Dopo il successo ottenuto con Donne con le gonne, Nuti annunciò il suo progetto più ambizioso, una rivisitazione moderna della favola di Pinocchio. Il film, che avrebbe dovuto tenerlo impegnato per circa due anni, fu programmato per il natale del 1993, ma una lunghissima serie di problemi burocratici, economici e dunque produttivi faranno si che la pellicola esca con un anno di ritardo sulla data stabilita. Concluso tra infinite difficoltà, dovute anche alla brusca interruzione del sodalizio Berlusconi-Cecchi Gori – che producevano film insieme, fino a quel momento – OcchioPinocchio, una volta in sala, non solo non ebbe il successo sperato di pubblico, ma fu anche massacrato dalla quasi totalità della critica che non perdonò a Nuti l’allontanamento dal genere che lo aveva consacrato al botteghino, né tanto meno l’ambizione di rileggere – o meglio riscrivere, in chiave allegorica e surreale – la famosa fiaba di Collodi. Francesco Nuti, in effetti, recuperò solo vaghe suggestioni della parabola del burattino, per costruire un’opera che affonda nell’intimo dell’artista toscano come mai era accaduto in precedenza, amplificando le suggestioni fanciullesche e malinconiche che avevano fatto capolino nella sua precedente cinematografia. Fu l’inizio della fine, una sorta di cortocircuito tra Nuti e il successo, tra l’artista e la sua arte (dopo OcchioPinocchio solo film trascurabili, per l’artista di Narnali): le luci della ribalta progressivamente calarono sulla brillante carriera del comico toscano, che di li a pochi anni conobbe prima la crisi d’ispirazione e poi l’oblio. Inutile raccontarvi cose che già saprete, se avete amato Francesco Nuti – i malanni fisici, la depressione, che hanno pesantemente influito sulla sua creatività -, quello che nella fattispecie ci interessa è indagare i motivi di questa inusuale pellicola, per la quale Nuti decise di giocarsi fama, credibilità, incassi al botteghino e, probabilmente, la sua stessa salute psicofisica. Ma è veramente cosi sconclusionato come i critici affermano, questo OcchioPinocchio? È veramente il segno della fine artistica di un grande autore (chiamiamolo come merita) italiano? Dopo avervi raccontato per sommi capi la trama, cercheremo di rispondere a queste domande.

Lo spietato magnate Brando Della Valle (Joss Ackland) viene a conoscenza, attraverso una lettera dell’odiato fratello appena morto, di aver avuto un figlio illegittimo dalla relazione con una servetta. La madre del bambino aveva confidato ingenuamente al fratello di essere incinta. Egli finse di aiutarla e la relegò in luogo segreto e sicuro. La madre morì di parto e il bambino passò sotto la tutela del fratello che lo crebbe con la stessa premura con cui un lupo alleva un agnellino”. Il giovane, soprannominato Pinocchio (Francesco Nuti), fu fatto crescere in un miserabile cronicario, gestito da uno spregevole direttore (Victor Cavallo). Una vita spesa assistendo i vecchietti, fino alla loro sepoltura: nonostante l’età adulta, ha il cervello di un bambino. L’incontro con il padre e il mondo dell’alta finanza, la nuova vita negli States, sono eventi traumatici per Pinocchio – nel frattempo ribattezzato fieramente Leonardo –, il quale trova il modo di fuggire dalla sua lussuosa dimora-prigione alla prima occasione buona.  Salito in cima a un grattacielo, dal quale sta partendo un elicottero, incontra Lucy Light (Chiara Caselli), una bella pregiudicata in succinte vesti, ricercata per omicidio. Saliti su un’auto rubata, danno inizio una rocambolesca fuga per seminare la polizia, durante la quale Lucy rimane ferita. Pinocchio comincia a prendersi cura della ragazza, la quale è inizialmente sconcertata di fronte all’infantile modo di porsi dell’imprevisto compagno di viaggio. I due si avvicinano pian piano, dopo aver superato diverse peripezie ed eluso più volte le forze dell’ordine. La ragazza non è colpevole come la si crede, e Pinocchio si scopre a provare per lei sentimenti a lui sconosciuti e difficilmente governabili. Giunti al confine, un fiume che separa due Stati, ultimo avamposto in cui poter esser acciuffati, consumano l’amore in attesa della notte, il giusto tempo per attraversare le acque indisturbati. Ma al risveglio c’è la polizia ad attenderli, e un destino amaro. E allora, Pinocchio non c’è più: “Pinocchio non c’è più, Pinocchio non c’è più, Pinocchio non c’è più, Pinocchio non c’è più, Pinocchio non c’è più…”. O forse no.

