Chissà se esistono davvero spiriti destinati a vegliare su di noi. Quando le difficoltà incombono e i dubbi si fanno più cocenti, quando non tutto gira come vorremmo o quando le prove della vita si fanno più dure. Quando perdiamo una persona cara, una costante e amorevole presenza nella nostra vita. Ecco quando, quando ci serve di più. Delle presenze immateriali che ci sorvegliano a mezza distanza tra terra e cielo. Se poi queste presenze si materializzano, come succede a Momo, la vita si fa certamente più movimentata. E nelle fiabe, come logico, tutto è possibile e anche di più, tanto che gli spiriti in questione non sono altro che demoni inviati da qualcuno per proteggere e riferire. Ma demoni tutt’altro che pericolosi. In Una lettera per Momo, secondo lungometraggio di Hiroyuki Okiura (a quasi 15 anni di stanza dal bellissimo e irriverente Jin-Roh – Uomini e lupi, film doloroso e malinconico che scatenò diverse polemiche in madrepatria per alcune scelte contenutistiche), il cuore della storia è proprio questo: una ragazzina di undici anni che ha perduto il padre da poco è circondata da tre buffi demoni che vede lei soltanto.

Ma facciamo un passo indietro. Momo e la madre, poco dopo il tragico decesso di cui sopra, decidono di spostarsi da Tokyo a Shio, una piccola isola dove la madre viveva da bambina. Difficile adattarsi in un contesto simile per chi viene da una grande città, e Momo, oltre al senso di tristezza e al rimorso per aver discusso animatamente con il padre poco prima che lui morisse in un incidente, vive la noia delle giornate da riempire, in un luogo abitato soprattutto da anziani. Ma la stanca routine avrà breve durata per la timida e malinconica ragazzina, dal momento che due inconsueti accadimenti catalizzeranno la sua attenzione: avverte strani rumori nella soffitta e si accorge di improvvisi sparimenti di cibo in casa e nei raccolti dell’isola. Cercando di capire cosa succede, Momo si imbatte in tre buffi demoni alquanto golosi, Kawa, Mame e Iwa. E può vederli soltanto lei, pare. Dopo una giustificata iniziale ritrosia – non è di tutti i giorni incontrare demoni, comunque essi si manifestino – la piccola comprende la vera natura di quell’incontro e la missione che i tre sono venuti a svolgere nel suo mondo. Una missione che la riguarda davvero da vicino.

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Per quanto infantile e eccessivamente edificante nei propositi di fondo, Una lettera per Momo è un anime di indubbia qualità, sia estetica che contenutistica, consigliabile a un’ampia fascia di età che non escluda, nonostante il retrogusto malinconico e la gravità del tema di fondo, la visione dei bimbi in età appena scolare. La forma di linguaggio e le tematiche universali favoriscono dunque la visione a un’ampia fascia d’età, considerando anche che la storia raccontata da Okiura, essendo una fiaba iniziatica, al contrario del precedente Jin-Roh, è davvero per tutti. E proprio la lontananza dai consueti standard tematici rispetto alle precedenti animazioni cui aveva collaborato Okiura, sia come regista (Jin-Roh, come già ricordato) che come prezioso art director (Metropolis, Cowboy BeBop, Ghost in the Shell 2), sono la cifra più sorprendente dell’opera in questione, molto più vicina al contrario alle pellicole dello Studio Ghibli (I sospiri del mio cuore, La città incantata), sia come contenuti universali che come forma estetico-espressiva. Storie di ragazzi alle prese con la perdita improvvisa di un genitore, con i classici elementi del racconto di formazione, condite con fantasmi, demoni e spiritelli sono un classico delle animazioni giapponesi, in effetti, spesso calate in cornici intimiste e verdeggianti e con venature malinconiche. In ciò Una lettera per Momo non è diversa da tante altre storie dal taglio simile, ma questo non è affatto un difetto, nonostante qualche sensazione di dejà vu, perché la resa finale, anche  in questo specifico caso, resta alta, grazie anche ai pregevoli tratti animati dello stesso Okiura, capace di spaziare dal mecha al gore, dalle caratterizzazioni futuristiche a quelle più tradizionali con tanto di riferimenti specifici ai film kaidan (le storie con spiriti e fantasmi, per l’appunto).

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Il tema delle presenze care che ci proteggono dopo la loro dipartita è sempre suggestivo, in qualsiasi contesto narrativo, animato e non. Chi in effetti non sarebbe lieto di scoprire, come accade alla piccola Momo, che gli spiriti dei nostri defunti vegliano, almeno per un breve tempo dopo la loro morte, sulla nostra vita piena dubbi, inquietudini e incertezze? In ciò Una lettera per Momo assume pertanto i connotati di una vera e propria fiaba il cui valore iniziatico sta proprio nei diversi step della vita scanditi dall’incontro-scontro con i demoni, che aiuteranno la ragazzina non solo a superare alcune incombenze negative, come la rielaborazione del lutto e il senso di colpa, ma anche le piccole-grandi paure legate all’ingresso nell’adolescenza (come ad esempio quella di tuffarsi in acqua). La storia di Momo avrà dunque un inevitabile happy end, forse un poco sdolcinato e tutto al positivo. Un salutare inno alla vita. E non è questo in fondo che cerchiamo, prima d’ogni altra cosa, in una fiaba?

Curiosità: Una lettera per Momo ha vinto il Future Film Platinum Grand Prize al Future Film Festival 2012 di Bologna. Il film è stato presentato in anteprima internazionale al Toronto International Film Festival, del 2011, ed è stato il primo film anime giapponese ad essere presente al Varsavia Film Festival, essendo candidato a numerosi premi. Uscito nelle sale giapponesi il 21 aprile 2012, in Italia è stato distribuito solamente in DVD, dalla Dynit.

Federico Magi, settembre 2013.