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j'Mar, 09 Mar 2010 15:53:32 +0100p(http://www.lankenauta.it/?p=5154eLankenautafShutter Island

A quattro anni di distanza dal premiato ma non del tutto convincente The Departed, Scorsese torna nelle sale con Shutter island, thriller dalle atmosfere cupe e tenebrose tratto dal romanzo L’isola della paura, del sempre più “saccheggiato” Dennis Lehane (lo splendido Mystic River di Clint Eastwood, e il meno noto ma non trascurabile Gone baby gone, di Ben Affleck). Storia inusuale per le corde di Scorsese, che ha sempre rifuggito il genere per mantenere una piena autonomia narrativa, e che ha toccato atmosfere altrettanto sinistre solo nella perversa e fascinosa rivisitazione di Cape Fear (Il promontorio della paura – 1991), in cui affidò allo stupefacente e camaleontico Robert De Niro uno dei non pochi ruoli per cui resterà tra gli immortali dell’arte di celluloide. In Shutter Island, invece, lavora per la quarta volta consecutiva con Leonardo Di Caprio, divenuto oramai suo attore feticcio, per il quale disegna visivamente un personaggio che si distanzia totalmente e definitivamente da quelli che lo resero celebre a inizio carriera, fino a Titanic compreso. Tra suggestioni e atmosfere in bilico tra la letteratura kafkiana e il cinema di Sir Alfred Hitchcook si snoda un thriller ricco di incubi e di trasfigurazioni oniriche, di sogni senza sonno e allucinazioni visive che investono il protagonista nella sua ricerca di una verità che sfugge alla ragione cosciente e alla logica del piano dimensionale unico per condurre ad un epilogo aperto e interpretabile, peraltro non del tutto imprevedibile.

Stati Uniti, 1954. Teddy Daniels, agente della Polizia Federale, viene inviato insieme al suo nuovo collega a Shutter Island, per indagare su una misteriosa sparizione di persona avvenuta in circostanze improbabili all’interno del sinistro manicomio criminale Aschecliffe. Una detenuta che uccise i suoi tre figli piccoli, annegandoli nel lago, è fuggita da una cella chiusa dall’esterno e senza apparenti vie di fuga, eludendo anche il controllo di numerose guardie di sorveglianza e infermieri di turno. Ai due agenti sarà subito chiaro che più di qualcosa non quadra, trovandosi di fronte non solo all’ostracismo degli ambigui medici-psichiatri, ma anche a una cortina si silenzio e di paura da parte degli internati. Cosa accade veramente a Shutter Island? Gli agenti indagano, ma Teddy si ritrova presto in preda ad incubi e angosciose ossession, che riportano violentemente nell’inconscio e nella memoria i ricordi dei campi di concentramento che aveva visto da soldato, nonché una dolorosa tragedia familiare. Il cerchio si stringe, ma ciò che è reale e ciò che non lo è risulta assai nebuloso alla mente sofferente di Teddy. Perché è venuto a Shutter Island? C’è sicuramente altro che lo ha spinto in questo luogo oscuro dal quale sembra impossibile ritornare.

Lo Scorsese prestato al thriller si mantiene su uno standard qualitativo sempre notevole dal punto di vista estetico e visivo, un po’ meno invece da quello narrativo, qui affidato alla sceneggiatura non troppo convincente di Laeta Kalogridis, nonostante l’indubbio tentativo di piegare il genere alla sua cifra autoriale, sempre ben riconoscibile. Il modello è quello dei fascinosi thriller degli anni 40 e 50 ai quali il regista attinge palesemente, pur rielaborandoli scorsesianamente. Penso in particolare a due capolavori di genere, La scala a chiocciola di Robert Siodmak (1946) e Vertigo di HItchcook (1958), ma c’è anche un indubbio omaggio a uno dei più grandi horror dei primordi del cinema, citatissimo da tanta cinematografia di genere successiva: Il gabinetto del dottor Caligari, di Robert Wiene (1920). Tutto giocato su un montaggio straniante, un uso del flashback allucinogeno, una musica ossessiva e ridondante che è quanto mai narrativa e ricorda proprio Cape Fear, piani sequenza rapidi e dinamici, campi e controcampi improvvisi sugli attori, repentini avvicinamenti, inquadrature che spesso invertono la logica classica di ripresa, Shutter Island mantiene sempre molto alta la tensione e coinvolge per l’ottima resa d’insieme dei fattori emotivi e visivi. Molto più prevedibile e con pochi sussulti invece è la storia, che vive di qualche stanco e ripetitivo stereotipo – la figura del nazista “cattivone” o folle è un cliché abusato e ormai francamente insopportabile, tanto per dirne una -, mettendo tra l’altro tanta carne al fuoco e aprendo fin troppe parentesi impossibili da richiudere esaustivamente. Ma era logico che, confinandosi al genere, Scorsese non potesse avere più di tanto la mano libera nell’ assecondare virtuosismi narrativi che ben si sposano con l’eccesso di visività e gli stadi onirici (ricordiamo, sempre di Scorsese, il bello e troppo in fretta dimenticato Al di là della vita, in cui queste componenti si fondono magicamente). Sia chiaro, stiamo parlando comunque di un’opera godibilissima ed anche raffinata, per certi versi, che non annoierà sicuramente lo spettatore nonostante le oltre due ore di durata.

Ricco e ben amalgamato il cast, in cui spicca la più che buona interpretazione di un Leonardo Di Caprio che migliora di film in film e che, grazie a Scorsese, acquista connotazioni sempre più mature, misurando e modellando a seconda della circostanza la sua innata espressività in passato sovente fuori controllo. Per lui il regista italo-americano disegna un personaggio cupo e disturbato, che grazie al gioco di luci e di inquadrature ben restituisce la sensazione di doppiezza che sviluppa lungo l’arco della pellicola. Discrete anche le prove di Mark Ruffalo e Emily Mortimer, molto meno quella della Williams. Un po’ manierata quella del pur bravo Kingsley. Convince maggiormente il redivivo e algido Max von Sidow, al quale Bergman regalò un perenne retrogusto glaciale che genera inquietudine, qui abilmente riproposto da Scorsese.

Shutter Island non è il migliore lungometraggio del grande Martin, ma la sua buona dose di tensione la regala, su questo non c’è alcun dubbio, ed è comunque superiore rispetto al contraddittorio The Departed e al fin troppo dilatato e estetizzante The Aviator, quanto meno a parere di chi vi parla. Comunque consigliato, certamente da vedere.

Federico Magi, marzo 2010.

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