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j'Mar, 29 Gen 2008 17:12:46 +0200p(http://www.lankenauta.it/?p=2105eLankenautafLa voce delle onde

“Il ragazzo sentì che esisteva un perfetto accordo fra lui e quell’opulenza della natura circostante. Trasse un profondo respiro e fu come se una parte di quell’invisibile che costituisce la natura avesse permeato l’intimità del suo essere. Sentiva il fragore delle onde che si frangevano sulla spiaggia ed era come se il battito del suo sangue giovane fosse sincronizzato col movimento delle grandi maree. Indubbiamente la natura stessa soddisfaceva le sue necessità, perché Shinji non sentiva particolarmente la mancanza di musica nella propria vita quotidiana”. (p.44) 

E proprio come una musica, come un canto soave, lontano, arcaico e primordiale si libera La voce delle onde, romanzo con il quale Mishima incontra gli stilemi dell’estetica classica, riaggiornandoli al suo tempo e alla sua terra. La voce delle onde precede e in qualche modo favorisce la presa di coscienza di Mishima sull’importanza dello sviluppo del corpo; mai come in questo romanzo, pur se le suggestioni erano presenti in opere precedenti, il narratore giapponese ci dimostra come corpo, anima e spirito coincidono e sono elementi egualmente imprescindibili per trovare la totalità dell’essere. Essere e apparire non sono più in contrasto: ne La voce delle onde Mishima si discosta dall’inquietudine – che comunque tornerà in opere successive – dei romanzi precedenti, l’apice della quale si era manifestato in uno dei suoi riconosciuti capolavori: Confessioni di una maschera. Se in Confessioni essere e apparire (anima-spirito e corpo) sono due universi scissi, vissuti con tormento sotto la maschera della correttezza ufficiale, ne La voce delle onde – anche perché favoriti dal tema e dalla cornice – si fondono trovando una sintesi che nell’epilogo si fa unica e indivisibile virtù: “La sola cosa che conti realmente in un uomo è lo spirito d’iniziativa. Se un uomo possiede spirito d’iniziativa è un uomo vero”(p.170). Sono le parole che fanno di Shinji, agli occhi di Terukichi, il degno futuro marito della figlia Hatsue. Ma non v’ingannino queste parole riportate nello stralcio, non si tratta di matrimonio combinato perché Shinji e Hatsue si amano, si sono amati dal primo incrociarsi dei loro occhi, nel tempo in cui gli dèi erano ancora testimoni dell’amore nascente.

La vicenda è ambientata a Uta-jima, l’Isola del canto, povero villaggio di pescatori che, nonostante la guerra perduta e la decadenza del Giappone tradizionale, conserva limpida la sua spontanea e naturale bellezza. Qui sboccia l’amore tra l’introverso ma abile e coraggioso pescatore Shinji e Hatsue, incantevole figlia di un anziano benestante locale, da poco nel villaggio perché precedentemente data in adozione. È un amore tra diciottenni, improvviso, chiacchierato, contrastato, casto per convenzione del tempo e puro nella sua genesi. Sorpresi da un sentimento precedentemente sconosciuto ad ambedue, i ragazzi si prometteranno eterno amore in una notte tempestosa in cui risplendono nudi i loro corpi. Ma è pura contemplazione della bellezza, per quanto inattesa (certo orientata dagli dèi), estasi del corpo come natura a sé. Ecco l’estetica classica, greca, che ben s’accorda col nuovo corso mishimiano (il quale dal ‘55 in poi si “costruì” un corpo perfetto, levigato dalle arti marziali), come accennato, descritta magistralmente dal letterato giapponese in pagine davvero ispirate: ”Ora toccava a Shinji sentirsi completamente imbarazzato (…) Colto dal pensiero che Hatsue potesse scappare mentre lui si spogliava, Shinji rimase vigile, tranne che nel momento in cui il maglione gli passò sul viso. Poi quando l’ebbe sfilato con abili dita e buttato da parte, rimase la figura nuda d’un giovane uomo – molto più bello che quando era vestito – con indosso unicamente un perizoma. E i suoi pensieri erano rivolti con tanto ardore alla ragazza, che il suo corpo aveva provvisoriamente smarrito ogni senso del pudore” (p.72). Non è certo letteratura erotica, e ve ne accorgerete anche dal garbo e la leggerezza con cui Mishima descrive il momento in cui il ragazzo si denuda. Ma perché Shinji si denuda se non per far l’amore? Le circostanze hanno favorito le curiosità intime e contemplative dei ragazzi, che proprio in quell’istante si promettono l’amore, senza peraltro consumarlo. Oggi sarebbe assai improbabile, ma non è questo il punto. L’artista nipponico dimostra, ancora una volta, la sua predisposizione alla contemplazione dei corpi, tema sviluppato mirabilmente sempre in Confessioni di una maschera, nel descrivere l’emozione-inquietudine di fronte all’immagine del Martirio di San Sebastiano (il suo giovanissimo protagonista-alter ego addirittura eiaculò per la prima volta in quella circostanza). Ma torniamo ai due ragazzi, sopraffatti da tormenti sino ad allora sconosciuti, da circostanze e personaggi avversi che li distanziano fisicamente, pur non intaccando il loro reciproco sentimento. Lei reclusa o quasi dal padre, lui imbarcato per mare, come marinaio. Qui Shinji dimostrerà il suo coraggio, salvando l’equipaggio e oscurando Yasuo, il suo ricco ma tutt’altro che nobile d’animo contendente in amore. Proprio il coraggio, lo spirito d’iniziativa di cui prima si parlava, convincerà il padre d’Hatsue che Shniji è meritevole dell’amore della figlia. Le preghiere agli dèi hanno sortito l’effetto desiderato: i due ragazzi, in un futuro prossimo, potranno sposarsi.

