“Era passato un mese da quando avevo accettato di divorziare e mia moglie se n’era andata di casa. Un mese quasi privo di senso. Fiacco, inconsistente, amorfo come una gelatina tiepida. Le giornate mi parevano tutte uguali, e in effetti lo erano. Mi alzavo alle sette, prendevo un caffè con del pane tostato, mi recavo al lavoro, cenavo fuori, bevevo due o tre whisky, tornavo a casa, andavo a letto, leggevo per un’oretta e spegnevo la luce. Il sabato e la domenica, al posto di andare in ufficio passavo il tempo facendo il giro dei cinema, fin dal mattino. Poi come al solito cenavo da solo, bevevo qualcosa, leggevo un po’ e mi addormentavo. Per un mese avevo vissuto così, nello stesso stato d’animo in cui altre persone cancellano dal calendario un giorno dopo l’altro”. (pp. 21-22)

Come si riesce a rintracciare una pecora, in tutto il territorio giapponese, partendo da una fotografia scattata molti anni prima? Questo il quesito alla base di Nel segno della Pecora, primo romanzo di Haruki Murakami tradotto in Italia, ma in realtà ultimo della così detta “trilogia del Sorcio”. In effetti Murakami, in madrepatria, esordisce in forma narrativa nel 1979 col libro Kaze no uta o kike (Ascolta la canzone del vento), cui segue a stretto giro di posta 1973-nen no pinboru (il flipper del 1973), due romanzi che ottennero riconoscimenti ma che non sono stati mai tradotti in lingua italiana. Nel 1982 esce poi Nel segno della pecora, che chiude una trilogia in cui è centrale la figura del Sorcio. Come sopra accennato, quest’ultimo è stato il primo romanzo dello scrittore giapponese tradotto in Italia ed è anche il primo libro che dette grande popolarità a Murakami in Giappone.

Un giovane agente pubblicitario, abbandonato dalla moglie dopo pochi anni di matrimonio, si trova sconvolta la sua rassicurante monotonia da un compito bizzarro quanto apparentemente impossibile che gli viene affidato da uno strano individuo che agisce in nome di un uomo potentissimo ma prossimo alla morte: deve trovare una pecora con una macchia a forma di stella, ritratta in una vecchia foto che egli stesso aveva usato per una locandina pubblicitaria e che gli era stata inviata dal Sorcio, un amico ormai sparito da anni che gli aveva scritto lettere da un domicilio ignoto. Ha poco tempo, scarsi indizi a disposizione e non può rifiutare. Inizia così un’incredibile avventura, in un’atmosfera grottesca e surreale, che da Tokyo lo porta in un Hokkaido abitato da personaggi bizzarri e fiabeschi, accompagnato da una ragazza con le orecchie bellissime e dotata di poteri sovrannaturali. Ma più si avvicina alla pecora, più il mistero si infittisce. E poi, che legame c’è tra la pecora e il Sorcio?

Nel segno della pecora è non soltanto il romanzo che pone Murakami all’attenzione dei media nipponici, ma è anche l’opera che definisce le linee guida della sua inconfondibile poetica narrativa. Qui infatti troviamo accennate, e in alcuni casi pienamente sviluppate, le tematiche fondamentali della sua arte letteraria: la commistione tra onirico e reale, il viaggio come ricerca di qualcosa che non è altro che la scoperta di sé, la solitudine, sia interiore che esteriore, come precondizione indispensabile per intraprendere il viaggio stesso e come epilogo della vicenda, l’incomunicabilità come barriera ma anche come stimolo, per i protagonisti, nel trovare diverse forme di linguaggio. C’è tutto il Murakami pensiero nel libro in questione, ancorché in via di piena maturazione e non così sofisticato e ricercato, anche in modo maniacale, come nelle sue ultime opere. C’è comunque consapevolezza del tipo di narrazione scelta, c’è un marchio di fabbrica visibile e riconoscibile, c’è quella spontaneità grezza che caratterizza le opere di inizio carriera abbastanza libere da artifici dialettici e forse meno pensate e cervellotiche – in una accezione non necessariamente negativa -, ma sempre ricche di grande fascino. C’è l’amore, libero e manifesto già fin d’ora, per la cultura occidentale, per la letteratura e per la musica. C’è dunque già molto di riconoscibile e di caratterizzante in quest’opera di Murakami, di sorprendente e di spiazzante se si ha la voglia di partire nella conoscenza di questo grande artista proprio da Nel segno della pecora.

La storia scorre e cattura, parte apparentemente divagando – ancorché tutto abbia un suo senso, a ben guardare e conoscendo già l’autore – ma quando si instrada nella sua via naturale si sviluppa come un giallo, certo dai tratti bizzarri e inconsueti, che regala la sua buona dose d’aspettativa e di mistero. Ma la forma giallo-avventurosa è solo la cornice, come in altre opere dello scrittore giapponese, per inserirvi i su citati temi cardine e i personaggi surreali, o al limite del reale, tanto cari all’autore. Caratteristica dei primi romanzi di Murakami è il fatto di non dar nome al protagonista o io narrante; ma qui va ben oltre, lasciando tutti i personaggi senza nome ma riconoscibili secondo l’appellativo immaginato dal protagonista per raccontarceli (Il Sorcio, il Maestro, la mia ragazza, il professor pecora, l’uomo-pecora, etc.). Tutto contribuisce a creare un’atmosfera surreale, nella quale il gioco consiste nel far perdere progressivamente i riferimenti al lettore man mano che li perde l’io narrante, fino a ritrovarsi in aride desolazioni e in improvvisi vortici di vuoto. E qui c’è il tocco più riconoscibile di Murakami, quell’innestare profonde sacche di irrealtà in una realtà che troppo spesso, come quella di partenza dei suoi personaggi, è solitaria e monocorde, per ritrovarsi comunque, al termine di una straordinaria avventura, sempre soli con stessi, come accade al protagonista di questa storia, a interrogarsi su ciò che si è appena vissuto e su che senso abbia, in fondo, questa nostra vita.

“Presi dal frigo un’altra lattina blu di Lowenbrau e tornando indietro mi fermai di nuovo a guardare il soggiorno riflesso nello specchio, poi spostai lo sguardo sulla stanza vera. L’uomo-pecora era sempre seduto in poltrona e contemplava la neve. Cercai la sua figura nello specchio. Non c’era! Nello specchio l’uomo-pecora non esisteva! C’erano soltanto il divano e le poltrone. Nel mondo dello specchio ero l’unico essere vivente. Sentii un brivido freddo corrermi lungo la schiena”. (p.280)

Federico Magi, novembre 2014.