Per un bambino la scomparsa di una persona fondamentale come la mamma non ha una spiegazione precisa: avviene, e d’improvviso scompaiono certezze e punti di riferimento, lui rimane nella desolazione, in un mondo diventato oscuro e incomprensibile.

Brutto male ha portato via la mamma, sente ripetere il piccolo Massimo. O forse se n’è andata perché suo figlio non ha saputo trattenerla e non si è comportato bene. I sentimenti costituiscono un groviglio sempre più intricato e difficile da gestire.

Non essere amati è una sofferenza grande, però non la più grande. La più grande è non essere amati più”.(p.28)

La mamma di Massimo si è suicidata quando lui aveva nove anni, ma una pietosa bugia paterna l’ha tenuto all’oscuro della verità per quarant’anni, durante i quali questa figura materna irrisolta e mitizzata ha sempre aleggiato sulla vita dell’Autore come un fantasma.

Dopo la tragedia il piccolo Massimo cresce tra mille difficoltà e problemi, assediato da quello che lui chiama Belfagor, un enorme demone sovrappeso, che lo incatena alla terra. “Un mostro molle e spugnoso che si alimentava delle mie paure: sfiducia, rifiuto, abbandono”.(p.58)

Il padre, uomo onesto e pratico, di poche parole, non sa dargli molto affetto, il ragazzo cresce senza sogni, senza entusiasmi, come narcotizzato nei confronti di una realtà che teme gli procuri solo sofferenza.

Vivevo con la sensazione di essere sovrastato da un muro d’incompatibilità contro il quale andavano a sgretolarsi i miei entusiasmi di breve durata”.(p.108)

I ricordi della mamma emergono a tratti e lo accompagnano fino alla scoperta della verità, che gli darà pace.

Accostarsi a questo libro – già tanto recensito in positivo o in negativo – significa accostarsi al romanzo di una vita. Se inizialmente si può pensare all’ennesima autobiografia di un personaggio noto, fin dai primi capitoli ci si rende conto di avere di fronte qualcosa di diverso, un libro necessario e destinato a rimanere un unicum. Un lavoro di introspezione, di analisi dei sentimenti, ma anche una storia, con tanti ricordi ed episodi.

Lo stile di Gramellini è molto piacevole, accattivante e punteggiato dal noto senso dell’ironia dell’Autore, che alleggerisce la tensione e tende più lievi le pagine.

È la storia di una formazione e delle sue difficoltà e del modo in cui un evento dell’infanzia, mai chiarito e quindi mai superato, riesca a segnare il carattere dell’adulto, il suo essere nel mondo.

I se sono il marchio dei falliti. Nella vita si diventa grandi nonostante” è la massima di un sacerdote insegnante del giovane Massimo. Ci vuole un grande coraggio ad ammettere la verità su una persona cara e riedificare la propria vita da una nuova prospettiva. Ci vuole coraggio a lasciar andare per sempre una figura genitoriale che ci si era costruiti per fare posto a una persona diversa, più fragile e soggetta a sbagliare.

A volte, nel corso della lettura, mi sono chiesta se questo libro fosse veramente necessario, meditando che un tempo si utilizzavano i romanzi di fantasia per sublimare certi traumi, mentre oggi spesso si esprimono le emozioni in diretta, d’istinto, squadernando il proprio animo di fronte al lettore. Per quanto la vicenda mi abbia preso, il dubbio si è sciolto soltanto alla fine, quando scopriamo che Gramellini aveva già scritto un romanzo in cui raccontava una vicenda molto simile alla sua, come se nell’inconscio avesse intuito la verità, ma si fosse sempre rifiutato di ammetterla.

A questo punto, quando a quarantanove anni ha saputo tutto, non gli restava che narrare semplicemente i fatti e i sentimenti, mettendoci di fronte la sua storia con grande semplicità e coraggio.

Con parole chiare Gramellini ricostruisce il mondo simbolico dell’infanzia, ripercorre velocemente le tappe della sua vicenda umana, cogliendo quegli elementi che hanno maggiore rilevanza. Siamo in un’autobiografia intrisa di letteratura, laddove quest’ultima si rivela comunque potente arma per combattere i fantasmi del passato, crea un innesco, ma questa volta viene superata dalla realtà stessa. Ne nasce un libro molto umano, vivo, commovente, specie nei capitoli iniziali, quelli su Massimo bambino. Ecco la sua versione dell’Eterno Riposo:

Breve riposo dona alla mamma, Signore. Svegliala, falle un caffè e rimandala subito qui. È mia mamma, capito? O riporti giù lei o fai venire su me. Scegli tu. Ma in fretta. Facciamo che adesso chiudo gli occhi e quando li riapro hai deciso? Così sia”. (p.20)

Si tratta di un libro che sicuramente ha aiutato e aiuterà noi tutti esseri umani, che ci troviamo a confrontarci con il dolore, con la ricerca di senso, con la necessità di perdonare e perdonarci, poiché solo il perdono “rimette in contatto con l’energia dell’amore”.

Articolo apparso su lankelot.eu nel settembre 2012