l’occupazione creata è poca rispetto a settori dove proprio il lavoro manuale è indispensabile. Pensate alla manutenzione di case, scuole ecc. O quella delle strade, o delle zone franose, che sono un’infinità.

– Poi le grandi opere finiscono, le manutenzioni no. Rimane improvvisamente disoccupata molta gente tutta in una volta. È un problema trovare a tutti subito un’altra occupazione.

– Usano delle tecniche che non innovano niente, tanto che ormai queste opere, anche quelle difficili, le sanno fare dappertutto. Persino le grandi macchine che scavano le gallerie (le “talpe”) a volte sono importate, è una tecnica ormai vecchia, ha trenta anni e più.

– Molte di queste opere fanno grandi danni all’ambiente, sia producendo per decenni un sacco di inquinamento nei cantieri, sia avendo un impatto poco piacevole sul fantastico paesaggio italiano, una nostra grande risorsa di cui ci rendiamo poco conto.

– L’argomento che le grandi opere ferroviarie farebbero bene all’ambiente togliendo traffico alle strade è ridicolo. Ne tolgono poco e anche sfoltendolo, riducono relativamente l’inquinamento. Il 90% del traffico continuerà a usare la strada, e inquinerà sempre di meno. Già oggi un camion moderno inquina un decimo di uno di vent’anni fa.

– I cittadini e le imprese vogliono le ferrovie solo a parole. Se se le dovessero pagare, non le prenderebbe nessuno. Le prendono, compresa l’alta velocità tanto decantata, solo perché la gran parte del costo lo pagano, o lo hanno pagato, gli altri. I sussidi alle ferrovie sono stati talmente alti e assurdi da scavare una grande crepa nei conti pubblici, all’incirca un quarto del buco totale dopo la Seconda guerra mondiale.

– Nel settore delle grandi opere c’è poca concorrenza (gli industriali non la vogliono). Tantissime cose devono essere comprate sul posto, perché costa troppo farle venire da lontano: il ferro, il cemento, la ghiaia e la sabbia con cui impastarlo, le stesse macchine del cantiere possono venire solo da vicino. E questo succede in tutto il mondo, e determina dei guai, perché la concorrenza in questo mondo non rende. Non è come per il computer su cui sto scrivendo, che ho potuto scegliere tra una dozzina di offerte.

– La poca concorrenza significa maggiori profitti, e più certi. Questi non si chiamano nemmeno più profitti, si chiamano rendite, e non fanno crescere niente.

– Poca concorrenza, e i grandi profitti che di solito ne seguono, sono anche una grande fonte di corruzione, e fanno molto gola alle mafie, che infatti sono molto presenti nel settore, non più con la lupara e la coppola, ma con legalissime società e funzionari in giacca e cravatta, ai quali però non piace affatto sentir parlare di concorrenza.” (pp.139-140).

Insomma, “Grandi operette” è un invito a non credere alla propaganda facile facile propinata da chi si limita a ripetere “vogliamo rimanere in Europa” e non sa dire altro perché non conosce altro linguaggio; oppure – aspetto moralmente peggiore – propalata da chi conosce perfettamente la situazione ma si è fatto convertire da motivi politici e non tecnici; e soprattutto è un invito a considerare, senza farsi condizionare dalle proprie simpatie politiche, come vengono spesi i soldi pubblici. Chi leggerà “Grandi operette”, sia che si concordi con quanto scritto, sia che al contrario le si consideri tutte grandi baggianate di chi ci vuole nell’età della pietra (questi in genere gli argomenti di chi sostiene senza se e senza ma le grandi opere), col senno di poi non si meraviglierà più degli attacchi feroci che Ponti ha subito dalla cosiddetta grande stampa, quando nel 2019 era coordinatore dell’analisi costi benefici.