Forse alcuni restarono sorpresi, alla metà dei Cinquanta, quando uscì quest’opera del grande narratore giapponese: un libro che parla d’amore e che vive “solo” i piccoli-grandi tormenti legati al magico sentimento. Eppure, addentrandosi nella narrazione, se si è amanti di Mishima si ritrovano, come in precedenza accennato, alcune fondamentali costanti di scrittura e tematiche che mai l’abbandonarono (c’è anche un accenno al suicidio, peraltro affatto celebrativo). Ma il pregio maggiore de La voce delle onde è la forma con cui Mishima sceglie di fotografare l’amore nascente, con modalità davvero lontane dalle sue opere precedenti e pressoché estranee ai suoi contemporanei. Il letterato giapponese, riappropriandosi della cultura classica, ci regala un romanzo dal lirismo assoluto, un’elegia del sentimento amoroso che ha pochi eguali nella letteratura a tema del Novecento. Amore come epifania, come progressivo disvelarsi dello “spirito eroico”, come apertura del sentimento alla conoscenza di sé, delle intime profondità emotive che ci legano indissolubilmente agli elementi del creato. Natura e bellezza divengono dunque sinonimi, nell’ottica mishimiana. Il canto è poesia e non lamento; le onde, ancorché tempestose in alcuni frangenti, sono la voce persistente dello spirito, il canto dell’Isola del canto per celebrare i suoi giovani amanti.

In fondo, Mishima, in qualsiasi contesto da lui narrato, quali che siano stati i personaggi al centro delle sue vicende, ci ha cantato sempre di spiriti eroici (successivamente a quest’opera, darà alla luce un romanzo breve  intitolato proprio La voce degli spiriti eroici) la cui voce intensa si fa sovente trascinante melodia che trasporta, ora con forza ora con dolcezza. Qui vincono levità e armonia, sembra quasi di aver sotto gli occhi una lunga e assonante poesia, la cui convincente traduzione dall’americano (l’opera non è stata tradotta direttamente dal giapponese) regala stralci d’incanto narrativo sorprendenti. Del resto chi conosce e ama Mishima non è nuovo a questi sentieri letterari, a questa avvolgente intensità narrativa. La voce delle onde è un testo che, soprattutto oggi, vista l’aridità dilagante e l’impossibilità di vivere il tempo come dimensione intima e personale, dilatandolo il necessario, può davvero far bene allo spirito, una delle due frontiere (l’altra è il corpo, come avrete inteso) indagate ossessivamente nell’ampio percorso letterario del compianto letterato giapponese.

“Talvolta s’apriva una finestra al piano superiore, e Hatsue guardava fuori. Ma se non si dava la fortunata coincidenza che la luna splendesse in quel momento, il volto di lei rimaneva confuso nell’ombra. Ma anche cosi Shinji, con la sua vista acutissima, riusciva a scorgere le lacrime che inumidivano gli occhi della ragazza. Per timore dei vicini; Hatsue non parlava. E Shinji, nascosto dietro il muro di pietra del piccolo orto dietro la casa di lei, s’appagava di contemplarne il volto, anche lui senza dire parola” (p.116).

Federico Magi, gennaio 2008.

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