Certo l’attesa era tanta, tra gli amanti del cinema nutiano. Quando usci OcchioPinocchio nelle sale, tre anni dopo Donne con le gonne, erano già noti, a grandi linee, gli infiniti ostacoli che la pellicola aveva incontrato nel suo iter produttivo. In realtà non saprei dire quanto possa aver fatto breccia nei suoi estimatori, né esser categorico sul livello del valore globale. OcchioPinocchio, a parere di chi vi parla – un amante critico del cinema nutiano, e della settima arte in genere -, è un’opera che va necessariamente indagata secondo categorie meno superficiali rispetto al resto dell’opera nutiana. Sgombriamo subito il campo sulle dicotomie assolute, perché qui c’è l’ambizione di riscrivere più che rileggere una fiaba, secondo l’intima consapevolezza che l’essere umano è sovente vittima di prigioni psichiche e fisiche, di gabbie dorate, allucinogeni per amplificare l’apparenza. In OcchioPionocchio si fondono tutta la fanciullezza e la malinconia del cinema nutiano, incontrate in tutte le opere precedenti e sviluppate già ampiamente in Tutta colpa del paradiso. Ma se Tutta colpa del paradiso, pur con pagine agrodolci, finanche dure e disturbanti (l’incontro tra Romeo e l’assistente sociale, che resta una delle più riuscite e dolorose sequenze di tutto il cinema nutiano), si apriva alla speranza ed evocava simboli di rigenerazione e rinascita (lo stambecco bianco), l’opera in questione palesa un persistente senso d’angoscia e solitudine esistenziale, di incomunicabilità e disagio relazionale che Nuti non cerca affatto di nascondere. E non inganni la breve allegoria conclusiva (Pinocchio e Lucy Light che camminano sull’ombra d’un lungo naso immaginario), pensata forse per esigenze un minimo commerciali, per non virare nella malinconia assoluta e senza ritorno, perché la fuga verso la libertà di Pinocchio, dopo essersi fatto beffe di tutti tranne che degli amati vecchi del cronicario, è un viaggio che cerca i luoghi dell’evocazione e del ricordo ma che va inesorabilmente verso la solitudine. O nel migliore dei casi in una dimensione altra, ultraterrena, per raggiungere l’amata Lucy. È assolutamente chiaro a Pinocchio, come a Nuti del resto – e ciò, a ben guardare, ha un che di tragicamente profetico -, che nel mondo degli uomini non c’è posto per lui, “essere” dalla diversa sensibilità. Sposando e riscrivendo la pedagogica e iniziatica favola di Collodi, Nuti fa emergere chiaro e limpido il suo rapporto, già sufficientemente argomentato in precedenti lungometraggi, con la diversità-unicità dell’individuo non omologato rispetto al contesto che lo ospita: i suoi personaggi soffrono sovente di ego ipertrofico che è lontano però dal cinismo e la sopraffazione, al contrario ricco di quel fanciullo malinconico che cresce e si struttura di pellicola in pellicola fino a trovare la sua forma compiuta proprio in OcchioPinocchio. I viaggi di Francesco e Romeo, di Caruso e di Willy, solo agognati o realizzati, reali e/o immaginari culminano proprio nelle ampie distese texane, lì dove Lucy e Pinocchio non sono semplicemente in fuga da qualcuno, ma rincorrono soprattutto qualcosa: una libertà che passa sempre per la scoperta di sé, del proprio intimo sentire, della propria diversità-unicità.

Se la struttura narrativa è lineare e scontata, e la cifra tecnica – visti anche i soldi spesi, dato che si è finiti ampiamente fuori budget – più che apprezzabile, ciò che risalta genuinamente è lo spirito profondo del film, qualcosa che si può coglier più per vie empatiche che per fredda analisi razionale. Guardare OcchioPinocchio oltre le consuete categorie d’indagine, affidarsi all’emozione e all’immedesimazione, laddove sorga spontanea, è senza dubbio l’unica via da seguire, o meglio l’unica che mi sento di consigliarvi. Francesco Nuti è come al solito in parte, qui a suo agio in una misura dolcemente malinconica, lontano dal nonsense e dalla verve comica delle pellicole precedenti. Chiara Caselli è addirittura ottima, nella parte del Lucignolo trasfigurato al femminile; sensuale e espressiva, spesso svestiva (davvero bellissima, per chi non se la ricorda) eppure emanante purezza: perfetto simbolo della giovinezza (l’antagonismo rispetto alla vecchiaia che aveva caratterizzato e che continuava a caratterizzare la vita di Pinocchio), della possibilità di evasione dalle prigioni borghesi, materiali e immateriali. Nonostante a fine riprese i rapporti tra i due (Nuti intentò anche un’azione legale contro la Caselli, per frasi ritenute offensive e inopportune) furono tutt’altro che idilliaci, Chiara Caselli fu uno dei migliori partner (forse addirittura il migliore, mia personale opinione) femminili con cui Nuti si trovò a recitare.

Pertanto, adesso si può anche provare a rispondere al quesito postovi in precedenza. Occhiopinocchio è davvero il segno della fine artistica di Nuti? In un certo senso lo è, ma non per i motivi indicati dalla maggior parte dei critici del tempo. Chi come me ha amato, visto e rivisto e vivisezionato, negli anni, la cinematografia dell’artista toscano, può anche lanciarsi nel formulare un’ipotesi che ritengo quanto meno ragionevole. Francesco Nuti ha cercato di dar tutto di sé a questo film; l’ha sognato, immaginato, edificato nella testa per lunghi anni. L’ha realizzato tra mille difficoltà e, probabilmente – anzi sicuramente –, non come voleva. Tutto ciò lo deve aver consumato, pian piano annientato, esposto senza barriere, come un fanciullo decisamente più debole dei suoi personaggi (che avevano sempre un altrove a portata in cui fuggire o eclissarsi, al contrario di quanto è capitato a lui), al giudizio negativo dei critici e di parte del pubblico, quello in cerca di risate di superficie. OcchioPinocchio dunque segna una cesura, un punto di non ritorno per il comico toscano che a differenza di ciò che i più hanno valutato non è catalogabile in termini negativi. È questo l’equivoco, a ben guardare: OcchioPinocchio non è la prima pellicola che evidenzia il declino artistico di Francesco Nuti, ma l’ultimo tassello del suo cinema ispirato, un film che oggi, a distanza di quasi quindici anni, andrebbe recuperato e rivalutato secondo criteri meno superficiali che in passato. Come la figura quasi dimenticata dello stesso Nuti, purtroppo: in fondo, quel “Pinocchio non c’è più” ripetuto in maniera cosi glaciale e inespressiva era solo un modo per ingannare il male. Un’ illusione. Siamo comunque in una fiaba, non dimenticatelo mai.

Federico Magi, settembre 2008.