La Costa Smeralda d’estate è il luogo della Dolce vita catodica. Personaggi abbietti e spregiudicati la popolano ogni notte. Festini, sesso, cocaina e simili birbanterie però non sempre vengono sbandierate. Un mondo prevalentemente notturno e festaiolo, Lele Mora ne è l’emblema: vederlo in bandana, massaggiato da maschioni presi da Mediaset, o che esibisce la svastica del suo telefonino o mentre danza a suon di capolavori della musica contemporanea come “Fin che la barca va” di Orietta Berti dà sempre più l’idea di come Berlusconi abbia ridotto buona parte della costa gallurese. Con le star dei reality o degli eserciti trogloditi di Maria De Filippi. Ma solo chi ha una minima confidenza con la tv può capire davvero fino a che punto si sia caduti in basso.

Il romanzo di Ignazio Delogu è un giallo ambientato in Costa Smeralda. Ma, invece che una passerella di vip o ricconi in vacanza, la storia mostra il dietro le quinte del mondo dorato che tutti i telespettatori agognano. C’è una villetta nascosta fra la macchia, al riparo dai curiosi. Qui la Signora e sua figlia, la Signorina, son venute per passare le vacanze in compagnia di due colf, Yaya e Malinche. Il figlio della Signora è invece a spasso per la Sardegna con la sua ragazza.
Proprio nella vegetazione inospitale e difficilmente transitabile alle spalle della villa viene rinvenuto un cadavere. Lasciato di guarda un agente, all’arrivo del magistrato e delle altre forze dell’ordine, anche questo verrà trovato senza vita accanto al cadavere sconosciuto. Partirà un’indagine da cui verranno fuori realtà sconcertanti e piuttosto scottanti.
Protagonista di Arde il mare, come sostiene anche il suo autore, è inequivocabilmente il caldo. Impersonale, onnipresente, opprimente eppure inafferrabile, il caldo afoso del romanzo è “infernale”, “né poco né tanto: è totale”. L’intera storia dunque sembra essere avvolta in una patina collosa e ustionante che offusca e rallenta i movimenti dei personaggi.
È un romanzo corale che alterna principalmente i punti di vista di due protagonisti: da un lato la prima persona delle lettere scritte da Emily, la Signorina, dall’altro la terza persona che descrive le mosse e i pensieri del Magistrato alla caccia di un delinquente che, provvisoriamente, viene definito il “Montone”. È una figura caprina, un satiro che assomiglia a una roccia in cima alla montagna, nella quale poi si trova la capanna di un guardiano selvatico e nerboruto, dai modi violenti e rapaci, quasi una raffigurazione arcaica di una Sardegna vista con gli occhi spregiudicati e razzisti di chi esplora certi anfratti solo per dar sfogo, ipocritamente e laidamente, ai propri giochi erotici estivi.
Altri figuri si ergono durante le intricate indagini di questi poliziotti, carabinieri, finanzieri senza nome. Uno è il dottore “irrequieto” perché pensa molto, e snocciola latinismi e riferimenti colti coi quali però non riesce a stigmatizzare un approccio sofferto della vita; un certo Bruno, amante misterioso della Signora, che appare raramente ma la cui presenza influenza non poco gli umori della villa; e poi c’è l’Orco, che assedia i viaggi onirici di Emily e alimenta le fobie di Yaya, un personaggio oscuro, come il Montone, come il guardiano pregiudicato della villa.
Ciò che differenzia Arde il mare dai gialli classici è, oltre al finale, una sorta di distacco del narratore verso l’intreccio e una dichiarata propensione verso la morfologia autentica dei luoghi in cui la storia si dipana. Gli occhi del Magistrato, i racconti di Emily, non sono che occasioni per dipingere quei paesaggi incantati ma deturpati, poeticamente, da questo demoniaco spettro che altera e soffoca ogni cosa: il caldo. Che distrugge la vegetazione, corrode e dilania la pelle degli uomini, che induce le persone alla follia d’un gesto, anche all’omicidio. La Sardegna sa cosa è un incendio d’estate. Nel 2009 è stata sfigurata dalle fiamme lungo tutta, o quasi, la sua estensione. E il caldo di luglio e agosto, i mesi in cui è ambientata l’indagine, può essere davvero letale.
Nonostante questa barriera soffocante, gli investigatori verranno a conoscenza di una fitta rete delinquenziale di cui però non possono occuparsi realmente. Perché? Perché il morto si scopre essere uno che nell’ambiente degli yacht viene detto il Biondino, un inglese di buona famiglia che va a cercare avventure violente di natura omosessuale, e perciò scandalistica secondo gli standard delle personalità della Costa. I poliziotti si trovano davanti una rete sotterranea all’insegna della cocaina, dei divertimenti proibiti, e gli unici che possono permettersi di arrestate o interrogare sono, chiaramente, i piccoli diavoli locali, mezzi delinquenti o ladri di polli. Poiché i vip vanno lasciati in pace, a divertirsi. È l’ossimoro della nostra Italia. Arde il mare, appunto.
“Scotti, disse. Ma qui scotta tutto, l’aria, le piante, il mare. Adesso ci si sono messi anche i fuochi nei boschi, lungo la costa. A volte si vedono colonne di fumo e bagliori di piante che ardono. Se continua così, arderà anche il mare!” (pag. 40).