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Julio Medem, regista, sceneggiatore e scrittore di San Sebastian, è forse poco noto oltre i confini della Spagna e la cerchia dei cinefili, nonostante un indubbio senso del cinema - e un amore dichiarato per …

j'Ven, 08 Ago 2008 10:31:39 +0200p(http://www.lankenauta.it/?p=4406eLankenautafGli amanti del Circolo Polare

Julio Medem, regista, sceneggiatore e scrittore di San Sebastian, è forse poco noto oltre i confini della Spagna e la cerchia dei cinefili, nonostante un indubbio senso del cinema – e un amore dichiarato per la settima arte: come tanti grandi registi, Truffaut su tutti, prima che regista fu critico cinematografico – e una originale capacità narrativa. Vinto il Goya (l’equivalente del nostro David di Donatello) con la sua opera prima, Vacas (1992), conquistò l’attenzione internazionale quattro anni dopo con Tierra, per poi consolidare la sua produzione artistica con due opere – più affini tra loro di ciò che una prima visione lascerebbe supporre – che lasciarono il segno, Gli amanti del circolo polare (1998) e Lucia y el sexo (2001). Ma se Lucia y el sexo, un po’ superficialmente, nonostante o forse proprio per una trama affatto lineare, lo si ricorda soprattutto per la bellezza prorompente di Paz Vega, Gli amanti del Circolo Polare è una pellicola colpisce per una costruzione narrativa dall’intensità crescente che si sposa sorprendentemente con i toni minimalisti e con intermezzi da fiaba surreale. La storia d’amore tra Otto e Ana, cominciata in Spagna da bambini, proseguita in adolescenza e culminata da ragazzi quasi adulti nella luce persistente del Circolo Polare Artico (Finlandia), non potrà non appassionarvi e allo stesso tempo scuotervi fino a farvi interrogare sul senso del destino, sulle sue leggi inconoscibili, sul suo tragitto imperscrutabile. Questa è davvero una storia d’amore con la a maiuscola, di quelle che era giusto raccontare.

Il primo incontro tra Otto e Ana avviene in circostanze spiacevoli per ognuno: Otto ha visto i genitori separarsi nello stesso periodo in cui Ana perde il padre. Destino vuole che il padre di Otto e la madre di Ana si innamorino, decidendo di andare a vivere insieme. Il bambino si innamora all’istante, a prima vista, ma fino all’adolescenza non ha il coraggio di pronunciare alcuna parola nei brevi istanti in cui lui e Ana vengono accompagnati a scuola in macchina. Con l’adolescenza le pulsioni amorose diventano insopprimibili, ed Ana le asseconda più per voglia di un amore puro e unico che per effettiva consonanza con lil sentimento provato da Otto. Otto sceglie dunque d’andare a vivere con la nuova famiglia, lasciando sola l’amata madre, sublimando la tensione amorosa anche fisicamente, in una notte d’amore condita dall’audacia di vivere il tutto di nascosto dal proprio padre e dalla madre di Ana. I due adolescenti diventano ragazzi rafforzando il loro amore – adesso anche Ana ama senza riserve -, fino al momento in cui Otto trova il cadavere della madre nella cucina della sua vecchia casa, abbandonato nella completa solitudine. La dolorosa perdita sconvolge totalmente la vita del ragazzo, che abbandona Ana e la famiglia per eclissarsi senza lasciar tracce. Anche per Ana, evidentemente, tutto muterà, ma quel legame cosi unico e a conti fatti indissolubile è destinato a resistere al tempo e agli eventi. Dopo aver avuto una relazione con un professore molto più anziano di lei, anche Ana molla tutto e va in cerca di Otto, ora divenuto pilota, in ossequio al destino legato al suo nome. Gli amanti sembrano potersi ricongiungere nei territori vergini situati lungo un confine geografico estremo: il Circolo Polare. Ma le stesse coincidenze che avevano fatto incontrare i due giovani non sono più propizie come nell’infanzia: un fato crudele è in attesa.

Un’intensa storia d’amore, raccontata in modo sublime ed essenziale, senza negare allo spettatore tutti i possibili approdi della vicenda, ma scegliendo un epilogo terribilmente malinconico. Il cinema di Medem arriva dritto all’emozione dello spettatore, passando dalla fiaba al melodramma con invidiabile misura, attraverso un montaggio che alterna e rimescola passato e presente, realtà e sogno, certezze e aspettative, gioia e dolore. Il tutto raccontato con toni spesso surreali ma senza mai perdere aderenza con l’incedere narrativo. L’amore vero, l’unica cosa che pare realmente resistere, nonostante le vicende dei personaggi a margine facciano di tutto per confutare questo assunto mai assente dalla storia, è esposto al gioco della circostanza e del destino, alle incongruenze del caso e all’opposizione della logica e del dolore. Tutti muri che cadono di fronte alla spontanea perseveranza nel voler inseguire il sentimento amoroso come unica ragione di vita, o quanto meno la più potente e inscalfibile, la più inossidabile disposizione a resistere in un mondo che fagocita le – sempre fuggevoli – gioie e inaridisce i sentimenti. E non è affatto casuale che Gli amanti del Circolo Polare non sia una fiaba consolatoria, sempre in bilico tra desiderio di liberazione e una realtà che è – per tutti, anche per gli amanti – sovente imprigionante e claustrofobica, perché l’uomo non può nulla contro l’ingovernabile mano di un destino che comunque vorrebbe, più o meno ostinatamente, orientare. Medem ci dice che l’amore è l’unica forza antagonista possibile, anche laddove non arrivi a chiudere il cerchio su note liete: vale sempre la pena lottare contro tutti i mulini a vento se si ama, anche contro l’evidenza se necessario, a prescindere dall’esito della contesa. Una contesa forse improponibile, quella tra l’uomo e il caso, la circostanza e il destino.

L’opera si fa forte anche di una regia di classe, che si concede suggestive incursioni con la camera a mano (soprattutto nelle sequenze della prima parte), che non tralascia i dettagli ma che è soprattutto attenta all’insieme, che incastra le sequenze secondo un affascinante criterio empatico lasciando allo spettatore la possibilità di costruire o rileggere una storia nella storia, potendo alterare egli stesso la dinamica proposta, trovando anche diverse chiavi di lettura. Gli occhi morenti di Ana, filmati in primissimo piano e riproposti più volte nel doloroso finale, restano impressi per l’intensità dello stupore che ci regalano e per una significativa e impercettibile lacrima che sembra liberarsi per raccontarci quello che avrebbe potuto essere – che doveva essere – e che non sarà. Perlomeno in questa vita. Un’opera da riscoprire, di indiscussa qualità, che appassiona e commuove senza trovare scorciatoie o effetti sorpresa, forte del suo rigore concettuale e del suo respiro circolare. Respiro circolare non nuovo al regista basco, che passa anche, volutamente, per i nomi: sia Otto che Ana sono palindromi, nomi leggibili bifronte. Come anche quello di Medem, a ben guardare.

Federico Magi, agosto 2008.

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