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A 35 anni da La conversazione, Francis Ford Coppola torna a dirigere un film interamente suo (oltre alla regia, il soggetto e soprattutto la sceneggiatura), indipendente e autofinanziato come il precedente Un’altra giovinezza. Sentendosi totalmente libero, …

j'Mar, 24 Nov 2009 17:12:50 +0100p(http://www.lankenauta.it/?p=4488eLankenautafSegreti di famiglia (Tetro)

A 35 anni da La conversazione, Francis Ford Coppola torna a dirigere un film interamente suo (oltre alla regia, il soggetto e soprattutto la sceneggiatura), indipendente e autofinanziato come il precedente Un’altra giovinezza. Sentendosi totalmente libero, Coppola torna a ripercorrere suggestioni autobiografiche centrando nuovamente l’attenzione sulla famiglia (Il Padrino), in particolare sul rapporto tra due fratelli (Rusty il selvaggio) legati da un profondo vincolo affettivo fortificato dall’ombra di un padre padrone. I riferimenti autobiografici, in questo senso, sono evidenti, come è evidente l’amore del regista per l’arte tout court e la contaminazione tra musica classica, cinema e teatro. In Tetro – questo il titolo originale – Coppola va a briglia sciolta e mette molto di sé, dosando gli elementi, come prevedibile, per eccesso, tanto nella forma che nella sostanza. Talmente a suo agio con la macchina da presa da giocare con il cinema come un fantasista in mezzo a un campo di calcio: a volte, come i fantasisti, un po’ fine a sé stesso. Ma avercene di fantasisti, di creativi, e lo sosterrò sempre – e “a quel paese” l’equilibrio, soprattutto se l’intento è quello di far bene il “compitino”. Coppola è pertanto lontano dal compitino ordinato, e se lo può permettere. A scanso di equivoci, è bene comunque affermare che questo non è un film squilibrato, ma invece un’opera che respira cinema da tutti i pori senza però farsi troppi problemi sulle geometrie. A Coppola non piace la matematica, probabilmente, né le scienze perfette; ama l’arte, la musica e la letteratura, ama raccontare di legami profondi, di storie in cui i sentimenti umani per eccellenza (l’amore, i vincoli di sangue) sono le estremità e il centro, i confini e il volume, la forma e la sostanza di tutte le relazioni. E lo fa con classe purissima, pur a volte debordando, come nel film in questione.

Il quasi diciottenne Bennie, fuggito di casa e imbarcatosi come cameriere su una nave da crociera, si ferma a Buenos Aires causa guasto ai motori. Qui decide di far visita al fratello maggiore, Angelo, a sua volta fuggito di casa anni prima, quando Bennie era ancora un bambino. Angelo ora si fa chiamare Tetro, dalla radice del cognome d’appartenenza, di chiara origine italiana: Tetrocini. Tetro però non sembra essere felice di rincontrare il fratello, avendo scelto di abbandonare la famiglia e di non saperne più nulla. Ma Bennie conosce poco del suo passato, e vuol sapere da Tetro di sua madre, praticamente mai conosciuta e peraltro diversa dalla madre del fratello maggiore. Nonostante il fastidio di Tetro Bennie resta, accolto con affetto dalla fidanzata del fratello, che svelerà al ragazzo di averlo conosciuto ed essersene innamorata in circostanze inusuali: lei medico e lui paziente di un ospedale psichiatrico. Attraverso gli improvvisi sbalzi d’umore di Tetro le memorie familiari vengono fuori pian piano, andando di pari passo col ritrovato ma controverso amore fraterno. Un amore fortificato dalla letteratura, dall’arte e dal genio, nel bene e nel male. Dal ricordo di un padre padrone, artista famoso, che poteva avere tutto e tutto si prese, mescolando le carte e occultando una verità che adesso Tetro non può più tacere.

