Una riscrittura della Tempesta“, recita il sottotitolo del romanzo. E qui s’intende “La Tempesta” di Shakespeare, ovviamente. La Atwood in “Seme di strega” compie un lavoro che con la drammaturgia ha molte connessioni. Un lavoro che ha tutte le caratteristiche per essere facilmente considerato una rivisitazione contemporanea in cui, proprio alla maniera shakespeariana, il teatro e la vita si mescolano, in cui la finzione di chi recita e la realtà di chi vive non sono sempre nitidamente distinguibili. “Seme di strega” è soprattutto una storia di vendetta, quel sentire arcaico e strisciante che un individuo può covare e nutrire dentro di sé per anni, fino a quando il destino non si mette in moto per dargli sfogo e senso.

La vendetta, qui come altrove, si genera dopo un torto subito. Un atto vile e inaspettato che precipita la vita di Felix, il protagonista del romanzo della Atwood, in una sorta di purgatorio. Felix è un regista affermato, un esperto di teatro capace di allestire spettacoli strabilianti, versioni immaginifiche e sorprendenti di opere fondamentali della storia della drammaturgia. Lavora alacremente e con passione eppure, giunge il momento in cui il suo braccio destro, Tony, senza che Felix nemmeno se ne renda conto, lavora alla sua estromissione. Tony lo ha tradito, Tony ha ordito alle sue spalle fino al momento in cui gli annuncia di essere stato licenziato. È accaduto tutto da diversi anni ma Felix non dimentica e, soprattutto, non perdona. “Com’è caduto in basso, come si è sgonfiato, come si è ridotto. È solo mera sopravvivenza, la sua, vive in una tana, ignorato, in un luogo sperduto. Mentre Tony, quello stronzetto pieno di sé che si fa vedere in giro con la gente che conta, che tracanna coppe di champagne e si rimpinza di caviale, lingue di allodole e maialini da latte, che frequenta i gala e si crogiola nell’adorazione dei suoi collaboratori, leccapiedi, adulatori… Che una volta erano gli adulatori di Felix. Gli brucia, lo rode, grida vendetta. Se solo“.

Felix decide di eclissarsi. Lo fa per anni. Senza il suo teatro non gli rimane molto. Va a vivere in una catapecchia, interrompe ogni rapporto con chi lo conosceva. Con sé c’è solo il fantasma di Miranda, sua figlia. La piccola Miranda morta per una meningite a soli tre anni. Miranda che lui vede e sente e ama come sempre. “Felix non impiegò molto tempo a scoprire che era facile sparire e che la sua sparizione era accettata dal mondo intero“. S’inventa una nuova identità, Felix, decide di farsi chiamare solo F. Duke. E forse è già da qui che inizia a tessere quella tela avvolgente e luccicante che sarà la sua vendetta. Il resto sembra compiersi per gradi e col favore del tempo, parecchio tempo. Dodici anni. Una vendetta nutrita, accudita e accarezzata per dodici anni. Il tempo diventa un alleato che il vendicatore sa maneggiare con estrema sapienza.

Per dare alla storia il finale che desidera, Felix deve lavorare con cura. Affinché tutto abbia il senso che lui vuole, ha bisogno dei suoi allievi. Da quando è diventato F. Duke, insegna l’arte teatrale ai detenuti di un carcere. Uomini che, nell’arco di qualche anno e qualche spettacolo, hanno imparato a stimarlo e rispettarlo. “La Tempesta” è esattamente il dramma che Felix vuole rappresentare. E la Atwood, come un’abile regista, scompone e ricompone l’opera di Shakespeare fino a scavarne il midollo. Le scene, i personaggi, le prigioni, i fantasmi, i peccati dell’uomo e i capricci degli spiriti. Tutto serve a costruire la giusta atmosfera per quella che Felix vuole che sia una sorta di scena madre da presentare al cospetto di chi, dodici anni prima, ha devastato la sua esistenza.

Chi legge rimane in attesa, ovviamente. Il pathos non manca perché, inevitabilmente, il gusto della vendetta e la sete di giustizia rimangono tra gli stimoli più esaltanti per la letteratura così come per il teatro. Non si può sbagliare. La contaminazione tra narrativa e drammaturgia è l’elemento base di “Seme di strega”. Una Atwood che scrive, come sempre, in maniera impeccabile e che mette in piedi un grandioso meccanismo scenico. Avrei forse tagliato qualche porzione di testo che a me è parsa quasi una dispersione di parole ma questo dipende, come al solito, dal mio bisogno di sintetizzare sempre dove possibile. Del sapore dolcissimo della vendetta ho parlato. Della catarsi di chi, in questo romanzo, vuole disperatamente quella vendetta sarà meglio che ognuno legga da sé. Non si deve mai svelare tutto.