“Nella primavera del suo ventiduesimo anno, Sumire si innamorò per la prima volta nella vita. Fu un amore travolgente come un tornado che avanza inarrestabile su una grande pianura. Spazzò via ogni cosa, trascinando in un vortice, lacerando e facendo a pezzi tutto ciò che trovò sulla sua strada, e dietro non si lasciò nulla. Poi, senza aver perso nemmeno un grado della sua forza, attraversò il Pacifico, distrusse senza pietà Angkor Wat e incendiò una foresta indiana con le sue sfortunate tigri. In Persia si trasformò in una tempesta del deserto e seppellì sotto la sabbia un’esotica città-fortezza. Fu un amore straordinario, epocale. La persona di cui Sumire era innamorata aveva diciassette anni più di lei ed era sposata. E come se non bastasse, era una donna. È da qui che tutto cominciò, ed è qui che tutto (o quasi) finì”. (p.5)

Così comincia La ragazza dello Sputnik, nono romanzo di Haruki Murakami, uscito in Italia dopo un libro lungo e complesso come L’uccello che girava le viti del mondo. Questo innesco, come potete leggere, ha un che di fiabesco, sembra la presentazione di una storia che vuole raccontarci un grande amore avventuroso. Eppure, in questa ennesima interessantissima narrazione che lo scrittore giapponese ci regalò proprio sul finire del millennio, l’avventura e l’amore, pur presenti nelle forme irrisolte e inconsuete care all’autore, cedono il passo a lungo andare al dubbio, alla malinconia e alla solitudine, che rimane sempre la nostra più inquieta e fedele compagna di viaggio.

La vicenda dell’amore incompiuto tra Sumire e Mju ci è narrata da una terza figura che resta per tutta la storia senza nome. È il più caro amico di Sumire e suo ex compagno di università, che la ragazza frequentava ma ha interrotto per dedicarsi totalmente alla scrittura. Sumire ha 22 anni, è una grande divoratrice di romanzi e ha come scopo nella vita quello di diventare una scrittrice. Ma quando incontra Mju, una donna di 39 anni, se ne innamora follemente senza aver mai provato prima nessuna attrazione per il genere femminile. In realtà Sumire non ha mai provato nulla, in questo senso, per nessuno, tanto che il suo caro amico, da subito fortemente attratto da lei, resosi conto di ciò non ha mai manifestato i suoi sentimenti alla ragazza. Mju invece è una donna matura, sposata ma in qualche modo estranea al sentimento amoroso, in conseguenza di un trauma subito intorno ai 25 anni. Sumire ama Mju, il nostro protagonista ama Sumire e Mju non può amare nessuno. Come tre satelliti alla deriva nel cosmo, i tre possono anche avvicinarsi ma sono destinati a non prendersi mai.

Usando la metafora dello Sputnik, primo satellite lanciato dall’Unione Sovietica, con a bordo la povera cagnetta Laika (destinata a morire sola e impaurita nel silenzio dello spazio profondo), attorno all’orbita terrestre nel 1957, Murakami ci parla scopertamente di solitudini umane, tema affrontato più volte nei suoi romanzi ma qui evidenziato in maniera più palese che altrove. Sumire, l’io narrante e Mju sono proprio come tre satelliti lanciati nello spazio; spazio che a sua volta è metafora della vita dei protagonisti i quali, più che inabili, rispetto alla pratica del sentimento amoroso, sono vittime più o meno consapevoli del destino avverso (o quanto meno lo sono in due casi su tre, considerando che Mju è gravata da un’aridità affettiva consapevole, pur se dovuta a un trauma). Nonostante La ragazza dello Sputnik respiri fino in fondo il disagio e i sentimenti soffocati o non ricambiati dei protagonisti sulla ribalta, nella prima metà dell’opera, in cui Sumire è assolutamente centrale, la narrazione vive anche di momenti scanzonati e situazioni divertenti, per invece farsi più grave e seria quando i fatti si svolgono lontano dal Giappone.

Man mano che si delineano i personaggi e si approfondiscono le psicologie, Murakami infittisce sempre più di mistero e introspezione il racconto, approdando nuovamente su una sponda a lui cara e consueta: i mondi onirici e gli universi paralleli. In effetti, quest’amore inafferrabile e queste congiunzioni impossibili potrebbero diventar possibili – o forse sono realmente possibili – solo in una diversa dimensione. Ecco che sogno e realtà si fondono e si confondono, fino al punto che, arrivati a un epilogo in cui le solitudini prendono il sopravvento e le distanze appaiono chiare e definite, tutto sembra – o potrebbe – ritornare in gioco grazie a una telefonata. Ma è sogno o realtà? E poi, in quale dimensione siamo? Veramente possiamo trovarci o raggiungerci solo in una dimensione altra da quella solitamente percepita come reale (come, in seguito, sarà ancor più chiaro in 1Q84)? L’epilogo, come consuetudine, è aperto a diverse interpretazioni e non chiude e non spiega diverse situazioni che sono, o appaiono, irrisolte. Questa è la magia di Murakami, per chi ne apprezza lo stile e i temi ricorrenti, quella di rendere partecipe il lettore fino al punto di non dargli mai una chiave di lettura univoca o una facile interpretazione degli eventi. E allora ci si interroga più che mai, una volta finito il romanzo, si rilegge attentamente un finale che, dopo una breve ma suggestiva digressione, ci riporta a un’immagine significativa della prima parte del libro. Anche se, probabilmente, sia i protagonisti che il lettore non hanno più idea di quale sia la realtà in cui tutto ciò avviene. Murakami Haruki riesce ancora una volta a portare il quotidiano e l’apparentemente ordinario, grazie a una narrazione sempre coinvolgente e ad un’attenta caratterizzazione dei personaggi, su territori magici e labirintici in cui il lettore si perde e si ritrova più volte nelle diverse questioni che, volutamente, restano aperte sul campo.

“Eppure sentivo che non sarei tornato quello di prima. L’indomani sarei stato una persona diversa. Anche se nessuno intorno a me probabilmente se ne sarebbe accorto. Dato che esternamente non era cambiato niente. Ma dentro di me qualcosa era bruciato, e non esisteva più. Era scorso del sangue. Qualcuno, qualcosa che era dentro di me se ne è andato. La faccia nascosta, senza una parola. La porta si è aperta, la porta si è richiusa. La luce si è spenta. Questo è l’ultimo giorno per la persona che sono. Il mio ultimo tramonto. Spuntata l’alba, il me di adesso non ci sarà più. Nel mio corpo entrerà un altro”. (p.205).

Federico Magi, novembre 2014.