Il geniale George A.Romero, tra i maestri indiscussi dell’horror, ha visto progressivamente scemare le sue fortune nel mondo di celluloide non tanto per una crisi creativa, quanto per il voltafaccia delle major americane, influenzate da un’opinione pubblica mai troppo benevola nei confronti del regista e sceneggiatore newyorchese – problemi simili a quelli che da noi ebbe Lucio Fulci, senza voler proporre alcun paragone di notorietà e né artistico, se non di genere, tra i due registi. Il genio e la visionarietà di Romero, ci raccontano le cronache, furono molto precoci: grazie alla sua passione per la letteratura, i fumetti di fantascienza e la macchina da presa regalatagli dallo zio, appena adolescente realizzò il suo primo cortometraggio, The man from the Meteor (1953). Ma è del 1968 il suo esordio in un lungometraggio, un film ancora oggi considerato tra i capolavori della cinematografia horror: Night of the Living Dead (La Notte dei Morti Viventi). Girato con un budget ridicolo, Night of the Living Dead, innesco a una trilogia che ha fatto storia (il secondo è Dawn of the DeadZombie, il terzo è Day of the DeadIl giorno degli zombie) mostra subito al mondo le capacità autoriali di Romero, già incline ad inserire nell’horror elementi di indagine psicologica e di critica sociale. Ma è sicuramente Martin, opera che mi accingo a presentarvi, la pellicola più suggestiva, destabilizzante e ricca di spunti di riflessione. Quarto lungometraggio di Romero, uscito all’epoca, in Italia, con il titolo Wampyr, tagliato di dieci significativi minuti e rimusicato – grazie all’interessamento di Dario Argento – dai Goblin, Martin è da poco uscito in Dvd nella versione director’s cut, con musiche originali di Rubinstein annesse e senza alcun taglio. Con Martin Romero dà il meglio di sé e racchiude in novanta minuti abbondanti l’essenza estetica e contenutistica del suo cinema. Prima di entrare nell’analisi e nei motivi profondi dell’opera, ripercorriamone brevemente la trama.

Il giovane Martin, diciassettenne dall’imperscrutabile passato, uccide vittime di sesso femminile dopo averle narcotizzate, per berne il sangue e per aver rapporti sessuali con i loro cadaveri. Si direbbe un vampiro, con la passione per la necrofilia; e Cuda, il cugino che lo ospita, un fervente cattolico che ha una cinquantina d’anni più di lui, ne è profondamente convinto. Ne è convinto a tal punto che glielo dice appena lo vede, lo chiama Nosferatu e lo vuole in qualche modo esorcizzare. Lo odia per il solo fatto di essere in vita. Martin è un ragazzo disadattato, con disturbi sociali evidenti: è sovente taciturno e sospettoso, incapace di abbandonarsi alla pur minima interazione ludica, ha paura del sesso ed è consapevole della sua diversità e pericolosità sociale. Pur conscio della sua sete di sangue, non è affatto persuaso di essere un vampiro. Cuda è convinto che Martin abbia 84 anni, e che la loro famiglia sia vittima di una maledizione demoniaca. Ammonisce subito il giovane sul fatto che non deve uccidere nessun abitante della loro cittadina, pur lasciandogli spiragli di libertà, nei fine settimana, in cui vuole essere ignaro delle sue gesta, sempre fissandogli un orario rigoroso di rientro la domenica. Il luogo in cui vivono, una realtà bigotta e timorata di Dio, almeno in apparenza, in cui tutti, anche i ladri e gli assassini vanno in chiesa la domenica, isola ancor di più Martin dal resto della popolazione. Il ragazzo però attrae una donna sola e depressa, che lo invita ogni giorno a far lavoretti di manutenzione in casa sua. Ma Martin ha sete di sangue, ed è tormentato da Cuda e dalla consapevolezza di dover vivere una vita solitaria, nella quale deve essere accorto, scaltro, intelligente, sempre pronto a non far capire il suo segreto. Ma qual è questo segreto? Nemmeno lui ha ben chiara la sua natura, anche quando riesce a superare le sue paure nei confronti dell’altro sesso. L’epilogo sarà beffardo e angosciante, agghiacciante nel restituire allo spettatore i molteplici dubbi insinuati dall’orrore che sprigiona l’ultima, sorprendente sequenza.

