Di questo libro, a primo impatto, non avendo mai sentito nominare l’autore, mi ha colpito il titolo: “Mia sconosciuta”. Una sorta di ossimoro: ciò che è mio può essere sconosciuto? Poi è arrivata la foto in bianco e nero posta in copertina. Una donna che sorride con ai piedi scarponi d’altri tempi e uno sfondo di montagne che sembrano farle da corolla. Lei è in cima, ho pensato. E dopo qualche istante: questo libro deve parlare di una donna. Tanto basta. Le mie primissime sensazioni o intuizioni non erano sbagliate. Per niente. La donna che sorride tra le montagne è Rosamaria Ferrari. Porta lo stesso cognome dell’autore, che è suo figlio. Marco Albino Ferrari, da quel che ho scoperto dopo, con le montagne ha molto a che fare. Ed è proprio l’amore per la montagna, per l’aria aperta, per le salite e le scalate, per la conquista di una vetta, l’eredita di vita più preziosa che sua madre gli ha lasciato.

“Mia sconosciuta”, dunque, è un omaggio di un figlio a sua madre. Questo libro è un po’ biografia, un po’ racconto d’avventura e di scoperta, un po’ romanzo, un po’ flusso di coscienza. L’io narrante rimane quello di Marco Albino Ferrari ma accanto alla sua voce si apre la storia più ampia e indubbiamente affascinante di Rosamaria. A me pare che l’intento dell’autore sia quello di raccontare la propria madre per non perderne l’essenza e, allo stesso tempo, per spiegarsi a se stesso e capire come si sta nel mondo. Tornare alla propria madre diversi anni dopo la sua morte è come ristabilire una misura, riappropriarsi di un legame che era stato lasciato a decantare. Tra Marco e Rosamaria c’è sempre stato un rapporto viscerale e profondo, lo capiamo da subito. “Sempre soli. Sempre io e lei. Con tutto ciò che è stato vivere con una donna così fino agli ultimi giorni. Tra noi non dovevano esserci segreti, anche se lei per me è rimasta un mistero; già quando ero piccolo mi parlava di ogni cosa, senza freni, idee, giudizi, confidenze, tabù, ricamava opinioni, infrangeva limiti con inalterabile sicurezza, fino a trascinarmi interamente dalla sua parte, la nostra parte“.

Rosamaria è stata una donna, e quindi anche una madre, anticonvenzionale e inaspettata. Fuori dal suo tempo, fuori dagli schemi, fuori dalle aspettative. Lo sguardo del figlio di oggi richiama e celebra una figura a lui estremamente cara ma anche difficile da interpretare in maniera nitida. D’altro canto nessun essere umano è mai davvero decifrabile fino in fondo. “Non è stato facile vivere con lei. Lei è stata per me madre, padre, e forse qualche cosa di più, una compagna indivisibile. Ero ancora piccolo quando chiuse sbrigativamente la questione dell’assenza di mio padre. Senza scendere in particolari, mi raccontò chi era o, forse, chi era stato, perché nel frattempo poteva essere anche morto e lei non lo sapeva“. Marco è nato perché sua madre ha desiderato che nascesse. Grazie a chi o grazie a cosa, probabilmente, non le interessava nemmeno. Aveva semplicemente deciso che, alla soglia dei quaranta anni, voleva avere un figlio. Lo ha avuto da un uomo conosciuto forse a Venezia o forse altrove, un uomo che è sparito pochi giorni dopo la nascita di suo figlio. Rosamaria ha poi liquidato la questione con la schiettezza e l’onestà che doveva a suo figlio anche se a metà degli anni ’60, in Italia, essere una madre senza essere sposate non era facile.

Quello era il suo sguardo. Ed è il mio. Ora mi sembra di poter affermare che sia stato il suo stesso calco a generarmi. Nessuno può dire quanto la somiglianza che ci legava fosse dovuta alla combinazione dei suoi geni che si è riversata in me o, piuttosto, a una mia inconscia volontà di somigliarle, fino ad adattarmi al suo modello. Per tanti anni, lei la mia vera e sola compagna di vita“. L’autore è pienamente consapevole di essere per molti versi la copia di sua madre. Da lei ha preso molto, forse quasi tutto. Ripercorre episodi legati a un’infanzia trascorsa tra Milano e le vacanze sulle montagne della Val D’Aosta. L’appuntamento fisso con le camminate, le salite, i rifugi alpini, i ghiacciai e, a fare da sottofondo, la voce di Rosamaria che gli spiega ogni cosa con lucidità, con passione, con serietà. “Eravamo noi due, sempre noi due, mentre fuori c’era un pianeta contagiato da chissà quale piaga. Ma una volta in montagna era diverso. Dava un piacere silenzioso ritrovarsi nel mondo ristretto della valle, più rassicurante se paragonato a uno spazio aperto e indistinto. Dava felicità camminare sui larghi sentieri, misurando il proprio passo su quello dell’altro“.

L’esistenza simbiotica di Rosamaria e Marco è ciò che lui stesso ricostruisce, spiega e analizza in “Mia sconosciuta”. Di lei ci racconta molto di quello che lei stessa gli ha raccontato: gli studi di pianoforte, i legami di famiglia, le fortune e i drammi, l’amore per Edi Consolo, le amicizie perenni e tutto ciò che fa una vita intera. Tutto? Non è detto. Perché forse anche una madre così aperta ha avuto bisogno di tenere per sé pezzetti della sua più profonda intimità. Nulla di assurdo, in fondo. “C’era perciò tutto uno spazio significativo dentro di lei a cui io non avevo accesso. Allora forse là dentro non ero mai entrato fino in fondo, nonostante i suoi interminabili racconti, le sue storie private, i dettagli, le finezze riferite, che divenivano i nostri miti. Cosa era rimasto da conoscere di lei? Molto più di quanto pensassi“. Ecco quindi il senso di quella “sconosciuta” nel titolo. Perché chiunque, seppur vicino, seppur schiacciato dentro le nostre vite, può decidere di non lasciarsi scoprire mai del tutto. A noi la delicatezza di rispettare tale discrezione.