Un film ricco d’arte e di suggestioni, colmo di cinema con la c maiuscola e di sentimenti non sempre restituiti col giusto equilibrio. Ma si diceva in precedenza, che ci importa dell’equilibrio se abbiamo di fronte un’opera di Coppola? O meglio, ci può interessare, ma fino a un certo punto. Le scelte stilistiche sono subito evidenti, come l’uso di un bianco e nero che fa da contrasto e prende distanza dalla storia per non sovraccaricare di pathos un film che a tre quarti vira decisamente sui territori del melodramma. Bianco e nero squarciato da improvvisi flashback colorati (scelta estetica che ricorda un intenso e doloroso film di Zhang Yimou, La strada verso casa), evocatori di un passato sospeso tra emozione e dolore, in cui il realismo del presente sfuma in toni vagamente onirici e in quadri in cui la musica classica fa quasi sempre da significativo sottofondo. È Tetro che ricorda, e attraverso Coppola restituisce lampi di presente alla memoria e dettagli allo spettatore che segue la vicenda con interesse, senza annoiarsi mai e sostanzialmente tenendo il filo delle cose. È infatti merito del regista, quello di giocare con gli elementi del cinema senza comunque mai perdere di vista una storia che, nonostante tutto, va un po’ fuori asse verso l’epilogo. La sceneggiatura, in effetti, vuol mettere troppa carne al fuoco, pur mantenendo saldo e centrale il tema cardine, l’amore fraterno, e si concede eccessiva libertà in un finale non dico prevedibile ma quasi da telenovela, avvicinando per suggestioni narrative alcune pellicole dello spagnolo Almodovar.

Ma Coppola è talmente bravo a regalare emozioni con la macchina da presa che le imperfezioni vanno in secondo piano, decisamente. Le inquadrature, al solito, rifuggono una logica fissa: i piani sono spesso fascinosamente alterati, senza per questo risultare bizzarri; la macchina da presa si avvicina ai volti sempre a piccoli passi, delicatamente, imprigionandone ogni volta l’intima emozione (è il caso di Bennie) o l’imperscrutabilità (è il caso di Tetro); la fotografia è di una limpidezza glaciale, curata in modo maniacale per evidenziare i contrasti e valorizzare i dettagli. Buenos Aires è restituita ai nostri sguardi sospesa in una dimensione atemporale, saltuariamente catturata dall’alto da rapide e suggestive panoramiche. Coppola gioca con il cinema e con l’arte, richiamando in causa e omaggiando se stesso (Il Padrino, Rusty il selvaggio, La conversazione) e ispirandosi ai capolavori di Elia Kazan – un amore dichiarato quello di Coppola per Kazan – e alla letteratura di Tennessee Williams. Se i modelli cinematografico-letterari di riferimento volevano essere Fronte del Porto e Un tram chiamato desiderio, come a me è sembrato evidente, è più che logico che l’ambizione di Coppola risulti un po’ troppo alta, ma se come sembra quella del regista italo-americano è una scelta di libertà artistica, come in effetti ha dichiarato, non trovo condivisibili alcune critiche che la pellicola ha ricevuto sia a Cannes che a Torino, i due festival in cui è stata presentata.

Di là dai Festival e dalle competizioni varie, Tetro è un’opera da vedere per tutti i motivi su elencati, un film in cui forse troverete qualcosa di troppo piuttosto che qualcosa in meno. Una pellicola valorizzata anche dalle prove degli attori; tutti ben centrati e a loro agio trovano una coesione molto simile – anche in questo caso il parallelo mi sembra calzante – a quello riscontrabile nei melò almodovariani. Coppola è bravo a restituirci un attore che sembrava sparito dal grande schermo, un intenso Vincent Gallo che ha davvero una maschera da cinema che resta nella memoria. Ottima la prova di Maribel Verdù, buona quella dell’esordiente o comunque poco conosciuto Alden Ehrenreich, e sempre in parte due consumati attori come il tedesco Klaus Maria  Brandauer (anche lui era tanto che non lo si vedeva) e la spagnola (almodovariana, non a caso) Carmen Maura.

Tetro è un’opera introspettiva, affascinante per larga parte della sua durata, che si insinua in modo sottile e alla fine, nonostante tutto, affascina e lascia buone sensazioni nello spettatore. È una pellicola catartica, che va a chiudere, forse, un cerchio aperto dallo stesso Coppola più di 30 anni fa. Film dopo film la figura di un padre ingombrante che rischiava di tarpare le ali al figlio ha preso sempre più forma, definendo i suoi tratti fino a farsi sostanza. Se la liberazione nella finzione è stata progressiva e dolorosa, simulata e dissimulata sin dai primordi del cinema coppoliano fino a culminare in Tetro, nella vita Coppola ha potuto liberare molto prima il suo genio, superando nei fatti l’ingombro paterno, che è rimasto soltanto nella psiche, a ben guardare, forse definitivamente esorcizzato dall’arte nella coinvolgente parabola di Tetro – o di Bennie? Il dubbio è legittimo, capirete il perchè –, ultima delle sue straordinarie maschere.

Federico Magi, novembre 2009.

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