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A dispetto dell’apparenza di genere – si tratta pur sempre di una variazione sul tema vampiresco – e dell’esiguo budget a disposizione del regista newyorchese, Martin è una pellicola che fa breccia e invita alla riflessione ponendo interrogativi inquietanti allo spettatore. Romero filma, come consuetudine del suo cinema più ispirato, l’orrore della normalità, ribaltando attraverso una riflessione filosofica che poggia su dinamiche sociologiche le certezze di base dello spettatore, facendo saltare ogni punto di riferimento di chi guarda su dove risieda il bene e dove si annidi il male. Non vi svelerò certo il finale, ma vi sarà chiaro dagli elementi contenuti nella trama che Martin è sia carnefice che vittima. E che forse è prima vittima che carnefice: vittima della follia religiosa, delle credenze popolari, di una società alienata e alienante già nei Settanta, in terra americana, nella quale – come insegnava in tempi insospettabili Toqueville: La democrazia in America – chi è fuori dalle consuetudini di una qualunque “comunità democratica” è automaticamente un deviante. Romero è volutamente ambiguo, sin dal principio, non spiegandoci nulla del passato di Martin, lasciandoci solo qualche fuggevole suggestione per orientarci, senza comunque svelarci alcunché. È una scelta precisa e voluta, non solo e non tanto per creare aspettative, ma per destabilizzare ogni certezza di chi guarda: chi è il vero mostro, in un mondo postoci di fronte dal regista attraverso un’ottica spesso rovesciata? Il film, nonostante un finale forte e folgorante che riesce a convogliare in una sequenza tutti i motivi dell’opera, è costruito totalmente sul dubbio, sullo schizofrenico tentativo di immedesimazione cui inevitabilmente lo spettatore va incontro.

Ogni elemento della pellicola, sia narrativo che estetico, va nella direzione sopra accennata. Romero inserisce delle visioni, possibili flashback del protagonista, in un affascinante bianco e nero che rievocherebbe il passato del vampiro, seguendo le tracce del presente del ragazzo. Ma è il passato vampiresco di Martin o una sua distorsione della mente? Una deriva onirica in stato di coscienza. Il film non spiega ma l’effetto aumenta dubbi, curiosità e tensione, infoltendo gli interrogativi. E più va avanti la pellicola, più il geniale Romero inserisce elementi che rendono più complessa una personalità che in principio appariva elementare. C’è un soffio di vita che intervalla le improvvise pulsioni di morte del ragazzo, la sua sete di sangue comunque mai venuta meno. Romero demistifica e abilmente destruttura l’architettura letteraria – e filmica – del vampiro fino allora conosciuto: non c’è luce mortifera, né aglio, né croci, né pipistrelli, né denti aguzzi in questa pellicola. Martin non ha nessun segno esterno che lo accosti all’idea comune del vampiro, e ciò è da subito palese, senza trucco e senza inganno. C’è solo la sete di sangue, ma anche questa sembra connessa più al disadattamento totale del ragazzo, pur per vie evidentemente perverse, piuttosto che ad un istinto primordiale. Del resto, come detto, l’assenza di riferimenti al passato del giovane pone in condizione Romero di far tabula rasa anche di questo possibile elemento d’orientamento per chi guarda. Ciò che è sempre palese, invece, è che i pezzi di cui si compone il puzzle romeriano, le sue pedine sulla scacchiera – tutti, nessuno escluso, anche gli emblematici personaggi di contorno – contribuiscono a delineare uno scenario in cui vince la desolazione, l’alienazione, la solitudine. E ultima non ultima, la follia.

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Martin è un’opera da riscoprire, affascinante sia dal punto di vista visivo che narrativo. Romero usa spesso e volentieri la camera a mano, un po’ per scelta estetica un po’ per necessità, inserendo bellissime sequenze in bianco e nero per adombrare il dubbio su un possibile passato in Transilvania. Pur non mancando i motivi orrorifici e una sequenza davvero terrificante, lascia emergere dalla narrazione, col passare dei minuti, la complessità delle tematiche esposte in precedenza, insinuando più malinconia e inquietudine che terrore. La pellicola deve la sua riuscita anche al bravo protagonista, un volto davvero azzeccato quello di John Amplas, imperscrutabile fino all’ultimo. Sfido chiunque ad indovinarne l’intima emozione.

Romero è bravo come pochi altri registi di genere nel calare l’orrore, fisico e metafisico, in contesti di banale vita quotidiana. Nelle sue opere la normalità va guardata con sospetto, e sovente, come accennato, i concetti  in opposizione vanno ribaltati dalle loro posizioni di partenza. Martin ne è prova lampante, una pellicola nella quale gli specchi in cui guardarsi sono numerosi e ingannevoli, dove l’unità e la certezza ci sfuggono fino a perdersi, perché è proprio il dubbio la più salutare consapevolezza che ci resta.

Federico Magi, febbraio 2009.